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Lo Yemen è scivolato via, in silenzio, dalle cronache dei giornali e dei telegiornali. Il fallito attentato del 24 dicembre scorso, quando il giovane nigeriano Umar Faruk Abdulmutallab ha tentato di farsi esplodere su un volo Amsterdam - Detroit, aveva portato alla ribalta la situazione di questo Paese strategico, dove l'integralismo, gli scontri interconfessionali e le tendenze secessionistiche si aggrovigliano a una situazione economica e umanitaria (profughi dalla Somalia) davvero drammatica.
I problemi restano. Dopo che sono stati resi noti i rapporti di Umar con l'imam Anwar al-Awlaki, che ne ha ispirato la radicalizzazione e gli intenti suicidi, come aveva fatto prima di lui con Nidal Malik Hasan, lo psichiatra dell'esercito Usa che ha aperto il fuoco sui commilitoni a Fort Hood uccidendo dodici soldati e un civile, si è illuminata la situazione dello Yemen. Al-Awlaki, infatti, vive e predica (soprattutto online) nella provincia di Shabwa, dato per morto ma più vivo che mai.
Spenti i riflettori, nonostante i generosi finanziamenti e le forniture militari, lo Yemen si è ritrovato nella situazione di sempre. Dalla quale cerca di uscire con tutti i mezzi. Trattando, anche con il diavolo. Secondo quanto scrive oggi il quotidiano panarabo al-Hayat, edito a Londra e molto inserito negli affari della Penisola Arabica, emissari del governo di Sana'a hanno preso contatti con i leader tribali della provincia di Shabwa e con parenti dei capi dell'organizzazione che si fa chiamare al-Qaeda nella Penisola Arabica per offrire loro la garanzia di essere processati in patria e di non essere consegnati agli Stati Uniti in caso di resa. Una trattativa che contraddice le dichiarazioni rassicuranti del governo, che continua a ritenere necessario il sostengo internazionale, ma che ostenta la capacità di tenere sotto controllo la situazione.
Legami pericolosi. Un'ostentazione che arriva al punto di diffondere notizie che vengono poi smentite. Come nel caso, venerdì 15 gennaio scorso, della morte di Qasim al-Rimi, ritenuto il capo militare di al-Qaeda in Yemen, rintracciato e ucciso (assieme ad altri cinque miliziani) mentre stava per incontrare i capi dei ribelli sciiti.
Secondo la galassia di siti internet che ruota attorno ai miliziani integralisti la notizia è priva di ogni fondamento. Basta una conoscenza anche superficiale delle dinamiche di questo sistema per sapere che i morti si trasformano in martiri nel giro di poche ore. L'organizzazione ha, invece, smentito subito la ricostruzione delle autorità. Stesso discorso per la ricostruzione, fornita da una fonte della sicurezza yemenita alla tv satellitare al-Arabiya, secondo cui al-Rimi e un altro dirigente del gruppo morto nel raid dell'aviazione yemenita ad al-Ajasha, località che si trova tra le province di Sa'ada e Jawf, erano in contatto diretto con i capi della guerriglia sciita guidata dall'imam Abdel Malik al-Houthi. La conferma che è vivo arriva oggi: al-Rimi (assieme a Nasser al-Wahayshi) è stato iscritto nella lista nera del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Assieme a tutta al-Qaeda nella Penisola Arabica. Il governo yemenita vuole sfruttare l'occasione. Secondo i vertici della sicurezza in Yemen, negli ultimi mesi, i ribelli di al-Houthi hanno aiutato i terroristi di al-Qaeda a rifornirsi di armi e di supporto logistico. Un legame così stretto tra i ribelli sciiti, che tengono in scacco l'esercito yemenita da anni e che dalla metà di agosto dello scorso anno sono al centro di un'operazione militare di grandi proporzioni, pare davvero difficile per motivi religiosi. Più probabile che, impegnati sul fronte di al-Qaeda a Shabwa e sul fronte degli sciiti a Sa'ada, il governo dello Yemen tenti un colpo doppio: volete che combattiamo al-Qaeda per voi? Noi abbiamo bisogno di piegare gli sciiti. Un unico 'finanziamento' sarebbe perfetto.
Esecutivo in crisi. Il conflitto con gli sciiti, intanto, continua a mettere in difficoltà le truppe del presidente yemenita Saleh. Sono almeno 50 le vittime degli scontri degli ultimi due giorni. Proprio il 15 gennaio scorso, il giorno del presunto raid contro al-Rimi, i ribelli sciiti hanno assunto il controllo della principale via di comunicazione tra lo Yemen e l'Arabia Saudita. Quest'ultima, ormai, coinvolta in pieno nel conflitto. Secondo la versione ufficiale di Riad per i continui sconfinamenti dei ribelli sciiti yemeniti in territorio saudita, in realtà per contenere il sostegno dell'Iran alle minoranze sciite nella Penisola, compresa quella in Arabia Saudita.
Il governo dello Yemen non sa più che fare per sbloccare la situazione, in un momento in cui il suo fronte interno vacilla in modo evidente. Dopo la riunificazione del 1990, per la prima volta, tornano a farsi sentire le tendenze secessioniste nella zona meridionale del Paese. Un tentativo di separazione, guidato da ufficiali marxisti, nel 1994, venne sedato con una serie di abili mosse strategiche da parte di Saleh. La posizione del presidente, però, è adesso molto indebolita e il timore di una nuova secessione non è da escludere. Il sud, che ha come centro di riferimento la città di Aden, è la zona del Paese più esposta al drammatico flusso di profughi del Corno d'Africa. In questi anni, quasi due milioni di persone (la maggior parte dei quali proveniente dalla Somalia) hanno attraversato il mare con ogni mezzo finendo in campi profughi senza alcuna organizzazione.
Le autorità locali e la gente del sud non ne può più di questa emergenza che il governo centrale non si è mostrato in grado di gestire. Il 14 gennaio scorso, tanto per cambiare, le autorità yemenite hanno lanciato un appello alla comunità internazionale: c'è il rischio concreto che tra i disperati che sbarcano in Yemen ci siano miliziani di al-Shabaab, i guerriglieri somali ritenuti legati ad al-Qaeda.
Ancora una volta, il logo del terrore torna buono per ogni evenienza. Anche perché è l'unico modo per farsi ascoltare a Washington e dintorni.
Christian Elia
Parole chiave: al-qaeda, Umar Faruk Abdulmutallab, Anwar al-Awlaki