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Mito, eroe, tragedia, dramma. Con la lotta al "terrorismo internazionale" voluta da Bush e sposata dagli alleati della Coalizione - fra cui l'Italia - gli stati interventisti e gran parte dei media che si prestano alla propaganda hanno costruito vere e proprie mitologie sui personaggi legati alla guerra, sulle vittime occidentali. E' il tentativo di giustificare l'aggressione militare e massacri di civili in Iraq nell'ottica di uno "scontro di civiltà", dove ci sono buoni e cattivi e democrazia da esportare.
di Claudia Barana e Angelo Miotto - Galatea 2006
In Italia i morti di Nassirya diventano "eroi", il barbaro omicidio di uno dei quattro soldati privati italiani sequestrati, Fabrizio Quattrocchi, diviene un esempio di amor patrio per la presunta frase che il mercenario avrebbe pronunciato davanti al suo carnefice: "così muore un italiano...". Lagunari e reparto speciali dei Carabinieri divengono "soldati di pace".
Ma certa politica, e certa informazione, possono costruire nuovi miti?
E perché parlare di tragedia, di dramma, di nuovi eroi in questo contesto? Insieme al grecista Dario Del Corno, professore all'Università Statale di Milano, Galatea indaga i motivi di un continuo uso - e abuso - di termini nobili e antichi.
Crede che sia in atto la volontà di costruire un mito da indicare alla popolazione italiana e alle future generazioni?
"Dal punto di vista dell'esattezza dei termini, non si può pretendere di costruire un mito: il mito è qualcosa che appartiene a un passato tanto lontano da collocarsi in un diverso schema; il mito insegna qualcosa, ha dei significati, ma sono significati impliciti. Ogni epoca può leggere in un mito, rettamente inteso, ciò che all'epoca stessa sembra più adeguato ai suoi pensieri, ai suoi sentimenti. Ma costruire un mito è un'operazione che avrebbe provocato raccapriccio negli gli stessi Greci. Si può costruire una fama, ma non un mito".
I media raccontano di soldati-eroi. Perché ?
"Parlano sempre di mito perché esiste come una sorta di bisogno dell'incultura - io la classifico così - di crearsi dei precedenti maestosi e indefiniti. E il mito è maestoso tanto quanto indefinito e mal conosciuto.
Il mito non costituisce però un modello di comportamento, ma una chiave di interpretazione. Quindi deve essere di per sé problematico. Nel significato attuale del termine, il mito può essere qualcosa di universalmente conosciuto, noto, forse anche esemplare. Però "mito", oggi, è una parola applicata in maniera spuria, così come quando si dice che ‘Coppi entra nella leggenda'. Sono termini che nascono dalla pigrizia del cronache".
Si tratta quindi un utilizzo sbagliato dei termini?
"Utilizzi spuri nel nome di un'ideologia che non ha valori intrinseci per sostenersi. E allora deve spostare i valori antichi - o i valori comprovati dall'esperienza - ai propri fini, deve deviarli per i propri volgari obbiettivi di propaganda ideologica".
Crede che tutta questa vicenda si possa sistemare in un ambito mitico?
"No, non lo credo. Tutta la vicenda è piuttosto bassa, non programmata. La programmazione a cui si sta assistendo è a posteriori, e lo si fa con certi obiettivi. Il mito invece non ha obiettivi".
Ci può fare un esempio?
"Cosa significa il mito di Edipo o di Eracle? Tante cose. Eracle o Ercole è eroe mitico per eccellenza; un formidabile ghiottone, un intemperante amatore ma anche il campione della resistenza contro le passioni, è tutto. E comunque il mito si eleva al di sopra della normalità. Oggi, invece, siamo davanti a degli incidenti, alcuni del tutto abbietti. Altri, nella migliore della ipotesi, casuali, fortuiti".
Per quanto riguarda la concezione dell'Eroe?
"Eroe è una parola anfibia; può indicare un protagonista nel bene e nel male, magari anche inconsapevole come Edipo. Oppure l'autore di gesta curiose, compiute con la precisa consapevolezza di difendere certi valori. In questo caso è indubbiamente un eroe".
Può il mito avere una funzione sociale?
"Quella di modello sempre nella duplicità di valori che dicevo prima. Può essere un modello di interpretazione, se si può usare un termine così basso, del destino umano; Edipo per esempio. Oppure può avere una funzione di esempio etico, nel senso più alto del termine, come i grandi eroi: Leonida o Muzio Scevola. Casi di abnegazione portati agli estremi limiti in favore della collettività. Ma programmato: come un gesto di difesa dei valori della comunità".
Restiamo agli antichi: gli eroi erano stati mai utilizzati per screditare l'avversario?
