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Scritto per noi da
Margherita Dean
Un uomo dagli occhi gelidi, un uomo che ama far parlare di sé, non importa come, un uomo che ha fatto del suo mestiere il lascia condotto per sbraitare dalle televisioni, giudicando giusti ed ingiusti, un difensore del buon costume, che non ha esitato a mostrarsi alle camere tumefatto in viso per i colpi ricevuti dai suoi rivali d'amore, uno che si è fatto da sé, usando i media, esprimendo opinioni spesso al limite del razzismo. Un avvocato penalista, Alexis Koughias, difensore dell'agente speciale di polizia che, il 6 dicembre 2008, sparò ed uccise il giovanissimo Alexandros Grigoropoulos.
In una sua dichiarazione, risalente al 10 dicembre 2008, quattro giorni dopo l'omicidio del giovanissimo ragazzo, l'avvocato del poliziotto dichiarò che sarebbe stata la Giustizia a stabilire se quel colpo di rivoltella era necessario o meno. Morire a quindici anni, infatti, può forse essere motivato, stando al pensiero dell'avvocato difensore, quando si portano i capelli lunghi, si è vestiti male, si indossa il cappuccio della felpa, non si è ottimi scolari e, insomma, che ci fa un giovanotto di buona creanza in un quartiere come Exarchia al sabato sera?
Diffamazioni cui Virginia Tsalikian, la mamma di Alexandros, non ha mai risposto, silenziosa ed inavvicinabile nel corso dei mesi che condussero al novembre del 2009, quando i vertici della magistratura greca decisero di spostare l'imminente processo dei due poliziotti coinvolti nell'omicidio, da Atene ad Amfissa, dal 15 dicembre 2009 al 20 gennaio 2010.
Si sa, un processo così stimola le fantasie eversive di alcuni, la capitale non avrebbe saputo rispondere alle manifestazioni, cui Amfissa, cittadina sconosciuta o poco più, darà, invece, una risposta ferma e decisa. Non ci si può non chiedere, allora, se sia stravagante pensare che la distanza di Amfissa da Atene, centocinquanta chilometri, possa creare disagi alle parti in causa, ai testimoni oculari, per esempio, che si dovranno assentare per un viaggio non proprio di piacere. È davvero bizzarro considerare che una madre, Virginia Tsalikian, non abbia nulla in contrario agli spostamenti temporali e geografici del processo per l'omicidio del figlio? Si può davvero credere che Virginia Tsalikian mantenga il suo silenzio e che la sua dignità la porti ad ingoiare l'ultimo affronto di un potere che le ha ucciso Alexis?
Il punto, infatti, è che i vertici dei Ministeri di Giustizia e di Difesa del Cittadino non possano assicurare la celebrazione di un processo ad Atene, quanta che sia la carica emotiva e politica dell'evento.
Alexis Koughia, però, ci ha pensato: all'inaugurazione, prevista per oggi, del processo, chiederà, con ogni probabilità, un rinvio perché ‘'impegnato in altri casi''. Il procedimento si fermerà prima ancora di iniziare e a Virginia non rimarrà altro da fare che tornare a casa, ad Atene, ove trascorrere l'attesa della prossima udienza. Quanto ad Amfissa, sarà improvvisamente allagata da giornalisti, telecamere, microfoni, agenti dell'ordine in trasferta da Atene, da studenti ed anarchici che si sono dati appuntamento, molte settimane or sono, nella cittadina, per manifestare contro gli organi della polizia ed in memoria del tragico fallimento dell'idea stessa di pubblica sicurezza o, come si chiama oggi, di difesa del cittadino.
Angelo Miotto