12/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Lo sciopero tradizionale cede il posto a forme più eclatanti di protesta per smuovere i media e i politici

La parola crisi accompagna la nostra esistenza come una spada di Damocle che incombe costantemente sulle nostre teste. Le avvisaglie non erano mancate, ma è solo alla fine del 2007 che gli Stati Uniti non hanno più potuto tirare i lembi della coperta per coprire le falle del sistema e si sono trovati a fare i conti con una grave crisi creditizia e ipotecaria, originatasi in seguito all'esplosione della forte bolla speculativa che ha affossato il mondo finanziario statunitense. Molte le banche e gli istituti finanziari che nel giro di brevissimo tempo hanno chiuso i battenti, facendo colare a picco i valori delle principali borse Usa. Nel mondo della globalizzazione legami ed intrecci tra le varie parti del mondo si vanno infittendo e le ripercussioni del crack del sistema economico degli Stati Uniti si sono presto fatte sentire anche in Europa. Ad accusare più duramente il colpo sono state le banche e gli istituti finanziari che avevano investito in quella che era considerata la principale economia del mondo. E dall'impalpabile mondo della finanza, la crisi ha poi iniziato a colpire i mercati e di conseguenza le piccole e le medie imprese, accanendosi in particolare contro l'anello più debole del sistema: i lavoratori. I tassi di disoccupazione si sono impennati. In Italia nel novembre 2009 la disoccupazione ha raggiunto l'8,3 percento, mentre sono 2 milioni 79mila le persone in cerca di impiego.

La crisi, tuttavia, non ha portato solo a un aumento dei licenziamenti, ma ha accelerato la trasformazione dei rapporti tra datori di lavoro e subordinati. Se mutano i rapporti tra imprese e lavoratori, si trasformano anche le forme di lotta e sciopero. Gli operai ricorrono con meno frequenza alle manifestazioni e ai cortei e prediligono gesti eclatanti, quali arrampicate sui tetti, piuttosto che sulle gru. Era l'agosto del 2009 quando quattro operai della Insse di Milano e un delegato della Fiom occuparono una gru, minacciando di lanciarsi, per chiedere che lo stabilimento non venisse chiuso. Dopo la vittoria dei lavoratori della Insse, molti operai hanno deciso di mettere in atto forme di protesta spettacolari. A dicembre quattro operai della Yamaha di Gerno, nel Monzese, sono saliti sul tetto dello stabilimento per ottenere la cassa integrazione e scongiurare il licenziamento immediato. Sostenuti dai sindacati, anche i quattro operai brianzoli hanno raggiunto il loro obiettivo. E' stata, dunque, la volta dei lavoratori della Vinyls che il sette gennaio hanno occupato l'antica torre aragonese a Porto Torres. “Resteremo sulla torre – hanno dichiarato i lavoratori - sino a quando il governo non darà risposte sul futuro della Vinyls”.

PeaceReporter ha intervistato Luciano Gallino, professore emerito di Sociologia all'Università di Torino, che in un articolo pubblicato il 24 novembre su Repubblica si scaglia contro quanti vogliono dimenticare la classe operaia, sostenendo che è l'oblio dei media e dei politici a spingere i lavoratori a forme eclatanti di protesta. “Questi non sono scioperi. Lo sciopero è uno strumento di protesta e conflitto, pensato per arrecare un danno economico all'impresa. Quando le aziende vanno male, lo sciopero tradizionale perde valore, è un'arma spuntata. In tempi di crisi, come quelli attuali, per ottenere il riconoscimento dei diritti, i lavoratori ricorrono ad altro.

Eppure si parla di ripresa...

Non capisco tutto questo ottimismo. Forse ci si dimentica delle centinaia di persone che stanno perdendo il lavoro e che stanno finendo i soldi per la cassa integrazione. Dinanzi a questa coltre mediatica che non fa che ripetere che tutto va bene, non resta che inventarsi nuove forme di protesta. Il settanta percento degli italiani trae le proprie informazioni dalla televisione. I lavoratori hanno capito che per attirare l'attenzione sui loro problemi devono arrivare in Tv. Da qui la necessità di mettere in atto forme di protesta spettacolari. Ma non può continuare così, tutto in televisione si logora in fretta.

Questo mese, salvo imprevisti, la Camera discuterà il disegno di legge 1167, già approvato in Senato lo scorso novembre, che contiene un pacchette di misure e riforme relative al mondo del lavoro. La proposta di legge è stata duramente contestata dai sindacati e dall'opposizione che accusano il governo di voler destrutturare ulteriormente l'occupazione, rendendo ancora più debole la posizione del lavoratore. Lei ha definito il disegno 1167 “un orrendo coacervo di 52 articoli che affrontano le materie più disparate”. Che cosa comporterà l'entrata in vigore di questa legge?

La condizione contrattuale del lavoratore peggiorerà, anziché migliorare. Il lavoratore, come sancito dagli articoli che vanno dal 32 al 34 del disegno di legge, è incentivato a dichiarare che non ricorrerà mai al giudice, ma all'arbitrato. L'arbitro è una persona a cui ci si appella per evitare i costi e i tempi di una causa in tribunale e viene designato in maniera congiunta da due soggetti in lite. Il problema è che l'arbitrato funziona nel caso di un rapporto alla pari che non è quello che si instaura tra un'impresa e un lavoratore in cerca di occupazione, ossia tra un gigante e una pulce.

Quanto tempo sarà necessario per tornare ai livelli occupazionali precedenti la crisi?

Dopo una crisi tanto profonda come quella attuale, anche se la ripresa inizierà con tassi elevati, sarà molto lenta. Le aziende stanno investendo per migliorare la produttività, ma questo si traduce nel sacrificio di altri posti di lavoro. Per me saranno necessari dai cinque ai sette anni per tornare ai livelli occupazionali precedenti al periodo di crisi.

Benedetta Guerriero

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità