(Segue dalla terza puntata)

Basta girare per la città per incontrare testimonianze di questi orrori. Un
pomeriggio incontriamo un signore di mezza età, Waha, che passeggia con la moglie
e i figli tra le macerie del suo vecchio condominio. “I russi mi hanno prima distrutto
la casa e poi, due anni fa, mi hanno portato in un campo di filtraggio e torturato:
mi hanno inchiodato la lingua a un tavolo, strappato le unghie e sottoposto all’elettroshock.
Per fortuna sono ancora vivo, e finché vivrò non glielo perdonerò mai”.
Racconti incredibili. Ma suffragati da faldoni pieni di denunce e referti medici,
come quelli degli archivi di Memorial. E anche da montagne di fotografie e immagini
video, come quelle raccolte dai volontari di Eco della Guerra, una ong cecena
che si occupa di orfani di guerra e soprattutto di pace e diritti umani. Sua fondatrice
e presidente è la coraggiosa signora Zainap Gashaeva, già a capo dell’Unione delle
Donne Cecene. Gli amici la chiamano ‘

Coca’, che in ceceno vuol dire ‘colomba’. Il suo soprannome è diventato anche
il titolo di un
film-documentario che su di lei ha realizzato il regista svizzero Eric Bergkraut.
La incontriamo nell’ufficio della sua associazione, in uno squinternato condominio
della squallida e fangosa periferia di Grozny. Qui, dopo una tazza di tè, ci parla
della sua attività d’assistenza ai bambini. Ci fa vedere
i loro tristi disegni pieni di carri armati e soldati che sparano, di aerei che bombardano e di palazzi
in fiamme. Poi indica delle cartelle traboccanti di documenti: sono le denunce
di rapimento. Ma il materiale veramente scottante, le foto e i video degli orrori,
Zainap non lo tiene qui.
Così, il giorno dopo, ci invita a casa sua, in un sobborgo di campagna a nord
della città. Una casa piena di persone di tutte le età e di neonati che piangono.
Quelle cecene sono grandi famiglie allargate, e il tasso di natalità da queste
parti è m

olto alto dalla fine dei bombardamenti: si scommette sulla vita per allontanare
la paura della morte.
La signora Zainap sposta mobili e fruga in diversi nascondigli sparsi per la
casa, tirando fuori borse piene di videocassette e di cartelloni con su attaccate
centinaia di fotografie: corpi di uomini e donne, vivi e morti, straziati dai
segni dei più atroci supplizi. “Tutto questo materiale l’ho portato personalmente
in Europa, presentandolo agli organismi di giustizia internazionale europei di
Strasburgo e di Ginevra. La raccolta di foto arriva fino al 2003, i video fino
a pochi mesi fa. Queste sono le prove inconfutabili delle atrocità che le forze
armate russe continuano a compiere contro il nostro popolo. Prove raccolte a caro
prezzo, come può raccontarvi la mia collaboratrice”.
Ci presenta una signora, di cui non possiamo fare il nome. “Ho raccolto di persona
questo materiale per l’associazione in questi anni. E per questo i servizi di
sicurezza

russi non mi danno pace. Pochi mesi fa sono stata rapita da agenti dell’Fsb
assieme a mio marito. Lui è stato torturato: volevano che confessasse per chi
facevo la spia, chi mi pagava, dove nascondevo il materiale. Io sono stata minacciata
di morte: volevano che smettessi di fare il mio lavoro. Una volta rilasciati sono
continuate le minacce. E poi una serie di rastrellamenti nel mio villaggio, cui
sono sfuggita solo perché non dormo più a casa: gli ultimi due sono avvenuti il
primo e il sette di marzo”.
(Segue domani la quinta puntata)