16/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



L'ex sindaco Peppino Lavorato: le mafie non possono farti gioire, se le combatti ti fanno piangere

"Io quando vedevo quei ragazzi piangere sul palco mentre parlavano della loro patria lontana, alle nostre feste della Fratellanza umana, ripensavo ai nostri grandi migranti, come Sandro Pertini, e pensavo 'Chissà quanti futuri capi di Stato, quanti Senghor, ci sono tra questi giovani sognatori".
Peppino Lavorato, ex sindaco di Rosario, è un vecchio stupendo. Quelle figure vestite di tweed scozzese dal sorriso aperto, dai modi pacati e gentili che tutti avrebbero voluto come nonno. Ma la sua Rosarno non c'è più. "Dovete capire i rosarnesi quando pregano voi giornalisti di non farli passare per razzisti: hanno ragione. Per anni abbiamo accolto questi compagni migranti come fossero a casa loro. In questi giorni, purtroppo, le ‘ndrine hanno cavalcato la protesta per mandare via i braccianti che non servivano più al lavoro nero, e ci sono andati di mezzo anche i calabresi per bene".

Cumunista, ora tocca a te! Ora Peppino è in pensione, dopo nove anni passati pericolosamente a fare il sindaco di Rosarno per i Ds dal 1995 al 2002. La sua voce si incrina per la commozione, come capita agli anziani il cui cuore ne ha viste tante, alle volte più di quante ne possa reggere l'animo umano: compagni assassinati, morti tra le sue braccia, boss che levano il pugno minacciosi per intimidirlo, capicosca che lo convocano per invitarlo a "non parlare troppo''. Mentre descrive le "lotte di noi compagni lavoratori contro gli ‘ndranghetisti" digrigna i denti, stringe i pugni, torce l'elegante birritta di patchwork irlandese con cui si protegge dal freddo delle Serre calabre e si alza, quasi a fronteggiare i mafiosi come faceva negli anni ‘80. Ora vive a Vibo Valentia, città dell'amata moglie; per un ex sindaco cumunista non era più ‘igienico' farsi vedere nella Piana; si scusa per non poterci ricevere a casa perché "mia moglie è stata molto scossa dai fatti di questi giorni e dalle intimidazioni, vissute quando ero sindaco. Preferisco preservarle i nervi e non farle vedere giornalisti".

Il curriculum del sindaco Lavorato. Due auto date alle fiamme, due sventagliate di kalashnikov contro il Comune, diversi raid dentro l'ufficio dell'Anagrafe e minacce di morte, due volte la scritta sui muri delle scuole elementari vandalizzate di notte "Curnutu cumunista, u prossimu a moriri si' tu!" (Cornuto comunista, il prossimo a morire sarai tu); l'amico di tutta una vita e compagno di lotte politiche, Peppino Valarioti, ucciso dalla lupara mafiosa a pochi centimetri da lui.
Occhi come lupare puntati su di noi "eravamo stati il primo comune d'Italia a costituirsi parte civile in un processo per ‘ndrangheta - ricorda con orgoglio - e tutti i compagni della Piana si presentarono, unico caso tra i politici al meridione ("autru chi diccì...", commenta sarcastico a mezzabocca tra sé e sé) a deporre davanti i giudici"; nel 1979 il processo ‘porto' presso la Corte d'appello di Palmi (Reggio) è a una svolta : la crème de la crème delle ‘ndrine della Piana sono sotto accusa per gli appalti legati allo scalo di Gioja Tauro. Gli affari dei Piromalli con la costruzione dell'invaso che ne hanno fatto "la più grande cosca dell'Europa ovest, con 400 affiliati" (Wikipedia), gli affari dei Mancuso di Limbadi con la cava usata per i lavori e per smaltire gli inerti, che avevano fatto di un piccolo clan di bulletti una delle organizzazioni più potenti nel traffico di coca con la Colombia, venivano svelati negli atti dell'inchiesta.

Lo Stato cominciava a capire una cosa chiamata ‘ndrangheta. Fino agli anni '70 nelle relazioni dei prefetti calabresi ancora si parlava di "elementi camorristici'', nemmeno i termini corretti venivano studiati. Il cartello di questi imprenditori voleva un ‘pizzo' su ogni container sdoganato a Gioja: Crea di Rizziconi, Pesce e Bellocco di Rosarno, Molè e Piromalli di Gioja, Avignone di Taurianova. C'erano tutti. "E tutti i compagni Pci o extraparlamentari della Piana, deposero per testimoniare ai giudici mappatura, affiliazioni e affari dei clan: Mommo tripodi da Polistena, Mimì Argiroffi da Seminara, Ninì Sprizzi da Palmi, Marco Tornàtora, Doddi Marino da Taurianova". Alla fine saranno pesanti sentenze di condanna per ‘Don Mommo Piromalli' e il suo clan, a pochi mesi dal primo grande processo di ‘ndrangheta ‘Paolo De Stefano + 59', che aveva comminato ergastoli per svariati secoli. "Il giorno della sentenza partiamo per Reggio, aula bunker antimafia, con i colleghi Aldo Alessio (ah, che grande sindaco!) di Gioja e il sindaco di San Ferdinando, i tre della ‘Piana Rossa'. E ci piazziamo davanti la gabbia dove stavano i boss in attesa di sentenza: ci guardavano dritti, con odio. Si ddhi occhi erunu fucili, nd'avissiru rasi al suolo! (se quegli occhi fossero stati carabine, ci avrebbero sterminati)". Solo nel 2007, a tre anni dalla sentenza definitiva in sede civile, arriveranno i soldi all'amministrazione di Rosarno: ben 9 milioni di euro dalle cosche Molè Piromalli, Pesce Bellocco.

