25/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli attacchi alle chiese cristiane evidenziano la tensione tra le diverse comunità nel Paese, in crisi di identità

La tempesta pare essersi calmata: dopo una dozzina di attacchi vandalici contro luoghi di culto cristiani (e un tempio sikh), nonché otto arresti in relazione all'incendio appiccato alla prima chiesa presa di mira, i malaysiani cercano di capire cosa sta succedendo al Paese, fino a poco tempo fa uno dei più stabili nel sud-est asiatico. Può una disputa sull'uso della parola "Allah" da parte dei non musulmani riscaldare a tal punto gli animi? Normalmente, forse no. Ma nella Malaysia di oggi le relazioni tra le diverse comunità si sono deteriorate. Il blocco di potere che ha governato dall'indipendenza scricchiola. Il patto sociale stabilito quarant'anni fa ora crea tensione.

Il caso giudiziario intorno all'uso del termine "Allah" da parte dei cristiani (il 10 percento della popolazione) andava avanti pigramente da oltre un anno, con protagonisti il governo e il settimanale cristiano "The Herald" - che conta poche decine di migliaia di lettori. Lo scorso 31 dicembre, però, il verdetto della Corte Suprema ha fatto precipitare la situazione: i giudici hanno dato ragione al giornale, in nome della libertà di espressione. Agli osservatori indipendenti la decisione è parsa assolutamente sensata, anche perché i cristiani malaysiani chiamano Dio "Allah" da secoli. Ma il governo di Najib Razak ha puntato i piedi, facendo ricorso. La Corte ha quindi sospeso l'applicazione della sentenza. Frange di musulmani più radicali sono scesi in piazza intimando ai cristiani di non toccare Allah. E nel giro di pochi giorni, a Kuala Lumpur e nel resto del Paese, la parola è passata anche alle molotov.

A chi lo ha criticato per la condotta tenuta sulla questione, Najib ha risposto ricordando che lui ha condannato senza mezze misure gli attacchi. Vero: ma altri esponenti dell'Umno, il partito al governo da sempre al poere e storico difensore degli interessi dei malay, sono stati più ambigui. Il ricorso è partito dall'Umno, in fondo. E il ministro dell'Interno, Hishamuddin Hussein, ha chiuso un occhio sulle manifestazioni di protesta nelle moschee, dando l'impressione di stare con i dimostranti.

Alla base di questa atmosfera di sfiducia reciproca ci sono stereotipi e dinamiche vecchi di decenni, come la diffidenza dei musulmani verso i cristiani, visti come evangelizzatori impegnati a convertire i malay. Ma è il tessuto sociale nazionale che è cambiato: da tempo, il mito dell'armonia tra comunità in un Paese multietnico stava mostrando i suoi limiti. I vantaggi assegnati dalla Costituzione ai Malay dopo i sanguinosi scontri razziali del 1969 - posti riservati nell'istruzione pubblica, facilitazioni economiche - apparivano sempre più discriminatori, provocando risentimento tra le minoranze cinesi (20 percento, ma tradizionalmente più benestanti) e indiane (7 percento). Che negli ultimi anni hanno ingrossato le fila dei cristiani, tradizionalmente rappresentati dalle popolazioni indigene nel Borneo.

Finchè l'economia tirava e la Malaysia si arricchiva velocemente, il principio sembrava funzionare. Con il rallentamento della crescita negli ultimi anni, però, qualcosa si è rotto. L'opposizione di Anwar Ibrahim, un malay, ha saputo guadagnare consensi su una base multirazziale e multireligiosa: ora punta a scalzare l'Umno dal potere nelle prossime elezioni, ma nel frattempo Anwar dovrà difendersi da un processo (il secondo) per sodomia, un'accusa che lui (e molti osservatori) definisce politica. L'Islam nazionale, tradizionalmente moderato, ha gradualmente lasciato spazio a posizioni più conservatrici. Anche perché interessi religiosi, economici ed etno-linguistici, visti gli equilibri in vigore dagli anni Sessanta, vanno di pari passo. Ciò ha alimentato ulteriore diffidenza tra i cinesi e gli indiani, producendo un circolo vizioso.

Najib ha cercato di riguadagnare consensi con lo slogan "1Malaysia", nel tentativo di apparire un leader davvero nazionale, non solamente un difensore dei Malay. Ma dispute come quella sul nome di Allah non lo aiuteranno nell'intento, e l'incertezza intanto aumenta. La Malaysia, anche agli occhi degli investitori stranieri, non è più un'oasi felice ma un Paese a rischio di disordini, e in cerca di nuovi equilibri sociali. Il problema è che per trovarli, se le tendenze attuali continueranno, sembra inevitabile passare prima attraverso nuove turbolenze.

Alessandro Ursic

Parole chiave: malaysia, cristiani, musulmani, umno, allah, anwar, najib
Categoria: Diritti, Politica, Religione
Luogo: Malesia