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Stipe Mesic, ora che si appresta a lasciare la presidenza della Croazia a Ivo Josipovic, vincitore delle ultime elezioni, non rinuncia a far parlare di se. L'ultima burrasca che ha investito il presidente croato, non nuovo a dichiarazioni che scatenano polemiche, riguarda le sue dichiarazioni circa un'eventuale indipendenza della Repubblica Srpska, la parte serba della Bosnia Erzegovina.
Esagerazioni informali. "Io non credo che esista in questo momento nessuno davvero intenzionato a distruggere l'integrità della Bosnia", ha dichiarato Mesic durante un colloquio informale con alcuni giornalisti, "ma in base all'Accordo di Dayton del 1995 (che pose fine alla guerra nella ex-Jugoslavia ndr) la Croazia è uno dei garanti della sopravvivenza della Bosnia - Erzegovina e la sua disgregazione è inaccettabile. Nel caso di un referendum sulla secessione della Repubblica Srpska, come presidente della Croazia non esiterei un attimo a inviare l'esercito". Il quotidiano Novi List ha pubblicato, il 19 gennaio 2010, le parole di Mesic scatenando un putiferio. Il presidente croato si è difeso, ribadendo di aver solo voluto mettere in guardia il mondo dal rischio di una secessione dei serbi di Bosnia. Dopo la guerra, nel 1995, la Bosnia - Erzegovina nacque come federazione tra la Bosnia e l'Erzegovina (abitate in maggioranza da musulmani e croati) e la Repubblica Srpska, abitata dai serbi. Il Paese, però, sembra paralizzato in un eterno dopoguerra, anche a causa del sistema di governo emerso dagli Accordi di Dayton che prevede l'unanimità dei rappresentanti delle tre comunità sulle tematiche essenziali della vita di uno Stato. Gli strali di Mesic erano indirizzati, in particolare, a Milorad Dodik, leader dei serbi di Bosnia che, ad arte secondo il presidente della Croazia, sventola il vessillo della secessione (Dodik ha promesso un referendum entro fine gennaio 2010, ma solo sull'appoggio popolare allo spirito di Dayton) quando vuole ottenere qualcosa dalla comunità internazionale.
Parole pesanti come pietre. "Quelle di Mesic sono inquietanti minacce di una persona che ha iniziato la carriera politica con la guerra e che vorrebbe ora concluderla nello stesso modo", ha replicato Dodik all'agenzia stampa Fena. "Queste dichiarazioni sono un invito guerrafondaio e sono drammatiche tanto più considerato che Mesic è tuttora il presidente e comandante supremo delle forze armate della Croazia, membro della Nato". Dodik, certo, non è la persona più indicata a fare la morale a nessuno. Proprio lui, in passato, ha sfidato la comunità internazionale con dichiarazioni sopra le righe, come nell'ultimo vertice di Butmir, alle porte di Sarajevo, dove Usa e Ue tentavano di trovare un accordo per sbloccare le riforme istituzionali in Bosnia. Mesic, dal canto suo, è un duro.
Stjepan "Stipe" Mesic, 76enne, è stato l'ultimo presidente della ex-Jugoslavia prima della dissoluzione. Divenne primo ministro subito dopo l'indipendenza della Croazia, con Franjo Tudjman presidente. Con lo stesso Tudjman era stato tra i fondatori della Comunità Democratica Croata (Hdz), partito da forti accenti nazionalistici che ha governato la Croazia dall'indipendenza fino alle presidenziali del 10 gennaio scorso. Nel 1994, però, l'idillio tra i due finì e Mesic uscì dal partito fondando un suo movimento che, nel 1997, confluì nel Partito Popolare Croato (Hns).
Divenuto presidente nel 2000, concluse il cammino di allontanamento dal nazionalismo condannando l'operato del predecessore Tudjman e allontanando dai vertici dell'esercito i militari più compromessi. La sua testimonianza davanti al tribunale dell'Aja gli valse l'accusa di tradimento da parte della destra.
Spesso controcorrente. Mesic non è uomo impressionabile: contrario alla guerra in Iraq nel 2003, amico di Gheddafi quando la Libia era uno stato canaglia. Al presidente croato non manca la personalità. Lo sa bene il presidente italiano Giorgio Napolitano che, nel febbraio 2007, commemorando i massacri delle foibe, parlò di "pulizia etnica". Nel suo intervento per il 'giorno del ricordo', Napolitano parlò dei fiumani e dei dalmati come vittime di un "moto di odio e di furia sanguinaria e di un disegno annessionistico slavo che prevalse nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica". Una frase che, da parte di alcuni, venne letta come una replica indiretta a Mesic che, in un'intervista alla Rai, aveva definito l'eccidio delle foibe "una reazione ai crimini fascisti". Mesic andò su tutte le furie.
"Sono costernato dalle dichiarazioni di Napolitano. Parole nelle quali è impossibile non intravedere elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico", commentò Mesic. La crisi diplomatica si risolse, ma c'è da scommettere che quando il 18 febbraio prossimo Josipovic prenderà il posto dell'attuale presidente croato nelle cancellerie di mezzo mondo tireranno un sospiro di sollievo in molti. Josipovic, dopo la campagna elettorale, ha teso una mano a Belgrado per inaugurare una stagione del dialogo tra Serbia e Croazia. L'Unione europea plaude alla prova di consegnare la Storia al passato, operazione mai facile nei Balcani.
Christian Elia
Parole chiave: stipe mesic, giorgio napolitano, foibe, milorad dodik, repubblica srpska