23/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Le polemiche tra Washington e Pechino dopo il caso Google sono solo la punta dell'iceberg

Il giorno dopo la clamorosa denuncia pubblica di Google, che ha accusato il governo cinese di aver condotto un massiccio cyber-attacco contro gli account Gmail di dissidenti cinesi e di condurre azioni di spionaggio contro aziende statunitensi infiltrandosi nella loro posto elettronica, il capo del comando militare Usa nel Pacifico, ammiraglio Robert Willard, ha preso la palla al balzo per alzare il tiro contro Pechino: "Anche le reti militari e governative Usa continuano a essere obiettivo di attacchi che originano in Cina, condotto con tecniche che potrebbero venire usate anche per colpirci in tempi di guerra".

Vista dagli Usa. Negli Usa questo argomento viene discusso e affrontato molto seriamente.
Tennis Blair, il direttore del dipartimento di coordinamento dei servizi segreti statunitensi, ha più volte messo in guardia l'amministrazione Obama dalle crescenti capacità cinesi di colpire le reti informatiche Usa.
Joel Brenner, l'ex direttore del controspionaggio statunitense (National Counterintelligence Executive) si è detto "molto preoccupato" per la attività degli hacker cinesi, "che ormai hanno violato e mappato tutte le reti informatiche nazionali che gestiscono la distribuzione energetica, idrica, il traffico e i voli aerei".
James Mulvenon, del Centro di analisi e ricerca per l'intelligence (che supporta tecnologicamente Cia, Nsa e altre agenzie), ha dichiarato che "i militari cinesi sono decisi a usare la pirateria informatica per colpire la nostra dipendenza dai sistemi cibernetici così da danneggiare la nostra operatività in caso di conflitto".
Secondo un rapporto dell'Fbi, il governo cinese ha reclutato 30mila esperti informatici e 150mila hacker allo scopo di spiare i segreti militari e industriali degli Stati Uniti.
"Tecnologia informatica, biotecnologia, difesa, finanza, energia, trasporti: tutti le componenti critiche su cui la nostra economia, il nostro governo e la nostra sicurezza si basano sono oggi a rischio", secondo Linton Wells II, esperto di sicurezza tecnologica del Pentagono.
Un rischio che, paradossalmente, è alimentato dalla logica di profitto del sistema produttivo statunitense. Come spiega Larry Wirtzel, ex attaché militare Usa a Pechino, oggi membro della Commissione Usa per la sicurezza dei rapporti economici Usa-Cina (Uscc), "la pratica della delocalizzazione della produzione in Cina, adottata da tutte le grandi aziende tecnologiche Usa per abbattere i costi di produzione, ha reso possibile all'intelligence di Pechino studiare da vicino i sistemi hardware e software statunitensi, le loro falle e i loro segreti, consentendo loro di inserirvi propri codici, delle 'botole' da usare poi per penetrarli".

Vista dalla Cina. Se Washington denuncia le crescenti attività aggressive degli hacker cinesi, Pechino risponde accusando gli Stati Uniti di fare altrettanto.
Venerdì, sull'onda del caso Google, il quotidiano China Daily, edito dal Partito comunista cinese, ha pubblicato un duro editoriale che inizia accusa gli Stati Uniti non solo di difendere strumentalmente le libertà di Internet (per poter liberamente interferire con le questioni interne di altri paesi), ma anche di aver creato per primi una struttura militare dedicata alla cyber-guerra e di averla più volte utilizzata contro la Cina.
"Nel 2002 l'ex presidente Goerge W. Bush, con la direttiva segreta per la sicurezza nazionale n.16, ha autorizzato la creazione della prima forza militare di hacker della storia, allo scopo di colpire i sistemi informatici nemici per controllare le loro reti finanziarie, governative e militari. Bush ha autorizzato il Pentagono a lanciare due attacchi di questo genere, nell'estate 2004 e all'inizio del 2008". L'editoriale prosegue spiegando che nel settembre 2008 questa nuova attività è stata temporaneamente affidata all'aeronautica militare, e che nel giugno 2009 il presidente Barack Obama ha deciso di creare un apposito US Cyber Command che, scrive il quotidiano del Partito comunista cinese, "avrà il proposito di sviluppare le capacità offensive in modo da poter lanciare, in caso di necessità, cyber-attacchi preventivi contro paesi nemici".
A capo del 'Cybercom', basato a Fort Meade, in Maryland, è il generale Keith Alexander, che è anche direttore della National Security Agency (Nsa).
Secondo il China Daily, "gli Stati Uniti hanno attualmente 80mila persone impegnate in programmi di cyber-guerra".

Enrico Piovesana

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