04/04/2005
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La protesta della più attiva ong del Paese delle aquile
Scritto per Osservatorio sui Balcani da
Indrit Maraku
Due anni fa, la società civile albanese cominciava a svegliarsi da un sonno durato
parecchio tempo. Un sonno interrotto dal fracasso di una protesta nuova, colorata,
spesso simpatica. Una protesta contro il potere, in favore della gente: per le
strade di Tirana erano scesi i “ragazzi di MJAFT!” – come li chiamano per la loro
giovane età – per dire a tutti BASTA!.
Tutto inizia nel marzo del 2003 quando la Lega dei giovani balcanici e l’Organizzazione nazionale per il dibattito, insieme a più di 60 organizzazioni
partner avviano una campagna di 5 mesi denominata “Mjaft!” (Basta!), una forma
di reazione pubblica verso i continui problemi politici, sociali ed economici
nel Paese. Nell’arco di qualche mese, visti i risultati, si decide di far diventare
“Mjaft!” un movimento permanente.
Con la loro tenacia e la loro franchezza guadagnano subito la simpatia dell’opinione
pubblica e quella dei media. Il 1° Aprile del 2003, nel “giorno delle bugie”,
come viene chiamato in Albania il “pesce d’aprile”, “Mjaft!” passa per il centro
di Tirana con uno striscione dove c’era scritto: “Cari politici, buona festa!”
Nel gennaio del 2004 invece, dopo il naufragio di un gommone al largo di Valona
dove persero la vita decine di emigranti albanesi, il numero uno del movimento
Erion Veliaj si presenta in un incontro con il Premier con una maglietta con scritto
sopra: “Signor Nano, non ha ancora chiesto scusa!”. Il Premier veniva accusato
di non aver interrotto le vacanze neanche di fronte a quella tragedia.
La forza della protesta di “Mjaft!” è riuscita addirittura a far modificare le
leggi, in altri casi ad aumentare il budget a disposizione del Ministero dell’istruzione,
ritenuto troppo esiguo. Ma a due anni dalla sua creazione, il risultato più importante
che il movimento ha raggiunto è quello di aver svegliato l’opinione pubblica albanese
dall’apatia nella quale vegetava. Un riconoscimento in questo senso è arrivato
a “Mjaft!” nel novembre scorso anche dalle Nazioni Unite, che ha assegnato al
movimento il Premio per la società civile 2004.
Sokol Shameti, giornalista e responsabile per le comunicazioni coi media di “Mjaft!”
spiega in un’intervista per Osservatorio sui Balcani il percorso di questi 2 anni
e le difficoltà che il movimento ha incontrato sul suo cammino.
Quali sono le attività principali di “Mjaft!”?
Abbiamo cercato di fare in modo che tutto assomigliasse ad una costruzione basata
su solidi pilastri. Uno di questi pilastri è il risveglio dall’apatia dei cittadini,
un altro è la riabilitazione del senso della protesta, ma ce ne è anche un terzo
che riguarda il miglioramento dell’immagine dell’Albania nel mondo. Naturalmente
ci sono anche altri motivi per i quali il “meccanismo” di “Mjaft!” può essere
messo in moto.
Sul vostro sito si può consultare una lunga lista di Ong con le quali collaborate. Avete contatti
con qualcuna dei Paesi balcanici oppure qualche Ong italiana?
Nei Balcani alimentiamo una buona fratellanza – anche se per adesso a distanza
– con alcune organizzazioni che operano nel campo dell’attivismo urbano e della
resistenza civica. Abbiamo contatti con amici della Macedonia, Kosovo, Bulgaria
e Grecia. Abbiamo constatato un forte legame spirituale con i ragazzi di OTPOR
in Serbia.
Per quel che riguarda i movimenti simili italiani, purtroppo non abbiamo ancora
avuto l’opportunità di creare delle relazioni con loro. Ma ad ogni modo ciò non
significa che non abbiamo voluto o che non stiamo lavorando per creare dei contatti.
