05/03/2004
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In Myanmar non è concesso essere malati e spesso le famiglie rinunciano ai propri figli
Dietro i bambù e gli hibiscus in fiore, si nasconde il piccolo
orfanotrofio e centro per disabili di Payaphyu, nello Stato birmano più
grande, lo Shan. Per i suoi circa 160 ospiti di ogni età, il centro è
quasi sempre un luogo di non ritorno. Soprattutto i malati,
stigmatizzati e allontanati dalla società birmana tra cui ciechi,
sordi, muti, poliomielitici, mutilati, epilettici, malati psichici,
arrivano all’istituto ancora bambini e lì invecchiano senza poter
seguire percorsi terapeutici o riabilitativi.
La povertà di queste zone è estrema. L’unico contatto con il mondo
esterno Suor Benedetta Nu Nu, direttrice del centro fondato dal Pime
nel lontano 1962, lo ha attraverso le visite e le lettere di chi
aderisce al programma di adozione a distanza e degli operatori
umanitari di New Humanity
“Ogni giorno trovo orfani e disabili alla mia porta. La verità è che
sono costretta a respingerli perché non posso aiutarli tutti. Vi
chiederete – scrive la suora – perché le famiglie non vogliono
prendersi cura di queste persone. Il motivo sono le condizioni di
miseria in cui vivono. Per far sopravvivere i loro figli, possono solo
lasciarli a noi”. Attualmente sono dodici le suore, compresa Suor Nu
Nu, che si prendono cura di 142 disabili e 28 orfani: 8 femmine e 20
maschi dai 4 ai 20 anni.
Il sovraffollamento è uno dei principali problemi del centro.
Ecco qualche stralcio delle lettere di Suor Nu Nu: "Cerco di sviluppare
le loro abilità manuali. Tutti gli handicappati e le sorelle si sono
riuniti per preparare cartoline di Natale. Con amore, 29 novembre
2002”. E ancora: “Nove bambini frequentano la scuola elementare, uno la
media e altri cinque le superiori”. Un grande traguardo per la
direttrice, che deve provvedere “a tasse scolastiche, uniformi,
quaderni e altri accessori”. La casa d’accoglienza è dotata di una
scuola interna per bambini poliomielitici o con malformazioni “che non
troverebbero all’esterno l’accoglienza necessaria al loro sviluppo”.
Pochi frequentano corsi statali. “Sono riuscita a iscrivere un ragazzo
cieco a una scuola del governo, sta imparando alcuni lavori di
artigianato. Spero che tutto vada bene”
Nel Myanmar, la Birmania di un tempo, ogni servizio è regolato e
controllato dai ministeri e sottoministeri della giunta al potere: uno
dei regimi più sanguinari in Asia dal 1948 a oggi. Offrire una cultura
ai propri figli (l'alfabetizzazione é largamente diffusa) costa ai
birmani grandi sacrifici. Le scuole primarie sono presenti in quasi
tutto il Paese, ma non ricevono di fatto finanziamenti dallo Stato.
Sono le famiglie delle zone rurali, le più povere, a fornire vitto e
alloggio ai maestri provenienti dalle città.
La struttura riesce a garantire cibo e cure mediche ai minimi termini.
Nel centro si mangia quotidianamente riso con poco condimento e solo
due volte al mese della carne. La verdura è prodotta nella comunità con
il contributo dei più grandi che collaborano anche all’allevamento di
qualche maiale e gallina. Il Centro riceve delle donazioni dalla
Diocesi, da membri dell’esercito e benefattori privati locali, spesso
sono donazioni in natura.
I disabili soffrono per la carenza di assistenza medica e di appositi
sostegni. “Le malattie meno gravi le curiamo in casa. Portiamo i
ragazzi all’ospedale o in una clinica solo in caso di estrema
necessità. Per alcuni pazienti poi, come i disabili, servono
trattamenti specifici. Non sempre siamo in grado di assicurarli. Non
abbiamo soldi a sufficienza”, dice ancora la suora.
Nel centro mancano personale medico e paramedico qualificato,
un’infermeria e una farmacia. Le suore non hanno alcuna preparazione
sanitaria. In Myanmar i farmaci e le visite sono a totale carico del
paziente, anche quando è ricoverato in ospedale. A Payaphyu coesistono
patologie molto diverse tra loro. Alcune di queste, in assenza di
visite mediche, non possono essere né diagnosticate né curate. Problemi
di tipo culturale, poi, aggravano le condizioni dei malati: l’epilessia
per esempio viene considerata una malattia contagiosa e incurabile.
Una giovane epilettica, madre di due figli, è stata allontanata dal suo
villaggio e dalla sua famiglia. Eppure le crisi convulsive da cui è
colpita sarebbero facilmente controllabili con una terapia idonea. La
donna non riesce ad adattarsi alla vita nel centro ed è caduta in una
profonda depressione. Annullata dal male oscuro è anche un’altra
giovane madre della popolazione Pa’O, una delle oltre 300 che abitano
la regione. A causa della malattia ha dovuto portare la figlia, di soli
due mesi, al centro. Intanto la nonna della bambina cerca di guadagnare
qualche soldo. Si sveglia all’alba per andare a vendere verdure nei
mercati più vicini.
Nell’isolamento più totale vivono anche sordomuti, ciechi e ritardati
mentali. Riescono a comunicare solo per i bisogni primari. In genere
dopo i 14 anni, smettono di studiare e vanno a lavorare i campi.
Visitando il centro, si sente il rumore stridulo delle carrozzelle.
Sono quelle dei bambini poliomielitici, vecchie di anni. “Questo è un
saluto di Joseph Aung, figlio adottato – scrive Nu Nu in inglese con
una calligrafia che ricorda i segni tondi e apparentemente tutti uguali
della sua lingua – Joseph va in una scuola vicina e studia. Vede solo
da un occhio, è abbastanza intelligente e molto attivo”. “Mamma ti amo.
Grazie. Tanti baci”, aggiunge il bambino in italiano insieme a un
disegno. La suora utilizza le offerte dei privati per far fronte alle
spese di medicinali, cure, stipendio del personale che deve assistere i
piccoli.
Quale futuro attende questi ragazzi? In genere rimangono in istituto
anche dopo la maggiore età, i 18 anni. La maggior parte delle ragazze
si sposano o scelgono di aiutare le suore che le hanno cresciute. Il
destino dei giovani uomini, invece, è a senso unico: nessuno di loro si
è mai sposato. Alcuni vanno in seminario per diventare sacerdoti. Altri
rimangono al servizio del clero in un contesto di scarsa autonomia.
Francesca Lancini