05/03/2004
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A cavallo di vecchie Honda i talebani hanno quasi riconquistato la provincia di Zabol
Una vecchia moto della Honda, un kalashnikov e un telefono satellitare.
Questo è l’equipaggiamento dato dai comandanti della resistenza
talebana a chi si offre per compiere un’azione contro obiettivi
militari statunitensi o governativi afgani. Se poi l’attacco va a buon
fine, ogni partecipante viene ricompensato con 265 dollari. Un bonus
extra di milleduecento dollari per ogni nemico ucciso. E’ il tariffario
aggiornato della guerriglia talebana nella provincia afgana di Zabol,
al confine col Pachistan. E’ qui che attualmente si concentrano le
azioni dei combattenti neo-talebani. Secondo fonti militari governative
locali almeno settecento guerriglieri sono attivi in questa regione,
ormai sfuggita quasi completamente al controllo di Kabul. Si stima che
i tre quarti dei distretti della provincia siano ormai in mano ai
talebani e ai loro sostenitori locali. Nel tentativo di ristabilire
l’autorità del governo su Zabol, il presidente Hamid Karzai ha
sostituito il governatore locale per ben tre volte negli ultimi
quindici mesi. Ora nel palazzo del governo di Qalat, capoluogo
provinciale, siede il mullah Khail Mohammed Hosani, ex talebano
convertito.
Haji Mohammed ha 28 anni. E’ un soldato del neonato esercito
governativo afgano. Viene dal villaggio di Shah Juy, a nord-est di
Qalat, sulla strada che collega Kabul a Kandahar. “I talebani arrivano
dalle montagne – racconta Haji – . Solitamente sono una ventina, tutti
in moto con il mitra a tracolla. Passano di casa in casa alla ricerca
di sospetti collaboratori degli americani e del governo. Se li trovano
li uccidono sul posto. Sennò si limitano a picchiare i capifamiglia
come avvertimento. I miei due fratelli, che hanno lavorato per
l’amministrazione distrettuale, una volta sono stati pestati dai
talebani che volevano portarli via con loro per ucciderli. Solo grazie
all’intervento degli anziani del villaggio sono stati rilasciati. Ma io
a casa non ci posso più tornare: mi ucciderebbero subito”.
Il generale Ayoub Khan, comandante provinciale delle forze governative,
spiega che oltre che con queste regolari incursioni nei villaggi, i
talebani esercitano il loro controllo sul territorio allestendo posti
di blocco volanti sulle strade, ispezionando tutte le auto che passano
alla ricerca di nemici, armi e soldi. “La popolazione locale ha un
atteggiamento ambiguo nei confronti di questi talebani – dice il
generale Khan – perché molti di loro sono originari dei villaggi di
queste parti. Approfittano della povertà e della disperazione di questa
gente, reduce da sette anni di siccità che hanno distrutto i vigneti e
i mandorli. Qui non c’è lavoro e la gente sopravvive di espedienti. I
soldi offerti dai comandanti talebani sono una fortuna per una
famiglia. E molti giovani non resistono a questa tentazione. D’altra
parte – prosegue il generale – il governo non è riuscito a fare niente
per questa provincia: non una strada, non una scuola, non un ospedale.
La gente di queste parti si sente tradita e abbandonata. Almeno i
talebani danno i soldi”.
Malawi Mohammed Omar, vicegovernatore della provincia è pessimista.
“Gli americani avranno vita dura a stanare i talebani. Sono quasi tutti
di queste parti e quindi si mimetizzano perfettamente tra i locali.
Quando passano le pattuglie militari Usa non devono far altro che
nascondere le armi e mischiarsi tra i familiari. E chi li distingue
più? Qui gli americani non riconoscerebbero nemmeno il mullah Omar
trovandoselo davanti!”.
Lo stesso problema lo hanno i soldati pachistani che, dall’altra parte
del confine, stanno setacciando da due settimane i villaggi delle aree
tribali pashtun alla ricerca di talebani e uomini di Al Qaeda. Assieme
a loro ci sono i soldati dei corpi speciali statunitensi (Task Force
121) e britannici (Special Air Service), concentrati nella caccia ai
‘pesci grossi’: Osama Bin Laden e il mullah Omar. La massiccia
operazione militare pachistana, scattata il 20 febbraio, si è
concentrata nella zona di Wana, nel Sud Waziristan, la più meridionale
delle sette ‘agenzie’ che compongono le Aree Tribali ad Amministrazione
Federale (Fata).
Cedendo alle forti pressioni di Washington, il presidente pachistano
Musharraf ha mandato migliaia di soldati, appoggiati da mezzi blindati
ed elicotteri, invadendo di fatto questa regione che è sempre stata
autonoma da Islamabad. Compiendo questo passo il governo pachistano si
è imbarcato in un’impresa ad alto rischio politico. Le tribù pashtun
che vivono su queste montagne a ridosso del confine afgano hanno sempre
difeso con fierezza la propria indipendenza di fronte ai più temibili
eserciti del mondo. Hanno resistito alle orde mongole di Gengis Khan,
ai Persiani e infine all’esercito coloniale britannico, che dopo
cinquant’anni di infruttuosi tentativi di sottomissione, gli concesse
l’autonomia nell’ambito delle colonie indiane all’inizio del Novecento.
Autonomia che permase con la nascita dello stati indipendente del
Pakistan nel 1947.
Da allora il governo di Islamabad non si è mai permesso di inviare
propri soldati in queste regioni per timore di una ribellione armata
delle combattive tribù pashtun. La situazione si è complicata
ulteriormente negli anni Ottanta e Novanta, quando questa zona (con il
sostegno della Cia e dei servizi segreti pachistani) divenne la
retrovia prima della resistenza armata islamica contro l’occupazione
sovietica dell’Afghanistan, e poi quella della conquista talebana dello
stesso Afghanistan. Da allora nelle aree tribali hanno preso piede
movimenti e partiti integralisti e filo-talebani, divenuti così potenti
da costituire un pericolo per la stabilità politica del Pakistan.
Questo è tanto più vero dal 2001 in avanti, quando la scelta
filo-americana di Musharraf in occasione dell’attacco all’Afghanistan è
stata vissuta dai fondamentalisti come un tradimento gravissimo. Il
Pakistan vive da anni con l’incubo di una rivolta anti-governativa
islamica che partendo dalle aree tribali pashtun produca la
‘talebanizzazione’ del paese.
Per scongiurare questo funesto scenario, Musharraf è stato sempre
attento a non pestare troppo i piedi a queste popolazioni, evitando
ogni conflitto aperto e ogni provocazione, preservando lo status di
zona franca e smilitarizzata alle sette agenzie delle Fata. Pur sapendo
bene che i leader talebani e forse anche i vertici di Al Qaeda si
nascondono su queste montagne, Islamabad non ha mai ceduto alle
pressioni di Washington, che chiede mano libera per intervenire
militarmente. Ma ora la pazienza di Bush sembra finita, dato che ha un
disperato bisogno di catturare Bin Laden e il mullah Omar prima delle
elezioni presidenziali di novembre. Così un mese fa il direttore della
Cia, George Tenet, è andato a Islamabad convincendo non si sa come
Musharraff a rompere gli indugi e a passare all’azione. Per ora è
andato tutto liscio, ma secondo molti osservatori il rischio di
destabilizzazione del Pakistan è elevato, anche perché il malumore
contro la politica filo-Usa del presidente si fa sempre più sentire in
tutto il paese, tra la gente, ma soprattutto nell’esercito e nei
potentissimi servizi segreti.
Enrico Piovesana