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Jens Tranum Kristensen è un alto funzionario dell'ONU, origine danese, ma di base ad Haiti da cinque anni. Era a lavoro quando è arrivato il terremoto. Ha passato cinque giorni sepolto vivo riuscendo a mantenere la calma e la razionalità, cose che gli hanno permesso di salvarsi da solo.
Ha un sorriso luminoso, il volto scavato, e gli occhi lucidi e increduli che tradiscono la razionalità della sua avventura.
Come è successo?
Ero in ufficio quando c'è stata la prima scossa, sono corso fuori, ma non ho fatto in tempo ad uscire, è arrivata la seconda scossa e tutto ha cominciato a cadere, allora mi sono buttato sotto un tavolo, è franato tutto e ho capito subito che ero rimasto sepolto vivo. Come prima cosa ho cercato di capire se stavo bene, non avevo dolori e potevo muovere le braccia e le gambe, anche se ero in uno spazio molto ridotto. Circa 1,5m di lunghezza, 30 cm sopra di me e 40cm di larghezza. Mi sono reso conto che riuscivo a sentire il rumore lontano dalla strada e dopo qualche giorno i soccorsi che scavavano.
Ero nell'oscurità più totale, allora ho cominciato a esplorare lo spazio intorno a me. Ho trovato il mio telefono, ottimo per poter illuminare e guardarmi intorno, anche se non funzionava per le chiamate. Ho trovato una spillatrice con cui fare rumore per farmi sentire. C'era anche del caffè, e delle buste di plastica, le ho messe da parte in caso avessi dovuto bere la mia urina per sopravvivere.
Mi sono anche obbligato a fare degli esercizi di stretching, usando ogni centimetro del poco spazio che avevo, mi serviva a tenermi occupato e a non atrofizzarmi.
Il momento più duro?
A livello filosofico mi domandavo spesso quanto ci mette un corpo umano a spegnersi, quanti giorni potevo resistere prima di morire o diventare troppo debole da non riuscire più a farmi sentire.
Ma il momento peggiore, in cui ho avuto più paura, è stato quando, intorno al terzo giorno mi sono accorto di perdere il controllo sulla mia mente. Non capivo più se ero sveglio o addormentato, se sognavo o ero nella realtà. Ho capito che se mi volevo salvare dovevo essere cosciente e mi sono obbligato a mantenere il controllo e a riconoscere i momenti di veglia. Ho capito presto che non serviva gridare o fare rumore se c'era un generatore acceso o se le ruspe scavavano, ho deciso quindi di mettere da parte le energie per i momenti in cui avevo possibilità di essere sentito.
E così è stato...
Si al quinto giorno qualcuno mi ha sentito. Mi hanno chiesto di rispondere con un codice, cose tipo: "se mi senti batti tre volte". Così abbiamo comunicato e si sono concentrati nel tirarmi fuori. Non so quante ore ci abbiano messo, il telefono era ormai scarico, ma ero talmente contento che mi sono sembrati minuti, invece erano forse ore.
E ora?
Mi hanno offerto un aiuto psicologico, ma io mi sento bene per il momento, voglio riprendere il mio lavoro al più presto. C'è tanto da fare qui.
Alessandro Grandi