25/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Elezioni presidenziali il 26 gennaio. Rajapaksa rischia di venire scalzato dall'ex capo dell'esercito, sostenuto dal partito tamil

Martedì prossimo in Sri Lanka si terranno le elezioni presidenziali. Le prime dopo la fine della lunga e sanguinosa guerra civile tra il governo della maggioranza singalese e gli indipendentisti della minoranza tamil.

I due vincitori della guerra. A contendersi la poltrona di questa strategica isola sudasiatica - in bilico tra le sfere d'influenza occidentale e cinese - sono il presidente uscente, ultranazionalista singalese, Mahinda Rajapaksa, e l'ex comandante dell'esercito, anch'egli singalese, Sarath Fonseka. Insomma, i due candidati sono i principali protagonisti della vittoria sulle Tigri tamil, di cui entrambi si contendono il merito, ma anche i massimi responsabili dei crimini di guerra commessi contro la popolazione civile tamil, ma di questo, guarda caso, entrambi si rimpallano la colpa.

Tamil, l'ago della bilancia. L'elettorato singalese è spaccato in due tra chi voterà il presidente e chi il generale. Quindi a decidere chi sarà il prossimo pressidente dello Sri Lanka, per ironia della sorte, saranno gli sconfitti e umiliati tamil - il 14 per cento dell'elettorato - che ora si trovano a scegliere tra chi ha ordinato una guerra genocida contro di loro e chi l'ha condotta con cinico zelo.
Non stupisce che la maggior parte dei tamil abbiano deciso di disertare le urne. In particolare i 300 mila tamil del nord sfollati dalla guerra, di cui 100 mila ancora rinchiusi nel campo di prigionia militare di Malik Farm.

Il partito tamil con Fonseka. Sulla carta, i voti dei tamil che si recheranno effettivamente alle urne dovrebbero andare al generale Fonseka, il quale è riuscito a incassare il sostegno ufficiale del principale partito politico della minoranza tamil: l'Alleanza nazionale tamil (Tna), storica formazione considerata il braccio politico dell'indipendentismo armato dell'Ltte, ma ora su posizioni ultramoderate e solo vagamente autonomiste - e per questo sempre meno popolare tra i tamil.

Le promesse di Fonseka ai tamil. Alla Tna, guidata dal vecchio Rajavarothiam Sampanthan, Fonseka ha promesso in caso di vittoria la liberazione e il reinsediamento di tutti gli sfollati tamil, il rilascio dei prigionieri politici, la smilitarizzazione dei territori tamil ‘riconquistati' dall'esercito, la concessione di una parziale autonomia al tamil eelam, la patria tamil, e in generale la fine delle politiche discriminatorie che stanno alla radice della questione tamil. Ma soprattutto ha avuto la scaltrezza di accusare pubblicamente Gotabaya Rajapaksa, fratello del presidente e ministro della Difesa, come vero responsabile dei crimini di guerra al quale lui, Fonseka, era costretto ad obbedire.

Singalesi e Usa stanchi di Rajapaksa. Alla fine, però, il generale Fonseka potrebbe vincere non tanto per i voti tamil - che comunque saranno pochi - quanto per quelli dei singalesi meno nazionalisti e stanchi della sfacciata corruzione che ha caratterizzato l'amministrazione Rajapaksa.
A favore dell'ex capo dell'esercito potrebbe giocare anche il desiderio della comunità internazionale - in particolare degli Stati Uniti - di sostenere un ‘cambio di regime' a Colombo, per porre fine a una presidenza che si è progressivamente smarcata dall'influenza occidentale, stringendo rapporti di amicizia con l'Iran e soprattutto con la Cina, cui Rajapaksa ha concesso la costruzione di un grande porto (per ora solo ad uso commerciale) sulla costa meridionale dello Sri Lanka, ad Hambantota.

Enrico Piovesana

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