28/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Eseguite in Iran le prime due condanne a morte. Mohammad Reza Ali-Zamani e Arash Rahamapour, presunti dissidenti del regime, sono stati impiccati dopo un processo considerato dagli osservatori poco trasparente.

Dopo aver risposto con la forza ai moti dello scorso giugno, durante i quali morirono più di 70 persone e ne rimasero ferite 200, la Repubblica Islamica dell'Iran ha dato avvio all'epurazione dei dissidenti nelle aule di tribunale. Questa mattina sono stati impiccati, dopo un processo considerato da molti osservatori come non trasparente, Mohammad Reza Ali-Zamani di 37 anni e Arash Rahamapour di appena 19 anni. Le accuse avanzate dalla Corte Rivoluzionaria Islamica di Teheran, e confermate in sede d'appello, sono quelle di turbativa dell'ordine pubblico e Moharebeh (guerra contro dio). Secondo il pubblico ministero i due avrebbero commesso tali reati durante gli scontri post-elettorali scoppiati prima della scorsa estate nello Stato del sud-ovest asiatico.

Parola alla difesa. Inascoltata per gran parte del processo, la difesa ha cercato in tutti i modi di denunciare il fatto che entrambi gli imputati sono stati obbligati con la forza a rilasciare una dichiarazione di colpevolezza. In questo senso la posizione di Ali-Zamani è sempre stata compromessa dalla sua appertenenza alla "Kingdom Assembly of Iran" (KAI) (nota col nome di Anjoman-e Padeshahi-e Iran). Questo è un gruppo monarchico molto noto in Iran ma messo fuori legge dal governo. Gli oppositori al regime hanno sostenuto, fin dall'ottobre scorso, che la collaborazione con i monarchici era costata ad Ali-Zamani una sentenza di colpevolezza già scritta e impugnabile perfino di fronte alla corte d'appello. Per l'uomo, catturato prima dello scoppio delle proteste a Teheran, il primo procedimento giudiziario era iniziato lo scorso agosto. Su di lui pendeva un capo d'accusa granitico che poco lasciava sperare per una pronuncia di non colpevolezza o per una riduzione della pena: "aiutare la causa della distruzione durante e dopo le elezioni" . Un complotto questo che, per la pubblica accusa, sarebbe stato ordito dopo il ritorno dalla guerra dell'Iraq dove Ali-Zamani avrebbe collaborato con gli ufficiali militari di stanza a Baghdad per pianificare diversi omicidi politici. Chiamati in giudizio in qualità di testimoni i membri del Kai hanno confermato la relazione con Ali-Zamani ma sempre negato la sussistenza dei capi d'accusa a suo carico. Stando a quanto affermato dai monarchici, infatti, l'uomo non avrebbe avuto alcun ruolo attivo durante le proteste di giugno. Il suo compito sarebbe stato solo quello di trasmettere le notizie sui disordini dalla propria emittente radiofonica. Ma la polizia del presidente Mahamud Ahmadinejad lo catturò ugualmente per portarlo, con altri 11 sospetti, in una prigione dove a furia di pestaggi sarebbe stato costretto a confessare un crimine mai commesso.

Aveva paura per la propria famiglia. È quanto sostenuto da Nasrin Sotoudeh, legale del più giovane dei condannati, Arash Rahmanipour. "È stato arrestato durante Farvardin (il mese iraniano che corrisponde ai mesi di Marzo e Aprile), dunque prima delle elezioni e accusato di cooperazione con la Kia",  ha sostenuto Sotoudeh. L'avvocato ha anche ricordato che il suo assistito aveva appena 19 anni al momento dell'arresto e che molte delle imputazioni ascrittegli si riferivano a presunti reati compiuti quand'era ancora minorenne.
"Ha confessato crimini che non ha commesso - ha svelato il legale - spinto dalle ripetute minacce contro la sua famiglia che non è mai stata messa a conoscenza che il processo d'appello era stato perso".
Mohammad Reza Ali-Zamani e Arash Rahamanipour erano solo due degli undici prigionieri politici attualmente in mano del regime iraniano. Per gli altri nove il giorno dell'esecuzione è sempre più vicino. E pare proprio che a nulla servirà il ricorso in appello.

Antonio Marafioti

Categoria: Diritti, Politica, Religione
Luogo: Iran