25/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Per la Concertación il trionfo della destra (in realtà, della sua variante più virulenta: quella pinochetista) nelle presidenziali cilene potrebbe considerarsi come un ulteriore esempio di una "cronaca di una morte annunciata"

Scritto per noi da
Atilio A. Boron*


Per la Concertación il trionfo della destra (in realtà, della sua variante più virulenta: quella pinochetista) nelle presidenziali cilene potrebbe considerarsi come un ulteriore esempio di una "cronaca di una morte annunciata". La progressiva assimilazione dell'eredità ideologica della dittatura militare da parte dei principali quadri dell'alleanza democristiana-socialista ha fatto sì che la differenza tra Concertación e gli eredi politici del regime militare - Renovación Nacional e la Unión Demócrata Independiente - sono andati svanendo fino a diventare impercettibili per l'elettorato. Fernando Henrique Cardoso - migliore come sociologo che come presidente - amava ripetere ai suoi alunni che "alla lunga, i popoli sempre preferiranno l'originale alla copia". E aveva ragione. In questo caso, l'originale era il pinochetismo e i suoi eredi: Sebastián Piñera. La Concertación e il suo inverosimile candidato, la copia.

È questa una esagerazione ingiusta? Per niente. Ascoltiamo ciò che diceva Alejandro Foxley, il quale, tra il 1990 e il 1994 fu ministro delle Finanze di Patricio Aylwin, durante la non ancora ben inaugurata "transizione democratica". In questo ruolo, Foxley si sforzò di preservare e approfondire la rotta economica impressa dalla dittatura. Senatore della Democracia Cristiana dal 1998 al 2006 e ministro delle Relazioni estere del governo di Michelle Bachelet fra il 2006 e il 2009, tutto il suo operato fu marcato da una incondizionata sottomissione agli orientamenti stabiliti da Washington e dai suoi rappresentanti locali in Cile. Questo grande personaggio della Concertación dichiarava nel maggio 2000: "Pinochet ha realizzato una trasformazione, soprattutto nell'economia cilena, che è la più importante mai realizzata in questo secolo. Ha avuto il merito di anticipare il processo della globalizzazione... bisogna riconoscere la sua capacità visionaria per aprire l'economia al mondo, decentralizzare, deregolare. Questo suo contributo storico durerà per decenni in Cile. Inoltre, ha superato il test di quello che significa fare la storia, in quanto ha finito con il cambiare lo stile di vita di tutti i cileni in meglio, non in peggio. Questo è quello che credo, e questo inserisce Pinochet in alto nella storia del Cile". Pinochet visionario, Pinochet creatore del Cile moderno, Pinochet che ha cambiato il Cile in meglio! Gli orrori del pinochetismo con la sua sequenza di migliaia di morti, scomparsi, torturati, assassinati, delle libertà tolte, il terrorismo di stato e la sistematica violazione dei diritti umani: tutto è enormemente nascosto nel discorso sofista del tecnico "progressista".
Con dei quadri dirigenti che andavano facendo simili discorsi e con dei politici che, in molti casi, furono apertamente golpisti e facilitatori del blitz di Pinochet nel 1973, poteva la Concertación essere credibile come alternativa per superare il pinochetismo? In realtà quello che si dovrebbe trovare è il perché i cileni non abbiano deciso molto prima di sostituire la copia con l'originale.

Ma, la continuità fra il pinochetismo e i suoi successori "democratici" non avvenne solo nell'ammirazione, aperta o vergognosa, per l'opera e l'eredità storica di Pinochet. Emerge anche nelle politiche economiche "pro-mercato" e "pro-investimenti" portata avanti dalla Concertación durante due decadi e nel superstizioso rispetto per la Costituzione del 1980, un'opera maestra dell'autoritarismo e barriera formidabile contro ogni pretesa seria di democratizzare la vita politica cilena. Nei suoi trenta anni di vita, questo corpo costituzionale ha sperimentato soltanto riforme marginali, la più importante delle quali è stata la riduazione del mandato presidenziale a quattro anni e l'impossibilità di una rielezione immediata. Ma la camicia di forza che ha reso sclerotico un sistema partitico che nelle elezioni presidenziali appena avvenute ha finito di morire, ossia il regime binominale, è rimasto incolume, come lo sono rimaste le scandalose prerogative delle forze armate che, ancor oggi, sono distanti dall'essere subordinati al potere civile. Questa Costituzione fa sì che il Cile affronti esorbitanti spese militari, di molto superiori per esempio al Venezuela, e la cui quantità svela i sogni della Segretaria di Stato Hullary Clinton.

