23/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Paraguay, 8 mesi che non piove. Comunità indios in ginocchio
Non piove ormai da otto mesi in Paraguay. La siccità ha già ucciso dodici persone e costretto intere famiglie ad abbandonare le proprie case in cerca di cibo. Le regioni più colpite sono quelle occidentali del Boqueron, dell’Alto Paraguay, del Presidente Hayes e del Chaco, alla frontiera con Bolivia, Brasile e Argentina, abitate per lo più da comunità indigene. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza e previsto l’invio di aiuti alimentari, ma la situazione non migliora. Perfino le scuole sono costrette a chiudere. Le lezioni sono già state sospese in cinquanta istituti. La maggioranza dei bambini sono partiti con i genitori verso le montagne, dove è più semplice procurarsi di che sopravvivere. Quelli rimasti sono troppo deboli e affamati per potersi permettere di seguire le lezioni. Dai professori indios arrivano le più serie denunce della gravità della situazione. "Non potrei mai chiedere ai miei alunni di continuare a venire in classe e di fare i compiti”. Amada Ramírez, insegnante dell'istituto elementare ‘Sanapana e Karanda’y Puku’, nel distretto di Presidente Hayes, descrive così la situazione. “La maggior parte arriva senza aver mangiato nulla e noi, maestri indigeni ci sentiamo totalmente impotenti Dei miei 35 scolari ormai ne viene soltanto una decina. E sono così deboli e affamati, che la soglia di attenzione e di interesse per lo studio è ridottissima. Tutti gli altri sono stati costretti a spostarsi con i genitori alla ricerca di palmito e miele per tirare avanti. Anche noi insegnanti stiamo soffrendo la fame. Come tutti del resto qui intorno. Perciò chiudiamo la scuola molto prima del tempo, dato che dieci o undici mesi di scuola all’anno sono sinceramente troppi per piccoli che non possono mai mangiare a sufficienza".
 
E pensare che questa situazione si ripete ogni anno. E’ consuetudine che per mesi non cada una goccia di pioggia, tanto che la carestia è diventata ormai un appuntamento fisso. Eppure le istituzioni hanno reagito come se fossero state colte alla sprovvista. Il ministero del Tesoro non ha stanziato i fondi sufficienti per far fronte decentemente all’emergenza. Il ministro dell’educazione, Blanca Ovelar, è stata criticata dai docenti indigeni per la tardiva presa di posizione e la segretaria dell’istruzione della regione di Alto Paraguay, Teodolina Díaz, è caduta dalle nuvole: “Se veramente sta accadendo qualcosa del genere – ha detto qualche giorno fa - non ne sono stata informata. Ricordo però ai professori che devono terminare il programma scolastico come stabilito dal ministero”. 
 
Nonostante il Comitato di Emergenza Nazionale (Cen), preposto a intervenire e far fronte alla situazione, abbia inviato cinquanta autocisterne di acqua contenenti cinquemila litri cadauno e mille pacchetti di viveri, le comunità indigene sono allo stremo. Molti gli affetti da vomito e diarrea procurati dall’uso di acqua infetta, principale causa di morte per uomini e animali.
 
Sono ormai venti giorni che l’emergenza è iniziata. E peggiora ogni giorno.
La prossima settimana si valuterà se rendere definitiva la chiusura degli istituti scolastici.
Il presidente del Cen e il ministro Ovelar si sono riuniti per analizzare la vicenda e decidere quali fra i gruppi indigeni coinvolti siano i più bisognosi, in modo da stabilire le priorità. Decisiva sarà la quantità di studenti: sono loro i prescelti a ricevere i primi alimentari, dato che solo così potranno tornare a scuola e finire il programma scolastico ministeriale. Come se il grado di urgenza fosse da stabilire in base alla necessità d’istruzione piuttosto che dall’emergenza sanitaria.

I tre dipartimenti colpiti contano undicimila famiglie indigene e non tutte stanno ricevendo il riso, i fagioli, l’olio, le erbe, lo zucchero, gli spaghetti, e le altre vivande previste dal Cen. Né tanto meno l’acqua.
“E’ chiaro che la dichiarazione di emergenza nazionale non sta dando i risultati sperati, perché né il Cen né il governo dipartimentale hanno i mezzi sufficienti per far soddisfare i bisogni delle comunità colpite”, ha spiegato Valentin Ayala, un abitante della comunità indigena del Chaco. “La settimana scorsa, un camion cisterna del Comitato di Emergenza è arrivato, ha distribuito un po’ di acqua ad alcune famiglie, e poi ha smesso di funzionare, così di colpo. Se n’è andato con la promessa di tornare. Ma ad oggi non si è ancora rivisto. Comunque non possiamo starcene con le mani in mano in attesa che le autorità improvvisino ogni anno una soluzione estemporanea. Dobbiamo organizzarci meglio e cercare una soluzione duratura al problema della siccità, come costruire delle cisterne, per esempio. E subito, dato che ogni anno la carestia peggiora”.

“I nostri animali stanno morendo e le coltivazioni seccandosi. Per avere un po’ d’acqua dobbiamo camminare chilometri”, racconta Anastasio Núñez di El Solitario. “Stiamo cercando una maniera per uscire vivi da questa tragedia”. Anche dai nativi di Yi`shinachat arrivano richieste di aiuto.

Intanto, mentre il problema principale sembra appunto che gli alunni non potranno rispettare il programma ministeriale, alle camionette colme di viveri del Cen non resta che fare la spola all’impazzata, su e giù per il Paese, per evitare altre morti.

Stella Spinelli

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