Come vi sembra l’operato delle altre Ong in Albania? C’è stata una emulazione
del vostro stile di protesta?
Notiamo con gioia che in questi due anni c’è stata una rinascita di tutto il
settore della società civile in Albania. Un risveglio dall’apatia e un allontanamento
da un modo di lavorare che di fino ad ora consisteva in pranzi e cene infinite
e inutili workshop. Noi pensiamo che la società civile sia un prodotto ed un valore
della comunità di un Paese, perciò incoraggiamo la sua crescita. Constatiamo che
c’è realmente un cambiamento di rotta ed un rafforzamento della sua voce. Naturalmente
esistono anche problemi, imitazioni a volte maliziose e concorrenza “sleale” se
si può chiamarla così. Ma in fin dei conti lottiamo tutti per lo stesso obiettivo:
un Albania migliore. Almeno questa è la nostra missione.
Com’è riuscita “Mjaft!” ad assicurarsi l’appoggio dell’opinione pubblica albanese?
Credo che un motivo sia il nostro essere diretti. Ciò che credo susciti la simpatia
della gente per “Mjaft” è che la maggior parte delle azioni di questo movimento
hanno centrato i problemi direttamente, senza tanti giri di belle parole. Molte
persone hanno visto nell’attività di un gruppo di giovani, esattamente ciò che
avrebbero voluto fare loro stessi se avessero avuto la possibilità.
La comunicazione sembra essere il vostro cavallo di battaglia. Si dice che avete
un appoggio mai visto prima anche da parte dei media. Come ve lo spiegate? È un
caso che il responsabile per la comunicazione coi media sia proprio un giornalista,
oppure fa parte della strategia?
Noi diamo molta attenzione alle relazioni col pubblico e per dare il meglio in
questa ottica, serve un sentimento di condivisione coi canali che trasmettono
il messaggio al pubblico. Si arriva così ai media. Sì, è vero che abbiamo avuto
un grandissimo appoggio dalla comunità dei giornalisti. Questo riguarda il nostro
modo di lavorare nella sezione di “Mjaft!” dedicata alle relazione coi media,
ma soprattutto con la filosofia su cui è stata costruita “Mjaft!”. Quello che
abbiamo cercato di spiegare è che questo movimento non è proprietà di alcuni ragazzi
in Via Elbasani n. 77. Questo mezzo è soprattutto dei giornalisti, degli operatori
della stampa, che in qualche modo noi chiamiamo fabbri dell’opinione. Ai nostri
occhi, i media sono parte della società civile.
Oltre le problematiche interne, “Mjaft!” ha cercato di cambiare anche l’immagine
dell’Albania nel mondo: “Team Albania”, la squadra di medici albanesi mandata
nei Paesi del sud-est asiatico colpiti dal maremoto, è solo un esempio. Che altro
avete in programma in questa direzione?
Come individuo, nei rapporti col mondo esterno, ti puoi trovare di fronte a due
opzioni. Una serie di azioni che ti farebbero arrossire ed una serie di azioni
che ti farebbero sentire fiero. Succede la stessa cosa quando non sei più un individuo,
ma un gruppo o un’organizzazione. Puoi scegliere se litigare e far ridere il mondo,
durante le conferenze internazionali, com’è successo poche settimane fa con la
delegazione albanese all’Osce. Oppure potete essere anche due genitori albanesi
che donano gli organi del loro figlio morto in un incidente, ad un bambino straniero
che sta lottando con la morte. È tutta una questione di responsabilità o irresponsabilità.
Noi di “Mjaft!” abbiamo preferito la prima.
“Mjaft!” ha dichiarato pubblicamente di essere stata spesso “sotto il mirino
delle autorità”. Può spiegarci più concretamente come? Cosa è successo? Ci sono
state minacce o violenze nei confronti di qualche membro della vostra organizzazione?
In alcuni casi, quando il movimento si occupava di campagne che toccavano interessi
non tanto puliti delle autorità, ci sono stati casi di intimidazioni, ma anche
di membri fermati e interrogati dalla polizia. L’estate scorsa mentre eravamo
coinvolti in un numero di attività contro un impianto di smaltimento dei rifiuti
nella periferia di Tirana, la polizia ha fermato un nostro attivista. La stessa
cosa è successa anche con un altro nostro attivista l’ottobre scorso, quando “Mjaft!”
iniziò una campagna contro il Premier, il quale nei giorni in cui, a causa di
un grave incidente, morirono molti giovani kosovari che stavano visitando l’Albania,
è stato ripreso mentre si divertiva in un pub notturno in Grecia. Naturalmente
non si tratta di una pressione continua. Capita che a volte i controlli della
Polizia finanziaria diventino più frequenti, multe ingiustificate della Polizia
stradale alle auto con il simbolo del movimento. Ma come ho detto, questo succede
“a sessioni”.
Nel luglio 2004 siete stati invitati dal Congresso degli Usa per parlare della
situazione in Albania. Vi sentite in qualche modo portavoce dell’opinione pubblica
albanese?
Sì e no. L’opinione pubblica albanese, per molto tempo, è stata rappresentata
nelle istituzioni internazionali da persone sbagliate che non hanno saputo articolare
la propria voce come si deve. Non pretendiamo di essere noi quelli che sanno farlo
meglio. L’opinione pubblica ha mille modi per esprimere la sua preoccupazione.
A luglio siamo stati scelti noi per fare da “altoparlante”, e abbiamo detto grazie.
Speriamo di aver legittimato la fiducia dataci.
Il Premier Nano ha dichiarato “che Mjaft! non basta”, definendo l’organizzazione
“un movimento da marciapiedi” e invitando contemporaneamente il FRESSH (Forum
dei giovani socialisti) ad intraprendere una attività simile alla vostra. Pensate
realmente che “Mjaft!” non basti più, adesso che la società civile albanese sembra
essersi svegliata?
Naturalmente, un leader politico sognerebbe l’assenza dell’opposizione in generale,
e non solo di quella politica. Notiamo con preoccupazione che è in atto un palese
tentativo del Premier di svestire la società albanese dai suoi prodotti indipendenti
della critica, offrendo in modo ridicolo che questo compito venga svolto da qualche
struttura del partito che si trova sotto l’egida della leadership, com’è il caso
del FRESSH.
Il Premier cerca di denigrare “Mjaft!” definendola “un movimento da marciapiedi”,
ma deve sapere che ci sarà sempre bisogno di qualcuno che faccia il ruolo del
“watchdog”. Un cade da guardia che abbaia ogni qual volta lui tenti di valicare
il recinto delle sue competenze.
Vedendo la simpatia che avete creato tra la gente in questi due anni, c’è stato
qualche politico che ha tentato di farvi diventare amici?
Ci sono stati alcuni inviti, da diverse parti della politica. Noi pensiamo che
la politica abbia bisogno di contributi per emanciparsi e per offrire alla gente
più alternative. Ma crediamo che questo non sia compito di “Mjaft!”. Noi abbiamo
già molto da fare nel settore della società civile. Per di più, molte delle offerte
politiche che ci sono state fatte, si notano da lontano che non sono sincere.
Molte di esse cercano di assorbire l’appoggio che ha “Mjaf!” per metterlo a servizio
dei loro interessi.
Lei personalmente ha definito “Mjaft!” come una “articolazione del malcontento
dei cittadini”, di quella parte della popolazione che spesso viene chiamata anche
il “Partito della maggioranza silenziosa”. Pensa che un giorno questa articolazione
possa prendere una forma politica, rappresentata anche nel Parlamento albanese?
Sinceramente, non saprei fornire una prognosi esatta. Tutto può succedere. Ma
non in tempi brevi o medi.