19/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Italia in Uganda usa l'addestramento delle forze locali dell'Amisom per influenzare il giudizio del governo di Kampala sui diritti dell'Eni sul lago Albert. Cooperazione allo sviluppo o do ut des?

22 Gennaio - Ora è ufficiale: l'Uganda ha reso noto ufficialmente, per bocca del proprio ministro dell'Energia, Hillary Onek, di avallare l'offerta di Eni per l'acquisto dei pozzi di Heritage Oil sul lago Albert. L'affare sulla vendita dei lotti 1 e 3A alla società di San Donato milanese era stato messo a repentaglio dal gruppo irlandese Tullow Oil che aveva cercato di impedire la manovra subito dopo un acquisto preliminare costato agli italiani 1,5 miliardi di euro. L'ipotesi che l'investimento potesse naufragare si era fatta sempre più probabile dopo che Tullow aveva avanzato i diritti di prelazione sull'area. L'ultima parola spettava al governo di Kampala all'interno del quale c'erano parecchie correnti contrarie a lasciare alla Tullow - che già possiede il 50 percento dei pozzi -  il monopolio sul petrolio nazionale. Dopo il viaggio del ministro degli Affari Esteri italiano, Franco Frattini, sono aumentate le possibilità sulla vittoria finale di Eni nell'intero processo di acquisizione. Il capo della Farnesina aveva infatti giudicato positive le offerte della società col cane a sei zampe e proposto all'establishment ugandese una cooperazione militare che prevedesse l'addestramento dei militari in forza alla Amisom (le truppe dell'Unione Africana in Somalia) da parte di reparti scelti dei carabinieri. Oggi la conferma che la Spa di piazzale Mattei ha ottenuto il tanto atteso veto governativo sul diritto di prelazione di Tullow.

 

Perchè l'Italia, per mezzo del ministro degli Affari Esteri Franco Frattini, avrebbe offerto le migliori unità dei carabinieri per addestrare le milizie ugandesi in forza all'Amisom (la missione dell'Unione Africana in Somalia)? La motivazione ufficiale addotta dalla Farnesina è quella del rafforzamento dei rapporti bilaterali fra i due Stati volto a contrastare il terrorismo internazionale. L'ipotesi sarebbe plausibile se non ci si accorgesse che la tappa ugandese, come tutto il tour africano, del capo della nostra diplomazia ha riportato a galla le speranze dell'Eni - l'ente idrocarburi a partecipazione statale - sulla possibilità di entrare ad operare nello Stato africano. Da Piazzale Mattei solo qualche settimana fa i vertici del colosso energetico si erano detti incerti sulla possibilità di poter acquistare i diritti per lo sfruttamento del 50 percento dei pozzi petroliferi nella Regione. "La partita è molto aperta" avevano sostenuto fonti vicine alla Farnesina prima del viaggio del capo della diplomazia italiana il quale, dopo l'incontro con il presidente Yoveri Kaguta Museveni, e con il ministro degli Esteri Sam Kutesa, ha sciolto ogni riserva confermando che "L'Eni ha un'offerta estremamente importante. Propone un investimento in Uganda che sfiora i 13 miliardi di dollari e che include la costruzione di una raffineria petrolifera e di una centrale elettrica". Per convincere l'establishment di Kampala a dare il via libera sull'affare, Frattini ha messo sul piatto una collaborazione militare che, se accettata, prevederà una cooperazione fra i nuclei scelti dei carabinieri e i 2500 militari ugandesi in forza all'Amisom. "Know how" in cambio di diritti sul petrolio oltre ai 21 milioni di euro deliberati nel biennio 2008-2009 per interventi dono nel Paese e l'annullamento totale - datato 17 aprile 2002 - dei 116 milioni di dollari di debito vantato dal nostro paese nei confronti del governo di Kampala.Aiutare l'Amisom nella lotta per la risoluzione della crisi in Somalia conferiscono buon senso ai propositi della politica estera italiana. Il problema è che questa logica del do ut des - tu mi concedi i diritti e io ti insegno a contrastare il terrorismo alla occidentale - sembra ridurre l'azione della nostra diplomazia ad un mercanteggiare degno dei migliori souk di Marrakech.Alla base del contenzioso c'è una manovra della società di San Donato Milanese che lo scorso dicembre aveva sottoscritto un contratto di prevendita da 1,5 miliardi di euro con la Heritage Oil per l'acquisto dei diritti sui blocchi 1 e 3A nei pressi del lago Albert. Sul buon esito della maxioperazione si è messa di traverso l'irlandese Tullow Oil, già padrona del 50 percento dei due blocchi, che ha vantato i propri diritti di prelazione sul lotto e bloccato, di fatto, la penetrazione commerciale dell'ente italiano nel Paese africano. L'unica possibilità per l'Eni di vincere la sfida è appesa alla posizione di diversi membri del gabinetto ugandese che hanno preannunciato il proprio "no" nei riguardi della possibilità che la Tullow detenga il 100 percento delle azioni sul petrolio locale.
Dalla sua la Tullow ha assicurato che l'operazione d'acquisto sarà seguita da una successiva vendita a una o due major (gli analisti ipotizzano Total e Exxonmobil) per favorire il miglioramento delle infrastrutture nella Regione. Ciò potrebbe convincere i detrattori della Tullow all'interno dell'esecutivo a dare il via libera agli irlandesi e mettere in scacco l'Eni. Da parte sua il presidente Museveni ha fatto sapere, per bocca del suo portavoce Tamale Mirundi, di non avere "alcuna preferenza per l'una o l'altra societa e che la commissione petrolifera presso il Ministero dell'Energia sta vagliando tutte le questioni".
L'ultima parola sulla possibilità di Eni di operare in Uganda spetta, a questo punto, al governo nazionale che proprio oggi, ha comunicato che si riunirà il 20 gennaio per decidere chi fra le due aziende vincerà la partita.

Antonio Marafioti

 

Parole chiave: Uganda, Eni
Categoria: Diritti, Risorse, Politica, Ambiente, Economia
Luogo: Uganda