29/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il presidente del centro islamico di viale Jenner ha espresso alcuni dubbi sulla proposta francese di vietare burqa e niqab

La decisione della commissione parlamentare francese di vietare burqa e niqab nei luoghi pubblici è al centro di numerosi dibattiti e polemiche. Non solo in Francia dove giuristi e intellettuali, ormai da parecchi giorni, si confrontano sulla questione, ma anche in molti altri Paesi europei. Non ultimo l'Italia, dove la maggioranza ha accolto favorevolmente la proposta dei cugini d'Oltralpe. Nei giorni scorsi è stato il ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, ad affermare che l'Italia seguirà a ruota l'esempio francese.

In realtà nella nostra nazione esiste già una norma per dirimere la controversa questione. Si tratta della legge 152 del 1975 concernente il reato di travisamento che all'articolo 5 stabilisce “il divieto di usare caschi protettivi o qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”. La disposizione è, però, considerata troppo permissiva dagli esponenti della Lega Nord che vorrebbero interdire completamente l'uso del velo integrale. Pena una multa o l'arresto. Anche il mondo islamico appare diviso sull'uso del burqa e del niqab. C'è chi considera il provvedimento un attacco mirato alla religione islamica e chi, invece, ha accolto la proposta come giusta. “Se il governo francese pensa che sia giusto adottare questo provvedimento – ha detto Abdel Hamid Shaari, presidente dell'istituto culturale islamico di viale Jenner di Milano – non possiamo che prendere atto della decisione e adattarci. Certo non me l'aspettavo da un Paese laico come la Francia che sostiene di difendere valori quali la liberté, l'egalité e la fraternité. In tutta la Francia sono solo duemila le donne che portano il velo integrale, non capisco dunque l'utilità di questa eventuale legge che reputo incostituzionale”.

Secondo il dottor Shaari provvedimenti come quello francese non servono, perché le donne islamiche hanno il dovere di farsi riconoscere in ogni momento dalle autorità. Pratica che già osservano senza alcuna difficoltà. “A nessuno di noi – prosegue il presidente di viale Jenner – viene in mente di obbligare le donne a indossare il burqa o il niqab, è una scelta che riguarda la volontà della singola donna. Si tratta di una tradizione, non di un obbligo religioso. Per cui lasciamo a ognuno la libertà di andare in giro come preferisce. L'importante è non rifiutare di farsi riconoscere davanti alla legge”.

A indispettire il dottor Shaari sarebbero le motivazioni che portano all'adozione di simili proposte, che punterebbero esclusivamente a colpire l'Islam e non avrebbero nulla a che vedere con il problema della sicurezza. “Assistiamo all'uso della paura – conclude il responsabile di viale Jenner – contro la nostra religione. In Italia la questione del velo integrale viene utilizzata a fini pubblicitari e propagandistici da quanti in maniera indebita si ergono a difensori dei valori della cristianità. Secondo alcuni Islam è sinonimo di terrorismo . Vivo qui dagli anni Settanta eppure non considero tutti gli italiani come dei brigatisti, nonostante in quegli anni gli attentati e gli scontri di piazza fossero all'ordine del giorno. E' vero che esistono i fondamentalisti, ma siamo noi i primi a combatterli”.

Benedetta Guerriero

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