27/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



La storia dimenticata degli italiani di Ushuaia, dopo la guerra nella Terra del Fuoco

scritto per noi da
Linda Chiaramonte

L'Italia è un paese di emigranti, cosa forse spesso dimenticata. È del 1948 l'unico episodio di emigrazione organizzata in Argentina, una vera spedizione verso una terra lontana, disabitata, dove costruire tutto dal nulla.

Cominciare da zero. Una nave, un'impresa italiana e tanta mano d'opera specializzata partono all'avventura per la Terra del Fuoco, regione inospitale, difficile e senza strutture. Tanti operai in cerca di lavoro e fortuna nell'immediato dopoguerra. Ad organizzare tutto questo Carlo Borsari, imprenditore edile bolognese e proprietario di una fabbrica di mobili. In quegli anni la decisione del governo argentino di avviare lavori nella Terra del Fuoco per costruire la capitale Ushuaia, sulla costa meridionale dell'isola Grande, la città più australe del mondo, viene presa per dare una svolta allo sviluppo economico e riaffermare la sovranità del paese sull'isola, all'epoca oggetto di aspre dispute con il confinante Cile. Sull'isola, a 3mila chilometri da Buenos Aires, allora 3mila chilometri di nulla, la sola struttura presente fino al 1947 è un penitenziario chiuso quell'anno. Bisogna iniziare da zero, dalle infrastrutture: case, strade, ospedale, scuola, centrale idroelettrica. Un accordo bilaterale fra Italia e Argentina prevede che le imprese italiane siano privilegiate per la costruzione di opere pubbliche. Carlo Borsari dimostra alle autorità argentine di essere in grado di operare anche in climi così rigidi. Nella primavera del 1948 la firma del presidente Peròn al decreto che attribuisce all'imprenditore la commessa di lavoro. Il 26 settembre 1948 salpa da Genova la prima nave, omonima, con 619 passeggeri a bordo, 506 uomini e 113 donne.

La nave Genova. La mano d'opera è soprattutto emiliano-romagnola, ma anche veneta, friulana, e di ogni parte d'Italia. Oltre agli operai sono imbarcate 7mila tonnellate di materiale per allestire una fornace e la centrale idroelettrica. In stiva camion, escavatrici, case prefabbricate e stoviglie, tutto il necessario alla comunità per essere autosufficiente. Materiali per un valore attuale di venti milioni di euro che il committente, il governo argentino, pagò all'impresa Borsari che li aveva anticipati. La nave, una carboniera reperita ad Amsterdam, in tre mesi viene trasformata al trasporto di merci e passeggeri. Strategica la data della partenza, per andare incontro alla stagione più favorevole all'inizio dei lavori, dopo 32 giorni di viaggio la nave arriva ad Ushuaia il 28 ottobre, ad accoglierla il ministro della Marina argentina dell'epoca, a suggellare che la spedizione è sotto l'egida del governo. Per i primi mesi gli operai vengono sistemati nei locali dell'ex penitenziario e su una nave. In cinquanta giorni sono allestiti i primi prefabbricati. Il contratto impegna i lavoratori per due anni, passati i quali alcuni di loro restano in Argentina, altri rientrano, con il biglietto pagato dalle autorità argentine.

Famiglie divise da un oceano. Una seconda nave, con mogli e figli, arriva nell'agosto del 1949, per un totale di 1300 italiani ad Ushuaia. Durante il lungo viaggio della nave Genova le autorità argentine vietano gli scali nei loro porti per evitare defezioni. La paga dei lavoratori è di circa 3,5 pesos, superiore rispetto ad altri luoghi in Argentina, che permette di mandare soldi alle famiglie in Italia. In tutto vengono costruite 140 case prefabbricate, 170 in muratura, case che ci sono tuttora, l'ospedale e la centrale idroelettrica, in funzione fino al 1981. Bologna in quegli anni è amministrata dal sindaco Dozza che, sulla base di alcune notizie preoccupanti giunte circa le condizioni di vita dei lavoratori, decide di vietare l'emigrazione italiana in Terra del Fuoco. La spedizione desta all'epoca molte polemiche, considerata una sorta di "deportazione" di massa di operai. Nel settembre del 1949 viene fatta un'interrogazione parlamentare per conoscere le reali condizioni di vita degli emigranti. Quando Borsari ne viene a conoscenza invita i presidenti di Camera e Senato, parlamentari e ministri, a verificare di persona. Non ottiene risposta, ma la visita di due ispettori mandati dall'ambasciatore italiano a Buenos Aires, che riferiscono sulle buone condizioni dei lavoratori.

Resta il ricordo. Franco Borsari, figlio dell'imprenditore, aveva 5 anni nel 1948 e ricorda ancora il saluto al padre dalla banchina. Lui, la madre e le due sorelline restarono in Italia fino al 1953, anno in cui lo raggiunsero a Buenos Aires per rimanervi fino agli anni Sessanta. Marco David è stato il primo figlio di italiani a nascere ad Ushuaia. Il padre era responsabile tecnico del cantiere. Ricorda i racconti sulle difficili condizioni di vita. Il cibo, a parte la carne di pecora in quantità, arrivava via nave, e spesso d'inverno non era assicurato. Fino alla costruzione delle prime baracche, i genitori dovettero vivere per qualche tempo sulla nave militare. Restarono ad Ushuaia fino al 1964. Anna Maria Floriani, 85 anni, nel 1948, insieme al marito Osvaldo Tartarini, carrozziere, e la figlioletta Claudia di sedici mesi s'imbarcò sulla nave Genova, e di quell'impresa ricorda come furono duri i primi tempi, alloggiati in una stanza di due metri e mezzo per due nell'ex penitenziario, con il cibo fresco che scarseggiava e il clima rigido. Ripete le parole del marito, uomo forte, che arrivati sullo stretto di Magellano, vedendo le barche ribaltate, le disse, con le lacrime agli occhi, dove sto portando la mia famiglia? Un'impresa inizialmente difficile ed estrema, poi diventata per molti occasione di benessere e tranquillità economica, mentre l'Italia si rimboccava le maniche per la ricostruzione dopo il secondo conflitto.