stampa
invia
Scritto per noi da
Manrique Salvarrey*
L'industriale Sebastián Piñera, speculatore finanziario e proprietario della linea aerea Lan, del popolarissimo club di calcio Colo Colo e di moltre altre aziende leader dentro e fuori del paese, sarà il nuovo presidente del Cile. Ha sconfitto al ballottaggio il 17 gennaio Eduardo Frei, candidato di una cosiddetta Concertación Democrática che ha governato dalla fine della dittatura di Augusto Pinochet (1973-90). Per questo, e solo per questo, per i precedenti di Piñera e Frei, sono molti che optano per l'interpretazione più facile e parlano di un Cile che ha svoltato a destra. In realtà il Cile già stava a destra. Il cosiddetta compromesso della Cd con il "progressismo" era mera retorica. È certo, comunque, che nella sua gioventù Piñera appoggio la dittatura e che adesso è alleato con i pinochettisti, mentre Frei fu una vittima indiretta della dittatura. Non è una differenza da poco, ma come diceva l'ex presidente brasiliano Fernando Enrique Cardoso, una cosa è l'originale e altra la fotocopia. Durante lo svolgimento della campagna elettorale, Guillermo Holzmann, un politologo dell'Università statale del Cile, fu chiaro nel dire che "Piñera non si oppone a quanto fatto dalla Cd, la sua proposta ha a che fare con l'efficienza, è solo una questione di cambiamento di stile".
Dire che il Cile ha svoltato a destra implica, è importante ripeterlo, il grave errore di supporre che la Cd rappresentava un partito politico identificato con i grandi interessi popolari. Invece, i suoi debiti con i settori più deboli sono giganti, sia in materia di educazione, che di salute, politiche inclusive e previsione sociale. Basta pensare che durante gli anni l'istituzione della pensione privata imposta dalla dittatura è stato sostenuto dai quattro governi della Cd e preso come modello e paradigma di economia neoliberale. In questi termini, la campagna elettorale di Piñera è stata favorita perché, dopo due decadi di presidenti Cd, Michelle Bachelet non ha lasciato nemmeno il retrogusto di un supposto progressismo. A questo c'è da aggiungere la sistematica politica di confronto - e repressione - con i giovani che reclamano una insegnamento pubblico egualitario e gerarchizzato; gli insufficienti programmi di salute pubblica che l'hanno portata ad avere diversi scontri con i suoi colleghi, i medici del sistema statale; e il mancato riconoscimento dei diritti dei mapuches, popolo originario cileno.
La repressione lanciata contro i mapuches - che ha toccato momenti molto gravi, come l'assassionio da parte dei carabinieri del giovane dirigente Facundo Mendoza, la virutale militarizzazione delle zone di maggiore attività militante aborigena e la detenzione di decine di indigeni avvalendosi di leggi "antiterroriste" promulgate nel 1984, durante gli oscuri tempi di Pinochet - sono valsi alla Bachelet e alla sua Concertación il ripudio di enti come Amnesty International e Human's Rights Watch.
C'è, inoltre, una drammatica raltà della quale la Concertación Democrática è unica responsabile: il disinteresse dei cileni per tutto ciò che riguarda la politica. Alcuni dati sono alquanto esplicativi. In un universo di 12 milioni di persone, ce ne sono 4 milioni che avrebbero maturato il diritto di voto ma che non lo esercitano perché non si sono regristrati. Degli otto milioni che sono già iscritti, hanno votato solo in 6,5 milioni, 300mila hanno annullato il voto o lo hanno espresso bianco. In totale, un 47 percento dei potenziali elettori non ha partecipato alle elezioni. La crisi di rappresentatività dell'attuale democrazia cilena è fuori discussione e questi sì che è opera della Cd, che mai ha agito in favore di politiche partecipative.
Nelle ultime due elezioni, la destra pura già aveva messo in scacco la Cd, che alla fine vinse grazie ad accordi e concessioni dell'ultimo momento. Questa volta, l'oficialismo ha sofferto una grave scissione, quando il giovane deputato Marco Enriquez-Ominami accusò la vecchia classe dirigente di allontanarsi dai principi fondamentali, e creò un suo partito, La Nueva Mayoría para Chile, con la quale, al primo turno, si è accaparrato più del 20 percento. "E' la nuova sinistra", si vantò. Quando al ballottaggio tutti i partiti si sono schierati con Frei per evitare il trionfo dell'industriale, però, anche Enriquez-Ominami ha fatto lo stesso. , ma più di un terzo dei suoi elettori non lo ha fatto, andando ad assicurare la vittoria alla destra pura, l'originale, quando votare per la fotocopia aveva voluto dire, almeno, un atto di minima dignità. Così, se non fa un'autocritica profunda, Marco Enriquez Ominami dovrà scordarsi di reincarnare quella sinistra che, ai suoi tempi, capeggiò l'ex presidente socialista Salvador Allende.
*Manrique Salvarrey è un analista politico uruguayano che da anni vive a Buenos Aires
Testo raccolto e tradotto da
Stella Spinelli