Con il trionfo di Piñera, il sistema partitico ordito dal regime pinochetista è stato ferito a m orte. L'implosione della Concertación è il compimento del suo inesorabile destine, e con esso della fine del sui spurio bipartitismo. Una parte importante della democrazia cristiana si avvicinerà al nuovo goberno mentre che un altro settore si impegnerà ad affrontare un difficile e poco promettendo cammino in solitaria. Non molto differente sono le prospettive che affronta il socialismo cileno, diviso tra un settore maggioritario che ha aderito senza riserve al neoliberalismo e un altro, molto minoritario, che ancora mantiene una certa fedeltà con la nobile eredità di Salvador Allende, che è probabile si stia rivoltando nella tomba nel vedere quel che hanno fatto i suoi presunti eredi politici.

Il futuro del Ps non sembra essere molto distinto da quello che ha avuto a suo tempo il Partito radicale, potente negli anni Trenta e Quaranta per poi languire fino a diventare completamente irrilevante.
Venti anni di governo "progressista" non sono stati sufficienti per consolidare un blocco storico alternativo, ma sono riusciti a unificare una destra che ora si impadronisce della vita politica del paese, completando con successo un cammino dal predominio economico-finanziario - fomentato dalle politiche economiche dei suoi predecessori alla Moneda - fino alla preminenza politica. La supremazia di destra sarà facilitata dalla divisione del polo di "centro-sinistra" e dalla sua diaspora in vari partiti, nessuno dei quali, almeno oggi, sarà in condizione di soddisfare l'egemonia della destra. Resta da vedere come reagirà l'eterogeneo spazio politico che in è incolonnato dietro la candidatura di Marco Enríquez Ominami, la cui performance al primo turno ha strappato un notevole 21 percento, principalmente grazie ai giovani. Un elemento non certo di poco conto che ci racconta con eloquenza la frustrazione cittadina è il disinteresse che la politica ha dimostrato per i giovani: si calcola che circa tre milioni e mezzi di loro non si siano registrati per votare, scoraggiati dalla spoliticizzazione che la Concertación ha promosso nel gestire gli affari pubblici. Se si fossero iscritti, i risultati elettorali sarebbero stati ben diversi. Il Cile ha un elettorato invecchiato, ogni volta più conservatore, con pochi giovani che, oltretutto, sono espressione della parte più benestante.
La sconfitta della Concertación manifesta i limiti del cosiddetto "progressismo", una sorta di terza via che ha già fallito in Europa, soprattutto nel Regno Unito e in Germania. Quello che caratterizza i governi di questa parte politica è la totale sottomissione alle forze del mercato e la debolezza della sua vocazione riformista, carende del coraggio necessario per superare le frontiere tracciate dal capitalismo neoliberale. Una delle chiavi per capire le disavventure elettorali del centro-sinistra in questa parte di mondo la dà la differente fortuna avuta dai governi che hanno intrapreso con decisione il cammino delle riforme sociali, economiche e istituzionali, come Venezuela, Bolivia ed Ecuador.
Mentre questi sembrano essere macchine ineguagliabili nell'inanellare una vittoria elettorale dietro l'altra con cifre schiaccianti, in Cile il progressismo è stato sconfitto così come sta rischiando di capitare in Argentina e in Brasile alle prossime presidenziali. Conclusione: se un governo vuole essere confermato dalle urne il cammino più sicuro è avanzare senza dilazioni né titubanze per il cammino delle riforme e, così, cristallizzare una base sociale di appoggio popolare che gli permetta di trionfare nelle contese elettorali. Chi non è disposto a seguire questo corso di azione si avvia, con la sua camminata caludicante, verso la restaurazione della destra.

