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Martedì prossimo in Sri Lanka si terranno le elezioni presidenziali. Le prime dopo la fine della lunga e sanguinosa guerra civile tra il governo della maggioranza singalese e gli indipendentisti della minoranza tamil.
I due vincitori della guerra. A contendersi la poltrona di questa strategica isola sudasiatica - in bilico tra le sfere d'influenza occidentale e cinese - sono il presidente uscente, ultranazionalista singalese, Mahinda Rajapaksa, e l'ex comandante dell'esercito, anch'egli singalese, Sarath Fonseka. Insomma, i due candidati sono i principali protagonisti della vittoria sulle Tigri tamil, di cui entrambi si contendono il merito, ma anche i massimi responsabili dei crimini di guerra commessi contro la popolazione civile tamil, ma di questo, guarda caso, entrambi si rimpallano la colpa.
Tamil, l'ago della bilancia. L'elettorato singalese è spaccato in due tra chi voterà il presidente e chi il generale. Quindi a decidere chi sarà il prossimo pressidente dello Sri Lanka, per ironia della sorte, saranno gli sconfitti e umiliati tamil - il 14 per cento dell'elettorato - che ora si trovano a scegliere tra chi ha ordinato una guerra genocida contro di loro e chi l'ha condotta con cinico zelo.
Non stupisce che la maggior parte dei tamil abbiano deciso di disertare le urne. In particolare i 300 mila tamil del nord sfollati dalla guerra, di cui 100 mila ancora rinchiusi nel campo di prigionia militare di Malik Farm.
Il partito tamil con Fonseka. Sulla carta, i voti dei tamil che si recheranno effettivamente alle urne dovrebbero andare al generale Fonseka, il quale è riuscito a incassare il sostegno ufficiale del principale partito politico della minoranza tamil: l'Alleanza nazionale tamil (Tna), storica formazione considerata il braccio politico dell'indipendentismo armato dell'Ltte, ma ora su posizioni ultramoderate e solo vagamente autonomiste - e per questo sempre meno popolare tra i tamil.
Le promesse di Fonseka ai tamil. Alla Tna, guidata dal vecchio Rajavarothiam Sampanthan, Fonseka ha promesso in caso di vittoria la liberazione e il reinsediamento di tutti gli sfollati tamil, il rilascio dei prigionieri politici, la smilitarizzazione dei territori tamil ‘riconquistati' dall'esercito, la concessione di una parziale autonomia al tamil eelam, la patria tamil, e in generale la fine delle politiche discriminatorie che stanno alla radice della questione tamil. Ma soprattutto ha avuto la scaltrezza di accusare pubblicamente Gotabaya Rajapaksa, fratello del presidente e ministro della Difesa, come vero responsabile dei crimini di guerra al quale lui, Fonseka, era costretto ad obbedire.
Singalesi e Usa stanchi di Rajapaksa. Alla fine, però, il generale Fonseka potrebbe vincere non tanto per i voti tamil - che comunque saranno pochi - quanto per quelli dei singalesi meno nazionalisti e stanchi della sfacciata corruzione che ha caratterizzato l'amministrazione Rajapaksa.
A favore dell'ex capo dell'esercito potrebbe giocare anche il desiderio della comunità internazionale - in particolare degli Stati Uniti - di sostenere un ‘cambio di regime' a Colombo, per porre fine a una presidenza che si è progressivamente smarcata dall'influenza occidentale, stringendo rapporti di amicizia con l'Iran e soprattutto con la Cina, cui Rajapaksa ha concesso la costruzione di un grande porto (per ora solo ad uso commerciale) sulla costa meridionale dello Sri Lanka, ad Hambantota.
Enrico Piovesana