
Il motore urla, al limite delle sue possibilità.
Ibrahim spinge la sua
vecchia Volga a centosessanta all’ora sulla strada che dall’Inguscezia
porta in Cecenia.
Una stretta striscia d’asfalto resa scivolosa dalla
pioggia che cade da un cielo basso e nero.
Fuori dai finestrini
infangati sfilano velocissimi gli alberi spogli che separano la
carreggiata dalla desolazione marrone della steppa.
Non è ancora Cecenia, ma la guerra ormai è arrivata anche qui, sotto
forma di agguati stradali e sporadici scontri a fuoco tra militari
russi e ribelli indipendentisti.
Per questo Ibrahim vuole rimanere in
viaggio il meno possibile.
Inutile cercare di mettersi la cintura di sicurezza: l’aggancio vicino
al freno a mano è ostruito da un kalashnikov, la canna rivolta verso i
compagni di viaggio che siedono sui sedili posteriori. Meglio non
toccare niente e tenersi forte.

A fermare la folle corsa blocchi di cemento, filo spinato, sacchi di
sabbia e due blindati russi a lato della strada con i cannoncini
puntati sulle auto che si fermano al checkpoint d’ingresso in Cecenia.
La nostra non è tra quelle: Ibrahim rallenta ma tira dritto salutando i
soldati russi che lo lasciano passare vedendo il suo tesserino di
autista governativo.
Siamo in Cecenia.
Il viaggio riprende più forsennato di prima, interrotto di tanto in
tanto dai posti di blocco dell’esercito russo.
Incrociamo solo camion
militari.

Attraversiamo alcuni villaggi abbandonati. Casette di mattoni
in rovina, con il tetto carbonizzato, circondate da campi incolti. Ma
sul ciglio della strada qualcuno aspetta con paziente fiducia qualche
acquirente per le patate e le cipolle del suo orto.
Man mano che ci avviciniamo a Grozny, spariscono gli alberi a lato
della carreggiata, tagliati per farne legna da ardere dagli abitanti
della città.
Un ultimo grande posto di blocco segnala l’ingresso nella capitale
cecena.
Tra i campi appaiono i primi ruderi dei grandi condomini della
periferia.
Alcuni sono solo cumuli di macerie.
Di altri non rimangono
che diroccati scheletri di cemento armato.

Molti edifici hanno intere ali crollate sotto le bombe.
Le mura rimaste
in piedi, sventrate dalle voragini rotonde delle cannonate, sono
completamente scrostate da un’incredibile quantità di fori di
pallottole.
Nell’inverno del ’99, quando i russi assediavano Grozny, questa era la
linea del fronte. Dalle finestre di questi condomini le forze
indipendentiste di Mashkhadov cercavano di difendere la città, che
intanto veniva bombardata a tappeto dall’aviazione russa. Ci furono
venticinquemila morti in poche settimane.
E si vede.
(Segue domani la seconda puntata)