23/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



"Il risultato delle elezioni in Cile, è un segnale di contraddizione per il corso che hanno preso gli eventi in America Latina nell'ultimo decennio". Guido Piccoli ci racconta come cambiano gli equilibri latinoamericani dopo la svolta a destra cilena

"Il risultato delle elezioni in Cile, è un segnale di contraddizione per il corso che hanno preso gli eventi in America Latina nell'ultimo decennio". A raccontarci come cambiano gli equilibri latinoamericani dopo la svolta a destra del Cile è Guido Piccoli, esperto di America Latina. "Un corso improntato al progresso politico e sociale in nome di un riscatto e di un autodeterminazione. E purtroppo è il medesimo segnale avvertito in Honduras, dove però si è imposto con modi assai differenti, dato che è avvenuto un colpo di stato. Stesso segnale, infine, sancito e rilanciato dalla Colombia di Alvaro Uribe, baluardo di conservazione e filo-americanismo. Eppure in Occidente, quanto sta accadendo in Cile lo si legge come un segnale di maturità, visto che si guarda esclusivamente alla questione dell'alternanza fra un governo timidamente orientato a sinistra e un altro certo meno timidamente orientato a destra. Questo passaggio dal governo di Bachelet a Piñera l'Occidente lo vede solo come segnale democratico. C'è di fatto che ritengo questa alternanza più formale che sostanziale, dato che quello Bachelet non era certo un governo radicale, anzi si è sempre distanziato dall'asse capeggiata da Chavez. Resta comunque preoccupante che abbia vinto un personaggio che, anche se racconta di aver detto no a Pinochet, proviene da una famiglia con Pinochet si è arricchita grazie alla connivenza con il dittatore e ha fatto parte del suo establishment.

Da cosa deriva?
Dal fatto che il governo cileno non sia riuscito ad andare al di là della persona della Bachelet, la quale sembra che se si fosse ricandidata avrebbe sbancato. A differenza di quei governi che hanno dimostrato di vincere e di poter continuare a vincere, come quello di Chavez o di Morales, smentendo la convinzione tutta italiana che a vincere è chi non lascia il centro, il cosiddetto centro sinistra cileno ha presentato un personaggio che non aveva niente di attraente, come l'ex presidente Frei, e ha perso. Nonostante Frei significasse la continuità con la Bachelet, dalla quale era stato indicato come suo successore. Quindi il Cile ha smentito, come lo ha fatto l'intera America Latina, la convinzione italiana, in quanto la coalizione che inglobava il centro ha ceduto di fronte a una estrema, ben schierata, radicale. E, premesso che anche la timida politica della Bachelet è stata meglio di quanto potrà fare un reazionario come Piñera, non è bastata per convincere e coinvolgere il paese. Che aveva bisogno di più coraggio, di un governo radicale che incidesse profondamente nel dislivello sociale per arrivare veramente a cambiare lo status quo. Quello appena sconfitto è stato un governo troppo moderato e che in campagna elettorale è stato ancora più moderato. Basta vedere chi è stato scelto come candidato.

Pensi a un asse Cile, Colombia, Honduras, dunque, paesi in odor di Stati Uniti?
Sì, e penso si possa subito includere anche il Perù, che se pur formalmente di sinistra, questo García è nemico giurato di Chavez e grande amico di Uribe. Mentre il Messico ha sempre fatto storia a sé.

Stella Spinelli

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