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Haiti, dal nostro inviato,
Miriam non ha più di sei anni, è avvolta in una confezione regalo, una carta lucida e colorata di quelle rumorose natalizie, forse i resti delle feste ormai troppo lontane. È adagiata sul pavimeto del patio della sezione logistica di Medici Senza Frontiere Belgio. Sola. Un tubo va dalla sua vena a una borsa che una giovane infermiera sotiene, un’ altra cerca da quasi cinque minuti di far emergere una seconda vena per infilarci un’altra borsa. “Non dovremmo curare le persone qui – commenta Loris responsabile della regione Caraibica di msf – ma arrivano feriti davanti al cancello e ci chiedono aiuto, cosa dovremmo fare?”.
Vicino a Miriam decine di persone distese su dei cartoni, i più fortunati hanno una coperta o un familiare, molti non hanno nula. “Ho 250 persone da operare a Cité Du Soleil, una bidonville, e altre 210 nell’ ospedale di Martisan – continua Loris - anche se riuscissimo a fare miracoli e operarne 20 al giorno, ne avremmo per settimane.” Fuori dall’ ospedale improvvisato, si muove una massa di disperati senza meta, camminano nel buio, illuminati solo dai fari delle macchine, molti portano mascherine per proteggersi dalla polvere dei calcinacci e dall’ odore penetrante della morte che emana dagli edifici polverizzati. Nessuno sta cercando le vittime sepolte, semplicemente non esistono i mezzi per farlo. Un girone dell’ inferno dantesco. “A quest’ ora le strade sarebbero comunque piene di gente – racconta Fiammetta mentre ci spostiamo verso le zone più colpite dal sisma – chi va casa, chi aspetta un autobus, chi esce da scuola; ma oggi è diverso, la gente sembra frastornata, come se si muovesse senza una meta.” I negozi sono chiusi, non esistono autobus, la luce non arriva nemmeno quelle quattro o sei ore che sono la normalità nella città, non c’è acqua, nè cibo, gli aiuti umanitari sono distribuiti con il contagocce e le poche pompe di benzina aperte stanno esaurendo le scorte. Fiammetta è capo missione ad Haiti di AVSI, una ONG Italiana molto attiva ad Haiti e conosce molto bene la città: “nessuno sa cosa fare, pochi, non avendo un tetto, sono tornati nelle loro case pericolanti, però la maggiorparte dorme in strada e dato che non vogliono farlo sotto balconi e palazzi, occupano le vie e dormono lì in mezzo.”
Petion Ville, era un quartiere bene, dove resideva la maggior parte degli stranieri che lavorano all’ ONU nelle numerose ONG attive ad Haiti, ora la metà degli edifici si è sbriciolata o inginocchiata. Cité Du Soleil era la bidonville più violenta, quella dei gruppi armati organizzati che i caschi blu hanno sconfitto. Difficile capire quale sia la miseria nuova e quella preesistente. Il sistema idraulico che forniva l’acqua con le pompe è distrutto e l’unica acqua disponibile è quella dei canali di scolo che confluiscono dal resto della città. Fiammetta è stata fortunata, molti altri no: “incontrarmi con coleghi vuoldire ascoltare storie di amici in comune che non ci sono più. L’ Onu è stata colpita in maniera durissima, hanno perso la lora capo missione, la vice e centinaia di colleghi sono morti o dispersi.” In questi giorni dentro la MINUSTAH ci sono persone che hanno appeso al collo un cartello: “peer helper”, i loro colleghi più provati possono avvicinarli per parlare e trovare un po’ di conforto,mentre tutto intorno la enorme macchina dei soccorsi fatica ancora a decollare.
Simone Bruno