27/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Secondo gli analisti per prima cosa bisogna cancellare il debito

Scritto da
Cristiano Morsolin*

Uno dei provvedimenti da prendere con urgenza per alleviare le immani sofferenze del popolo haitiano consiste nella cancellazione di una buona parte dei 641 milioni di dollari del debito estero dovuto dal Paese. La proposta è stata formulata nelle ultime ore dalla rete internazionale Jubilee che ha attivato una mobilitazione mondiale che comincia a produrre buoni risultati. La Banca Mondiale ha aderito alla richiesta della societa' civile.
Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento Europeo, ha scritto in una lettera indirizzata a Jose Manuel Barroso per chiedere che si attivi un processo coordinato dei governi europei volto alla cancellazione del debito di Haiti. Oltre il primo aiuto umanitario di 30 milioni di euro promesso dalla Commissione europea ed ai circa 92 milioni di euro che arriveranno dagli Stati membri, quello della cancellazione del debito rappresenterebbe un passo fondamentale per dimostrare la volontà dell'Europa di aiutare concretamente l'inizio della ricostruzione, un fase che sarà lunga e complicata".
Durante il Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre nel gennaio 2005 ho incontrato Camille Chalmers, rappresentante GIUBILEO Sud in Haiti e segretario di PAPDA, ho apprezzato il suo carisma, il suo impegno contro la dittatura Duvaliers che l'ha torturato ferocemente, responsabile di quel debito "ODIOSO" e "ILLEGITTIMO" che il popolo haitiano non deve continuare a pagare; la sua cancellazione deve rappresentare una "risorsa etica" destinata alla ricostruzione".
Eric Toussaint- CADTM analizza il debito odioso di Haiti evidenziando che "È indispensabile tornare alla lotta di emancipazione condotta dal popolo haitiano, perché come rappresaglia nei confronti di quella duplice rivoluzione, antischiavista e anticolonialista a un tempo, il paese ha ereditato il «prezzo del riscatto dell'Indipendenza» imposto dalla Francia, pari a 150 milioni di franchi (l' equivalente del bilancio annuale francese all'epoca).
Il regno dei Duvalier si apre con l'aiuto degli Stati Uniti nel 1957: durerà fino al 1986, quando il figlio "Baby Doc" viene destituito da una rivolta popolare. La violenta dittatura, largamente sorretta dai paesi occidentali, ha imperversato per quasi trent'anni, contrassegnata da una crescita esponenziale del suo debito. Tra il 1957 e il 1986, il debito estero si è moltiplicato per 17,5. Al momento della fuga di Duvalier, ammontava a 750 milioni di dollari. Poi è salito, grazie agli interessi e alle penalità, a oltre 1.884 milioni di dollari.

Il prezzo del riscatto, dunque, è l'elemento fondante dello Stato haitiano ed è sfociato nell'accumularsi di un debito odioso. In termini giuridici, vuol dire che esso è stato contratto da un regime dispotico ed usato contro gli interessi delle popolazioni. La Francia, poi gli Stati Uniti - la cui area d'influenza si estende ad Haiti, occupato dai marines nordamericani nel 1915 - ne sono pienamente responsabili".
In una recente intervista, Camille Chalmers ha affermato che "l'economia del Paese ha subìto negli ultimi anni un costante deterioramento, ben rappresentato dalla svalutazione del gourde, la moneta nazionale, nei confronti di quella statunitense: nel 1994 ne servivano 7 per acquistare un dollaro, oggi 35. La disoccupazione supera il 70 per cento della popolazione economicamente attiva e l'apertura commerciale e finanziaria ha reso fiorente il settore bancario, ma ha portato al collasso interi settori produttivi. Il Paese è divenuto ancor più dipendente dall'estero, tanto che oggi importa l'80 per cento del proprio fabbisogno di riso, mentre nel 1972 era autosufficiente, e sono stati persi altri 800 mila posti di lavoro. Questa crisi è legata alla transizione politica iniziata nel 1986 con la cacciata del dittatore Jean-Claude Duvalier e mai giunta a compimento a causa del conflitto tra le spinte democratiche del movimento popolare e la volontà degli Stati Uniti e dell'oligarchia locale di mantenere il controllo sul Paese. A questo scopo, Washington cerca di presentare quello haitiano come uno Stato «in bancarotta», al fine di giustificare un proprio intervento per la difesa della democrazia e la ricostruzione del Paese, naturalmente garantendo contratti miliardari alle imprese transnazionali. In questo senso la Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione di Haiti (Minustah) è di fatto una nuova formula di occupazione militare, che si inserisce in una lunga storia di scontro tra la volontà indipendentista del popolo haitiano, che con la rivoluzione nera del 1804 mostrò la possibilità di una rottura radicale col sistema mondiale di dominazione, e quella delle grandi potenze di tenere il Paese sotto tutela".
GIUBILEO AMERICHE ha appena lanciato un appello sottolineando che "negli ultimi anni abbiamo denunciato insieme a molte organizzazioni sociali di Haiti, l'occupazione militare da parte delle truppe ONU e l'impatto della dominazione imposta attraverso il debito estero, il libero commercio, il saccheggio della natura e l'invasione degli interessi trans-nazionali. La condizione di vulnerabilità del paese in relazione alle tragedie naturali - provocate per la devastazione dell'ambiente, per l'inesistenza di infrastruttura basica, per l'indebolimento della capacita' di azione dello stato, non e' scollegata da queste azioni, che storicamente calpestano la sovranità del popolo".

 

*Cristiano Morsolin, operatore di reti internazionali, collabora con GIUBILEO AMERICHE e Latindadd. Cofondatore dell'Osservatorio sull'America Latina Selvas e autore del libro "Oltre il debito - America Latina: la conversione in investimenti sociali è conversione" Emi

Parole chiave: haiti, debiot, terremoto, Onu
Categoria: Ambiente
Luogo: Haiti