"Cumpagni mi mmazzaru". "Non c'è bisogno di essere sociologi per immaginare che dietro ogni attività delittuosa nella Piana ci siano sempre gli stessi nomi - spiega lavorato - e anche in questa vicenda, che ha infamato il nostro buon nome di calabresi ospitali, c'è lo zampino dei Bellocco e dei Pesce, e anche dei Crea, perché molti figghjolazzi (ragazzotti) quei giorni venivano da Rizziconi, il paese affianco. Quelle ronde che avete visto in tv sono composte solo da ndelinguenti, non dai rosarnesi che sono gente laboriosa ed onesta!" Grida Peppino con sdegno. "I ‘ndranghetisti non s'u cchiu fissa i nui (non sono meno accorti di noi) politici che analizziamo. Due anni fa i cotrari (picciotti) spararono già sugli africani. I ragazzi scesero in piazza, pacificamente, per dire che non accettavano intimidazioni mafiose. Ora avevano di nuovo rialzato la testa. I mafiosi non potevano perderci la faccia, Hanno capito la pericolosità di questi ragazzi che gli si potevano ribellare contro. E hanno deciso che se ne dovevano andare".
"Con le mafie non puoi alzare il livello dello scontro (dicevamo negli anni 70). Perché te la fanno pagare. Quante intimidazioni subite negli anni '70 con il grande Oeppino Valarioti, grande insegnante, intellettuale e compagno. Noi facevamo la campagna, appendevamo i manifesti del Pci, e il giorno dopo li trovavamo capovolti, Non stracciati. C'era sempre l'avvertimento mafioso. Ma Peppino gridava "non ci intimidiranno mai!", e noi ci sentivamo invincibili, non pensavamo che la morte fosse in agguato. Fino a quella maledetta campagna dell'80, alle comunali. Tutta una serie di comizi per dire che le ‘ndrine non portavano lavoro, e che noi ci saremmo battuti per la dignità dei lavoratori. Fu un successo: andammo oltre il 30 per cento. Ma i mafiosi non possono permettere che tu rida: ti devono fare piangere. Quella sera, usciti dal ristorante dove brindammo alle sorti della sinistra in Calabria, mentre andavamo alle auto, da una siepe sbucarono le canne mozze di una lupara: due lampi, Peppino si accascia, è subito un mare di sangue. Lo trasciniamo in un'auto con altri due compagni, corriamo all'ospedale - la voce del sindaco s'affanna corre nel racconto, s'incrina, si spezza, deve asciugarsi gli occhi con il fazzoletto - ma è troppo tardi. Peppino in auto sospirava, aiutatemi, cumpagni, mi mmazzaru". Il colpevole è Giuseppe Pesce, il capocosca più potente di Rosarno, ma nei processi non trovarono abbastanza prove su di lui.

Rosarno antirazzista. "Durante i miei otto anni da sindaco, i problemi con i migranti si risolvevano in modo diverso. Da vent'anni i ragazzi africani vengono a raccogliere arance. Quando le tensioni salivano alle stelle, li radunavamo all'Auditorium. Una volta venne da me una delegazione di arabi: io pensai di radunarli, con le monache che portavano loro vestiti e cibo, e portarli in quel luogo di raccolta. Da allora diventò un metodo: si facevano riunioni periodiche con i rappresentanti e ogni comunità eleggeva un delegato: i burkinabé, i maliani, i senegalesi, i maghrebini, i ghanesi. E il 6 gennaio per noi non era più Epifania, ma festa della Fratellanza umana. Loro portavano le loro cassette di musica africana, noi ci mettevamo il palco, un impianto e le suore che friggevano ‘zeppole' (come le chiacchiere di Natale, ndr) e le famiglie che portavano le frittole di maiale. Io avevo proposto ai ragazzi di andare nelle scuole a parlare dei loro Paesi, perché la scuola la scrivono i vincitori, e non i dimenticati della Terra. I migranti erano ben tollerati in paese, tranne da quei quattro delinquenti di mafiosi che continuavano a buttargli le pietre dai motorini; perché le intimidazioni non sono cominciate il 6 gennaio, ma vanno avanti nella Piana da 20 anni. Solo che prima c'era un'amministrazione che mediava i conflitti".

"Ci esti ssu parrari i maffia?". "E prima c'era gente che non voleva piegare la testa davanti alle ‘ndrine. Forse ora al governo c'è gente diversa".
Lavorato conclude con la bocca storta dall'amarezza, ma subito la chiostra nivea dei suoi grandi denti si riapre al sorriso: "L'unica cosa di cui vi prego, è riportare le cose con esattezza: non è vero che i rosarnesi sono razzisti. Qualcun altro ha gestito questi giorni di follia, qualcuno che aveva interessi a togliersi di mezzo quei ragazzi ribelli. Gli stessi a cui non piacevano i nostri comizi degli anni ‘70, quando facevamo scendere dal podio i politici che non volevano denunciare la presenza opprimente delle ‘ndrine. Arrivammo a un tale punto di scontro che il padre di Alessio, futuro sindaco di Gioja, venne convocato da Don Mommo Piromalli addirittura, il boss dei boss. "Ci esti ssu parrari i maffia e ndrine?" chiese il Don a quell'umile bracciante. "Vostru figghiu ll'avi a finiri cu ssi comizzi supa a maffia".
Chi li sfidava muore. Era così ai tempi di Peppino Lavorato. E' stato così nel gennaio 2010, in Calabria, Italia. Europa?

Gian Luca Ursini

Parole chiave: rosarno, Peppino Lavorato
Categoria: Migranti
Luogo: Italia
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