Intervista a T. Dodin, direttore di Tibet Information Network (TIN)
La stampa tradizionale dei testi sacri tibetani
Ho letto che ancora oggi in Tibet vengono prodotte diverse pubblicazioni clandestine.
In cosa consistono? Attraverso quali circuiti vengono distribuite? Dipende dalla definizione di clandestinità. In Tibet e in Cina, tutto quel che
viene stampato è posto sotto stretta osservazione e questo ha portato alla circolazione
sotterranea di tutto quello che non è permesso dal governo. Ma non si può immaginare
una rete di comunicazioni bene organizzata, si tratta per lo più di produzioni
limitate regionalmente, spesso scritte e distribuite a mano. Non bisogna dimenticare
che attualmente poche persone parlano tibetano, i giovani vengono istruiti in
lingua cinese e questo limita molto il pubblico della stampa non ufficiale.
Poi c’è anche un livello di informazione che non è esattamente clandestina; la
situazione è cambiata in Tibet, le persone sono scontente come lo erano una volta
ma hanno imparato a seguire di più il sistema, in molti hanno raggiunto la conclusione
che fare cose illegali può metterli seriamente in pericolo. Quello che fanno è
tentare di usare il sistema nei modi in cui a loro è concesso per crearsi una
piccola libertà. Dunque ci sono molte pubblicazioni locali che non sono ufficiali,
parlano di cultura in generale, ma hanno una grande rilevanza politica. C’è una
certa tolleranza nei loro confronti, dovuta al fatto che molti rappresentanti
dello Stato sono tibetani e dunque chiudono un occhio, anche se non sempre. Sono
sempre di più i giovani tibetani educati in cinese, con una discreta conoscenza
del mondo moderno; ci sono siti internet fatti da tibetani per i tibetani, ma
in cinese: questi sono veicoli per l’informazione su quel che accade in Tibet,
ma possono presentare i fatti solo in modo indiretto e allusivo.
I media ufficiali invece sono molto omologati, rispondono tutti alle agenzie
stampa del governo centrale come Xinua. I redattori leggono quelle notizie ogni
giorno e ne deducono cosa possono scrivere e che cosa no. È un meccanismo basato
non tanto sulla repressione, quanto sulla paura, sull’auto censura.
Sono pochi I tibetani che attualmente lavorano nei media ufficiali, ci sono motivazioni
politiche o semplicemente per loro non è possibile? In Tibet ci sono pubblicazioni in tibetano, specialmente in internet, ma sono
dirette dai cinesi, pura propaganda governativa. Non sono scritte direttamente
in tibetano, sono traduzioni di materiale in cinese.
In linea di principio ai tibetani è permesso accedere alla professione giornalistica,
il governo cinese è felice se un tibetano prende una posizione pubblica, perché
lo si può indicare come un tibetano felice sotto la legge cinese. Il punto non
è sopprimere, è controllare. Per questo, in linea di principio, la via per diventare
giornalisti è la stessa sia per un tibetano sia per un cinese. I problemi vengono
dal fatto di non essere madrelingua e di avere ricevuto un’educazione molto più
povera –sono moltissimi i tibetani che non ricevono alcuna educazione e pochissimi
quelli che possono arrivare all’università -. Ma in definitiva, se anche il governo
pone delle corsie preferenziali per integrare i tibetani, in pratica però interviene
nel determinare tutte le singole assunzioni: voglio dire che a parità di competenze
tra un tibetano ed un cinese verrà sempre scelto un cinese, e questo significa
che un tibetano per essere assunto deve essere molto migliore. Non si tratta di
un atteggiamento in sé anti tibetano, è semplicemente il modo in cui i cinesi
fanno le cose. Quella cinese è una società arcaica, auto protettiva nei comportamenti.
Ci sono dunque grandi difficoltà per ottenere un lavoro nei media in Tibet, ma
la cosa importante è che una volta che si è dentro si può scrivere solo quello
che gli altri si aspettano che si scriva. Pertanto non fa nessuna differenza nel
funzionamento di un giornalista tibetano o cinese. I giornalisti tibetani però,
non vengono visti dai connazionali come traditori, le persone sono consapevoli
della situazione, sanno che ognuno deve sopravvivere e che un lavoro come giornalista
è quasi una posizione ufficiale perché i media sono controllati dallo stato come
organi indiretti.

Un altro problema per l’informazione è dato dalla scarsità di Ong operanti in
Tibet. Ci sono meno proteste, meno copertura delle proteste e un collegamento tra le due cose: il
riconoscimento che alla ribellione, considerati i rischi che comporta, non corrisponde
una risposta né mediatica né politica. Pensa che le Ong in Tibet debbano assumere
un atteggiamento meno timido su questioni collegate ai diritti umani? O che il
loro silenzio sia funzionale agli obbiettivi che si pongono? In Cina tutto è controllato come in pochi altri posti al mondo, e nessuno, a
livello internazionale ha davvero interesse a mettere pressione affinché si permetta
una maggiore trasparenza. Quello che i politici hanno a cuore sono la diplomazia
e gli affari, così la Cina può permettersi di fare cose che nessun’altra nazione
potrebbe. Le Ong operanti in Tibet devono prendere atto dell’esistenza di una
strettissima rete di informatori e osservatori attenti a tutto quello che è straniero,
in particolare, le Ong internazionali usano impiegare personale locale ma sono
anche consapevoli che tra le persone con cui lavorano ci possono essere spie del
governo, senza sapere chi. Non c’è modo di nascondere qualcosa, questo rende molto
stretta la strada per i movimenti. Ma i non cinesi e non tibetani che lavorano
in Tibet, almeno loro, vedono tutto quello che succede e possono riportare molte
cose. Anche in questo campo dunque c’è un alto livello di auto-censura, al livello
della paranoia, non sai mai in chi avere fiducia. Dunque penso che le Ong non
parlino molto semplicemente perché non possono permetterselo. È lo stesso problema
che c’è a livello internazionale, nessuno fa il primo passo: dovrebbero iniziare
a parlare tutte assieme; in fondo sono importanti per la Cina, e possono anche
condizionare l’opinione pubblica internazionale.