(Segue dalla prima puntata)
Il centro di Grozny ci si presenta completamente
devastato. Cancellato.
(V.
fotogallery). Là dove pochi anni fa sorgeva la Biblioteca Nazionale Chekov con il suo
frontone neoclassico, o il Gran Teatro con il suo enorme ingresso a
vetrata, o l’austero palazzo del famoso Istituto Petroltecnico di
Grozny, o l’Università Statale immersa tra gli alberi del campus, oggi
ci sono solo distese d’erba dove pascolano le mucche. Non c’è più
nemmeno un mattone.
Le strade cittadine sono ancora piene di buche aperte dalle granate. In
molti punti l’asfalto manca del tutto. Ovviamente, non c’è più alcun
impianto di scolo. Il risultato è che dopo le piogge, come quelle dei
giorni scorsi, le vie si trasformano in fiumi d’acqua e in pantani di
fango. Al punto che le auto spesso sono costrette a passare sui
marciapiedi. Solo i grossi camion militari e i blindati russi che
pattugliano le strade della città riescono a circolare senza problemi.

Le auto a Grozny non mancano: Lada, Volga, Uaz, tutte dello stesso
colore, bianco. Almeno il cofano e il tettuccio, perché le portiere
sono marroni di fango. E i finestrini immancabilmente oscurati.
In alcune zone c’è addirittura traffico, come ad esempio attorno al
sempre affollatissimo bazar centrale, una distesa di bancarelle
riparate da tendoni di plastica o da grandi tettoie di lamiera in cui
si vende di tutto e in gran quantità. Ortaggi e carni locali, pesce
secco del Caspio, vodka russa alla faccia dell’analcolismo islamico,
tessuti e vestiti uzbechi e kazachi di false marche italiane. E
soprattutto scarpe, per lo più turche, cui è dedicato un intero
capannone del mercato. Date le infernali condizioni della viabilità

pedonale, è ovvio che le calzature siano qui un bene di primaria
importanza. Tutte di colore nero, tinta predominante nel vestiario
ceceno. Neri sono i cappotti e le lunghe gonne delle donne, neri sono i
pantaloni e le giacche di pelle degli uomini. Nere sono anche le
berrette di lana indossate dai giovani. Quelli più religiosi portano
invece una papalina di velluto ricamato, verde o rosso bordeaux, e i
più anziani il tipico colbacco caucasico, alto e rigido, di pelo grigio
di astrakan. Gli unici colori compaiono nei variopinti foulard con cui
le donne meno giovani si coprono il capo in ossequio alla tradizione
islamica.
Nella zona intorno al mercato, ai pianterreni ristrutturati degli
edifici ancora in rovina, si trova una gran concentrazione di kafè:
piccoli locali dove la gente, nel privato di tavoli occultati da tende
e separé, mangia un piatto di galnash, gnocchi con bollito di pollo o
di manzo in salsa di patate o aglio, o di manti, ravioloni ripieni di
carne macinata in salsa di cipolle, pomodoro o carote. Il tutto seguito
dall’immancabile tazza di tè.

In vendita al mercato, oltre alla merce, ci sono anche persone: decine
di uomini, soprattutto giovani, che per tutto il giorno aspettano che
qualcuno offra loro un lavoretto di qualche ora o di qualche giorno. Il
lavoro, quello vero, in Cecenia non c’è, perché ogni attività
produttiva - raffinerie, fabbriche, aziende agricole - è stata
distrutta. La gente vive di espedienti. L’unica vera possibilità di
impiego è nei servizi di sicurezza governativi, polizia e guardie di
vario genere. O in quelli paragovernativi, le milizie filorusse dei
kadirovski capeggiate dal potente Ramzan Kadyrov, figlio dell’ex
presidente ceceno assassinato lo scorso maggio. Altrimenti resta la
poco consigliabile soluzione antigovernativa: andare a combattere i
russi sulle montagne del sud diventando boeviki, ribelli. Ma questo,
più che per denaro - solo le brigate islamiche di Basayev pagano bene -
avviene per desiderio di vendetta.
(Segue domani la terza puntata)