"In genere l'eroe dimostra soltanto la superiorità di un modello di vita o di pensiero sull'avversario. I Persiani non hanno eroi perché sono sudditi di un potere assoluto; i Greci invece hanno eroi perché scelgono di fare quello che fanno. Questo è lo schema sostanziale".
Ma oggi assistiamo a un'operazione politica che vuole creare "eroi" di un Occidente da usare in quella che capi di governo, come George W. Bush o Silvio Berlusconi, definiscono uno scontro fra civiltà?
"Il discorso della superiorità di una civiltà sull'altra fa orrore. Soprattutto se usata in queste circostanze. Questa è una deformazione ideologica che mi porta a respingere questi usi di termini nobili, come mito ed eroe. D'altra parte sono termini inflazionati: l'enfasi moderna, incapace di creare un proprio sistema di valori, deve attribuirne a parole che hanno già acquisito un valore consacrato da una lunga esperienza. Nel caso specifico, mi sembra che ci possa essere pietà per chi è vittima di questi equivoci e riprovazione per chi invece sfrutta le atrocità di cui tutti sappiamo.
Il grande insegnamento della Storia è la condanna contro la violenza, perché il violento perde sempre. Può avere dei successi effimeri, ma è condannato a essere sconfitto, sempre. E questo lo sapevano molto bene i Greci".
È come se oggi ci venisse imposto il valore di certo patriottismo...
"Sì. A prescindere dal fatto che è un concetto completamente superato, l'idea di patriottismo che permea questa circostanza è completamente fasulla. Il confronto fra i valori delle civiltà può venire in mente soltanto a ignoranti".
Perché?
"Perché ogni civiltà - faccio riferimento ai miei autori - come sapeva già l'antico Erodoto, primo storico della cultura Occidentale, ha valori relativi. Ognuno ha il proprio sistema di credenze, sistema di nomoi come dicevano i greci; di costumi, di convinzioni, di schemi di vita, di moralità. Ed è empio pretendere di sovrapporre il proprio sistema ad altri. C'è un esempio dei Greci e dei Macedoni in Egitto, che nell'ultima fase della sua indipendenza è stato governato da faraoni greci. I Tolomei sono greci, che assimilano e praticano sistemi di pensiero egiziani. In questa maniera riescono a creare una sorta di sistema di potere nazionale che legittimano attraverso la cultura greca. Perché, per il resto, assimilano gli schemi di vita del paese dove vivono; non pretendono di imporre il loro".
La creazione di finti eroi nasce da un bisogno della collettività di avere dei punti di riferimento, o si tratta di manipolazione?
"Sono più incline a pensare che sia un basso pragmatico sistema di impossessarsi della mente comune: creare grandi termini di riferimento con cui coprire comportamenti che hanno soltanto una dimensione utilitaristica. Credo che sia questo. L'incidenza sul pubblico di termini di questo genere o di processi di questo genere è di natura anfibia, perché può provocare dei fanatismi di adesione, ma può provocare anche crisi di rigetto. E compito dell'intellettuale è di favorire le crisi di rigetto contro la falsità.
Eroe, mito, tragedia: termini spogliati del loro vero valore?
La volgarizzazione del termine tragedia è trattata in un racconto di Hermann Hesse che si intitola appunto "Tragedia". E' la storia umoristica di un correttore di bozze che ogniqualvolta si imbatteva nella parola ‘tragedia' rabbrividiva, perché si raccontavano tragedie come "Tragedia famigliare: bambino inghiotte un cesto di ciliegie senza sputare i nocciolini", o "Tragedia della strada: tram investe un ciclista che si frattura una gamba".
Finché un giorno un ennesimo uso errato del termine gli provoca un colpo al cuore e muore. Il giorno seguente sul giornale compare il titolo: "Tragedia in redazione".
Quale eroe degli antichi per i nostri giorni?
"L'eroe che è immerso nell'ambiguità del reale come Edipo. Oppure l'eroe tollerante, che sa fare della tolleranze il proprio programma di vita. Forse come Achille, primo grande eroe tragico, nell'atto in cui si astiene dalla battaglia per rivendicare il proprio onore violato dalla sottrazione di Criseide da parte di Agamennone. Lì commette l'atto più disonorevole, quando non aiuta più i suoi compagni, che muoiono a migliaia . Il prologo, di Achille, dice proprio questo: innumerevoli anime di Achei, e non di Achei e di Troiani, andarono nell'oltretomba per l'ira di Achille. Eppure Achille pensava di avere un movente giusto, astenendosi dalla battaglia. Questa è l'ambiguità che la cultura greca insegna. L'ambiguità del reale. E la conseguenza di riconoscerla è la tolleranza".