30/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a T. Dodin, direttore di Tibet Information Network (TIN)
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La stampa tradizionale dei testi sacri tibetani 
  Il Dalai Lama
Ho letto che ancora oggi in Tibet vengono prodotte diverse pubblicazioni clandestine. In cosa consistono? Attraverso quali circuiti vengono distribuite? Dipende dalla definizione di clandestinità. In Tibet e in Cina, tutto quel che viene stampato è posto sotto stretta osservazione e questo ha portato alla circolazione sotterranea di tutto quello che non è permesso dal governo. Ma non si può immaginare una rete di comunicazioni bene organizzata, si tratta per lo più di produzioni limitate regionalmente, spesso scritte e distribuite a mano. Non bisogna dimenticare che attualmente poche persone parlano tibetano, i giovani vengono istruiti in lingua cinese e questo limita molto il pubblico della stampa non ufficiale.
Poi c’è anche un livello di informazione che non è esattamente clandestina; la situazione è cambiata in Tibet, le persone sono scontente come lo erano una volta ma hanno imparato a seguire di più il sistema, in molti hanno raggiunto la conclusione che fare cose illegali può metterli seriamente in pericolo. Quello che fanno è tentare di usare il sistema nei modi in cui a loro è concesso per crearsi una piccola libertà. Dunque ci sono molte pubblicazioni locali che non sono ufficiali, parlano di cultura in generale, ma hanno una grande rilevanza politica. C’è una certa tolleranza nei loro confronti, dovuta al fatto che molti rappresentanti dello Stato sono tibetani e dunque chiudono un occhio, anche se non sempre. Sono sempre di più i giovani tibetani educati in cinese, con una discreta conoscenza del mondo moderno; ci sono siti internet fatti da tibetani per i tibetani, ma in cinese: questi sono veicoli per l’informazione su quel che accade in Tibet, ma possono presentare i fatti solo in modo indiretto e allusivo. 
I media ufficiali invece sono molto omologati, rispondono tutti alle agenzie stampa del governo centrale come Xinua. I redattori leggono quelle notizie ogni giorno e ne deducono cosa possono scrivere e che cosa no. È un meccanismo basato non tanto sulla repressione, quanto sulla paura, sull’auto censura.
 
Sono pochi I tibetani che attualmente lavorano nei media ufficiali, ci sono motivazioni politiche o  semplicemente per loro non è possibile? In Tibet ci sono pubblicazioni in tibetano, specialmente in internet, ma sono dirette dai cinesi, pura propaganda governativa. Non sono scritte direttamente in tibetano, sono traduzioni di materiale in cinese.
In linea di principio ai tibetani è permesso accedere alla professione giornalistica, il governo cinese è felice se un tibetano prende una posizione pubblica, perché lo si può indicare come un tibetano felice sotto la legge cinese. Il punto non è sopprimere, è controllare. Per questo, in linea di principio, la via per diventare giornalisti è la stessa sia per un tibetano sia per un cinese. I problemi vengono dal fatto di non essere madrelingua e di avere ricevuto un’educazione molto più povera –sono moltissimi i tibetani che non ricevono alcuna educazione e pochissimi quelli che possono arrivare all’università -. