25/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il 7 marzo prossimo si vota per il nuovo Parlamento, ma troppi nodi restano irrisolti

Sono almeno 36 le vittime di una serie di attacchi coordinati avvenuti ieri a Baghdad. Obiettivi gli alberghi della capitale irachena frequentati da occidentali. Tre auto cariche di esplosivo, fatte detonare nel giro di dieci minuti, mentre Baghdad soffoca nel traffico dell'ora di punta, lungo la via Abu Nawas Street che porta alla Zona Verde, il quartiere del potere.

Attacchi in serie. Palestine Hotel, Babylon Hotel e Hamra Hotel. Tutti e tre protetti da check-point della sicurezza, che sono riusciti a rallentare la corsa degli attentatori suicidi. Solo per questo il bilancio delle vittime non è grave come quello dell'attentato, sempre a Baghdad, del 19 agosto scorso quando persero la vita almeno 100 persone.
La tecnica è ormai quella consolidata degli ultimi attentati: una serie di attacchi coordinati, in un lasso di tempo minimo, con una forza d'impatto notevole. Passati i tempi delle decine di piccoli e grandi attentati quotidiani, in uno stillicidio che è andato avanti dall'invasione dell'Iraq nel 2003 fino a un paio di anni fa. Poi il mutamento di strategia, dovuta a vari fattori che hanno indebolito gli insorti, ma non li hanno sconfitti del tutto. I miliziani che combattono le truppe straniere, il governo iracheno e gli obiettivi legati all'Occidente sono molti meno di qualche tempo fa, ma riescono a concentrare i loro sforzi in attacchi mirati e devastanti.
In previsione delle elezioni parlamentari del 7 marzo prossimo non è un buon segnale. Ma non è neanche l'unico. Le autorità irachene, che sostengono di aver sventato con l'aiuto dell'intelligence usa un altro attentato devastante lunedì scorso, hanno subito puntato il dito contro le due anime della lotta armata: al-Qaeda in Iraq e i sostenitori del disciolto partito Ba'ath del deposto Saddam Hussein.

Un passato che non passa. Proprio oggi l'attentato a Baghdad ha offuscato la notizia della sentenza capitale eseguita contro Alì Hassan al-Majid, genero e cugino di Saddam Hussein, meglio noto come Alì il Chimico. Il macabro soprannome se l'era meritato massacrando con il gas nervino 5mila curdi del villaggio di Halabja nel 1988, accusati di aver collaborato con l'Iran, durante il conflitto degli anni Ottanta. Alì il Chimico, sempre con la stessa tecnica, si era distinto anche per l'eccidio di leader e civili sciiti dopo la prima guerra del Golfo, nel 1991. Un personaggio, mai pentito, che nessuno rimpiangerà. Al di là della brutalità che rappresenta la pena di morte, l'esecuzione rappresenta l'incapacità dell'attuale governo iracheno di chiudere i conti con il passato. Non basta giustiziare i simboli del vecchio regime, se il nuovo non riesce a trovare le intese necessarie a far iniziare una nuova era per l'Iraq di oggi. Un nodo ancora irrisolto, per esempio, è proprio quello del partito Ba'ath. Considerando un regime che ha governato il Paese per quasi cinquanta anni, era impossibile ritenere che la sola adesione a una struttura che governava tutti i gangli del potere potesse essere un elemento di colpa.
Come il fatto di essere musulmani di confessione sunnita. Saddam era sunnita e, pur rappresentando i suoi correligionari la minoranza del Paese, ha sempre gestito il potere con loro. Questo, agli occhi di molti curdi e sciiti, rappresenta una specie di peccato originale.

