
Dopo due elezioni– quelle del 2000 e del 2002 – contrassegnate da irregolarità
e violenze, lo Zimbabwe torna oggi alle urne per eleggere un nuovo parlamento
e tentare di scrollarsi di dosso l’appellativo di buco nero dei diritti umani
in Africa.
Il padre padrone. Non che finora il presidente Robert Mugabe si sia mai davvero preoccupato delle
critiche e accuse mossegli da politici africani, europei e da numerose organizzazioni
per i diritti umani. Tuttavia, secondo gli analisti, le parlamentari del 31 di
marzo in Zimbabwe sono cruciali per capire quanto dovrà attendere il processo
di democratizzazione in un Paese segnato da una grande mancanza di equilibrio
politico interno ed esterno. Se il partito di Mugabe, lo Zanu-Pf, si riconfermasse vincitore e ottenesse i due terzi della maggioranza, potrebbe
addirittura modificare la costituzione, consolidando il proprio potere a dispetto
del suo grande rivale, il Movimento per il Cambiamento Democratico (Mdc), guidato da Morgan Tsvangirai, leader dell’opposizione. Oltre a questo, la
comunità internazionale guarda con preoccupazione all’eventualità di una nuova
vittoria dell’organo politico di Robert Mugabe, che secondo molti incarna l’epicentro
del male di cui è trappola lo Zimbabwe: repressione dei diritti umani e della
libertà di stampa, arresti sommari, minacce e torture degli oppositori, intimidazioni
sono alcuni tra i numerosi crimini di cui si è macchiato l’ottantunenne che negli
anni del white rule (dominio bianco) ha avuto un ruolo chiave nella guerriglia indipendentista,
dominando in seguito la scena politica dai primi anni ’80 a oggi.
Dopo venticinque anni di Mugabe lo Zimbabwe è rimasto un Paese poverissimo, minato
da profonde instabilità: il vecchio dittatore ha messo in carcere i rivali e affamato
le comunità rurali che votavano contro di lui. Il blocco degli aiuti alimentari
è una delle sue armi migliori per ottenere schede elettorali a suo favore e sembra
che in un recente comizio lo abbia ribadito pubblicamente.
Con lui decine di giornali sono stati chiusi, i giornalisti arrestati e torturati.
Corsa ad handicap. Dal canto suo, Morgan Tsvangirai è il leader di un’opposizione che fa fatica
a parare i colpi intimidatori dello
Zanu-Pf e delle scorribande dei suoi sgherri. Lo scorso anno è stato assolto dopo un
processo intentatogli per una sua presunta cospirazione ai danni del presidente,
sulla base di prove e accuse che si rivelarono prive di fondamento. Inoltre il
Mdc partirà svantaggiato alle parlamentari, grazie a una legge che consente al capo
dello stato di scegliere 30 parlamentari, dando di fatto la maggioranza dei seggi
allo
Zanu-Pf in caso di parità.
Poco è cambiato. Secondo gli osservatori, comunque, il clima pre-elettorale di quest’anno in
Zimbabwe è stato molto meno turbolento delle due precedenti occasioni, durante
le quali le intimidazioni attuate dai membri dello
Zanu e Mugabe si rivelarono insopportabili per l’opposizione. “Qualche incidente
c’è stato, ma quest’anno le violenze sono diminuite”, dice Rindai Chifunde, responsabile
di un coordinamento per il monitoraggio delle elezioni chiamato
Zimbabwe Elections Support Network.

“Ora dobbiamo accertarci che non vi saranno irregolarità e che non verranno applicati
blocchi o embarghi alimentari contro le popolazioni rurali. L’importante, per
ora, è che queste elezioni siano libere e democratiche”. Cosa che secondo altri
non starebbe affatto avvenendo. In un recente dossier l’organizzazione per i diritti
umani,
Human Rights Watch, denuncia arresti, minacce e torture contro membri dell’Mdc o sospetti tali
da parte di alcune squadracce di giovani sostenitori di Mugabe. E i giornalisti
di SW Africa, l’unica radio indipendente dello Zimbabwe, costretta a trasmettere
sulle onde corte da un indirizzo anonimo a Londra, denunciano tentativi di manomissione
delle trasmissioni da parte del governo di Harare: “Hanno trovato il modo di intercettare
il nostro segnale e disturbare le trasmissioni”, lamenta Gerry Jackson, direttrice
di SW Africa. “Non erano contenti del fatto che raccontassimo alla gente cosa
sta davvero accadendo nel loro Paese”.