scritto per noi da
Valentina Soluri

La vita del soldato Thomas credo sia cominciata a sei anni, quando lui e i suoi
tre fratelli sono stati affidati al padre, che aveva un avvocato molto ricco,
e la madre non ha più voluto vedere nessuno dei suoi quattro figli. Thomas non
sa il perché, e di queste faccende si occuperà nel 2009, quando il suo contratto
con il corpo dei Marines sarà terminato e lui potrà comprare casa vicino a Daytona
Beach, Florida, dove è nato e cresciuto, e bere birra con suo padre davanti alla
spiaggia. Anziché andare in Giappone, per dove partirà in questi giorni, e dove
gli Stati Uniti stazionano in misura massiccia ancora oggi.
Le ragioni di una scelta. Thomas spiega in questo modo l'aver scelto la carriera militare: il suo amico
d'infanzia Darrell, marine in Afghanistan, è stato uno di quelli tornati a casa in una bara. Ventisette
ragazzini del paese, quella stessa sera, hanno firmato per diventare come lui.
Quando lo psicologo militare gli ha chiesto se avesse mai desiderato uccidere
qualcuno, e deciso che la risposta era corretta, Thomas aveva appena compiuto
diciotto anni. Lui e suo fratello si sono fatti tatuare lo stesso pugnale a stelle
e strisce, e la stessa scritta USMC (United States Marine Corps) che aveva sul braccio il primo amico ucciso. Sono bravi ragazzi, come tanti
altri americani: buoni, ingenui, e fiduciosi che la morte di una persona cara
venga vendicata con gloria dalla propria. Convincere un minorenne statunitense
che andare in guerra significa essere un eroe sembra semplice come rubare le caramelle
a un bambino. E per quanto le ragioni di Thomas appaiano naif ai suoi interlocutori
più adulti o più istruiti, è difficile non provare simpatia per il soldato semplice,
quando ne trovi uno con cui parlare.
Il relax prima della partenza. Siamo a San Diego, California del sud, dove sono lontani lo spirito pacifista
e l’avanguardia hippy di San Francisco; e dove l'esercito americano possiede una
delle principali basi di reclutamento. Thomas e altri cinque o sei coetanei si
godono l'ultimo weekend di festa prima della partenza, e fanno a gara a chi beve
più birra sulla spiaggia, mentre le famiglie comprano i gelati ai bambini, i turisti
fanno surf e i veterani di guerra sonnecchiano al sole sulle loro sedie a rotelle.
Un gruppo di ragazzi di Philadelphia giura che piuttosto che fare quella vita
loro scapperanno in Canada; e guardano sconsolati i
marine ubriachi alle quattro del pomeriggio. Qualcuno sghignazza: "e pensare che stanno
difendendo la sicurezza del nostro paese!".
Entrano ragazzi, escono uomini. Eppure non si può certo dire che il governo americano non faccia il possibile
per questi disgraziati che a scuola non hanno dimostrato alcun talento: garantisce
loro il senso della disciplina, li ripulisce di tutte quelle porcherie - cocaina,
ecstasy ed LSD - che aveva reso loro così facilmente accessibili durante l'adolescenza,
e li trasforma in quegli uomini gentili che conquistano le donne nei film, sono
circondati di rispetto a casa, e somigliano a come noi italiani potremmo immaginare
il ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stones. Thomas e gli altri cantano
"Knockin’ on Heaven's door", non hanno ancora l'età per entrare nei locali e per
adesso non hanno ucciso nessuno.
Un mestiere pericoloso. Non come il mio amico Michael, che ora fa il lavapiatti, e che per quattro anni
ha vissuto come mercenario in Rwanda, guadagnando 10.000 dollari al giorno. Un
giorno gli ho chiesto che fine ha fatto tutto quel denaro, e la risposta è stata
semplice: "l'ho speso". Dopo quattro anni di carriera, Michael è finito in un
agguato, e ancora oggi porta i pezzetti di bomba incastrati tra il cranio e la
pelle. Dato l'alto rischio del suo mestiere, un'assicurazione medica non era garantita:
tutti i soldi guadagnati come killer professionista non gli hanno comprato l'
American dream, sono stati appena sufficienti a non morire lui stesso.