Il Ba'ath e i sunniti. "Non tutti i sunniti sono del Ba'ath, non tutti gli iscritti del Ba'ath sono sunniti. Noi siamo i primi a non voler il ritorno in politica dei baathisti più compromessi in politica", ha dichiarato al New York Times Omar Mashhadani, portavoce del presidente del Parlamento di Baghdad, il sunnita Ayad al-Sammarai. "Ma non accettiamo neanche che il partito venga usato come pretesto per lasciare fuori dalla vita politica irachena i sunniti". Il commento arriva dopo la decisione della Commissione elettorale, del 18 gennaio scorso, di escludere dalle liste elettorali 511 persone (tutti sunniti) ritenuti legati in passato al partito Ba'ath, oppure impegnati a favorirne la sua ricostituzione. Altre quattro persone, tra cui il ministro della Difesa Abdul-Kader al-Obeidi e l'avvocato Dhafer al-Ani, sono state escluse giovedì 21 gennaio. Il vice presidente Usa Joe Biden, secondo la stampa irachena e internazionale, ha fatto pressioni enormi sul primo ministro iracheno al-Maliki per rimandare la decisione a dopo le elezioni, ma una squalifica successiva al voto non pare un'idea molto più brillante dell'esclusione preventiva. Un candidato o è o non è compromesso con il regime, ma chi lo stabilisce? Qui sorge il problema di legittimità del governo al-Maliki, da tanti iracheni ancora giudicato nella migliore delle ipotesi come troppo legato ai suoi correligionari sciiti o nella peggiore delle ipotesi un fantoccio degli Usa. Stesso problema per i curdi. La Commissione aveva proposto ad alcuni candidati una sorta di 'auto denuncia' rispetto al passato per ottenere la riabilitazione. Proposta respinta al mittente e definita "un'umiliazione" da Shaker Kattab, portavoce del vice presidente (sunnita) Tariq al-Hashemi. "Noi chiediamo che venga data una definizione chiara, che non permetta speculazioni politiche: cosa significa baathista?", ha chiesto al Mashhadani. "Durante il regime di Saddam, tre quarti della popolazione sono stati baatisti".

Errori del passato. Un problema enorme che gli Usa, fin dall'avvento del 'metodo Petraeus' hanno tentato di risolvere a posteriori (quando forse era troppo tardi). I danni fatti da Paul Bremer, proconsole Usa insediato a Baghdad dopo l'invasione, sono enormi. L'esclusione totale dei sunniti dalla vita pubblica irachena e la criminalizzazione di massa dei militanti del Ba'ath (forze armate e di polizia comprese) avevano ingigantito a dismisura le file della resistenza. L'avvento del generale Petraeus ha cambiato le regole del gioco. Il coinvolgimento degli stessi sunniti è stata la chiave di volta per indebolire e isolare i guerriglieri non legati al nazionalismo iracheno ma alla galassia del fondamentalismo islamico. Adesso gli Usa vogliono una soluzione condivisa, ma la loro presenza e le loro pressioni fanno temere al premier al-Maliki un ulteriore danno d'immagine in vista del voto del 7 marzo prossimo.
L'assoluzione dei mercenari della compagnia di sicurezza privata Blackwater ha lasciato il segno.
Un giudice federale di Washington, il 2 gennaio scorso, ha rifiutato l'incriminazione per strage di 17 civili iracheni a Baghdad nel 2007 compiuta da 5 uomini della Blackwater perché durante l'inchiesta sono stati lesi "i diritti costituzionali degli imputati". Biden, impegnato a fare delle elezioni del 7 marzo un successo, ha espresso il proprio rammarico per la strage, ma Maliki ha bisogno di più per i suoi elettori e ha promesso battaglia legale.

Non finisce qui. Il direttore di una compagnia britannica è stato arrestato, il 24 gennaio scorso, in Iraq per la vendita di sistemi difettosi al governo iracheno. Si tratta di rilevatori anti-bomba, con i quali l'azienda britannica ha inondato Baghdad e altre città irachene. Solo che non funzionavano.
"Questa compagnia non ha solo causato una truffa enorme, ma ha sulla coscienza la vita di migliaia di iracheni innocenti", ha dichiarato Ammar Tuma, membro del Comitato del Parlamento iracheno per la Sicurezza e la Difesa. La compagnia, la ATSC Ltd., ha venduto al governo iracheno 800 modelli del ADE 651s, un rilevatore di ordigni. A fronte di una spesa per le casse statali iracheni di 85 milioni di dollari. Adesso il governo, dopo che lo scandalo è stato reso pubblico, deve dimostrare di avere un peso politico, di non essere solo il fantoccio che sigla gli accordi sullo sfruttamento dei giacimenti petroliferi da parte delle compagnie occidentali (come l'Eni per il giacimento di Zubeir).
Un compito gravoso per il governo iracheno, che aspetta il 7 marzo con il fiato sospeso. Anche l'amministrazione Obama, però, non è serena. Il disastro in Afghanistan, il fronte in Yemen, il nucleare iraniano. L'unico settore della politica estera Usa che non segnava il passo sembrava essere quello iracheno. Le bombe di Baghdad ricordano a tutti che non è così.

Christian Elia

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