Un'ultima considerazione: la sconfitta della Concertación peserà e molto sullo scenario sudamericano. Le cose si complicano per i governi di Venezuela, Bolivia, Ecuador e Cuba. L'ampliamento del Mercosur con la piena adesione del Venezuela dovrà affrontare nuovi ostacoli, sebbene non in maniera diretta visto che il Cile non è membro pieno di questo asse. E con il trionfo di Piñera, il blocco destrorso controlla, con l'eccezione dell'Ecuador, tutto il fianco del Pacifico latinoamericano. Inoltre, "l'effetto dimostrativo' del risultato elettorale cileno potrebbe arrivare a esercitare un certo e negtico influsso sulle elezioni presidenziali di ottobre nel 2010 in Brasile e quelle che si svolgeranno in Argentina, in entrambi i casi dando forza ai candidati della destra. D'altro canto, la bellica controffensiva imperiale degli Stai Uniti (Quarta flotta, basi militari in Colombia, golpe in Honduras) avrà da marzo un nuovo alleato, liberato dal qualsiasi compromesso, anche se storico, con il progetto emancipatore latinoamericano. Bisogna ricordare che anche se sotto i governi "progres" della Concertación, il ruolo che questi hanno sempre ricoperto è stato quello di un operatore privilegiato di Washington in America del Sud. Nel Summit del Mar del Plata, culminato con il naufragio dell'Alca, le voci a favore di questo accordo furono quelle di Ricardo Lagos e di Vicente Fox, sotto li sguardo complice di George W. Bush. Adesso questa tendenza "isolazionista" - e nel fondo anti-latinoamericana - si incontrerà sempre di più, controvertendo una profonda vocazione latinoamericana che il Cile ha saputo tenere e che sotto la presidenza di Salvador Allende arrivà al suo apogeo. Ma questo paese è cambiato "nel bene", come ha ricordato l'ex Cancelliere della Concertación, e oggi è il vero campione del neoliberalismo, titolo guadagnato fra le altre cose grazie alla firma dei trattati bilaterlai di libero commercio che regolano le sue relazioni economiche con oltre settanta paesi.
Dall'epoca della dittatura militare il disprezzo de La Moneda per l'America Latina è stato proverbiale e continua tutt'oggi. Un chiaro esempio di questo disinteresse è il fatto che il Cile preferisce importare petrolio dalla Nigeria piuttosto che dal Venezuela o che trovare un accordo con la Bolivia. Pochi giorni fa, Sebastián Edwards, uno dei promotori del neoliberalismo latinoamericano e sicuramente futuro consulente del nuovo governo, ha ratificato la validità della dottrina pinchetista dicendo che "economicamnete il nostro futuro è nel mondo e non in America Latina. Dobbiamo smettere di paragonarci ai nostri vicini. L'America Latina è la nostra geografia. Le nostre aspirazioni sono farci diventare come i paese della Ocde". Per questo i necessari processi di integrazione sovranazionale attualmente in atto in America Latina - a partire dal Mercosur per finire all'Unasur, passando per il Banco del Sud e altre iniziative simili che l'impero Usa invariabilmente ha cercato di posticipare o di far crollare - non riceveranno nuovi impulsi con un Piñera installatosi a La Moneda. Con Frei le cose non sarebbero stato molto differenti, ma almeno questi aveva un vago compromesso con l'elettorato che il suo contendente non ha. Quello che c'è dietro a Piñera, al contrario, sono le grida rabbiose dei suoi supporters mentre festeggiavano la vittoria, sventolando immagini e busti di Pinochet e intonando canti di gioia per aver chiuso una buona volta con quei "comunisti" infiltrati nel governo della Concertación. Niente di nuovo sotto il sole. Il decennio non poteva cominciare peggio. Più che mai, in tempi come questi, torna valido, per coloro che voglio cambiare un mondo diventato insopportabile e non solo insostenibile, quel saggio consiglio di Gramsci: "Pessimiso dell'inteligenza, ottimismo della volontà".

*Atilio Borón è un sociologo e politologo argentino, professore all'università di Buenos Aires, Segretario esecutivo del Clacso, Consiglio latinoamericano di scienze sociali.

Testo raccolto e tradotto da

 

Stella Spinelli

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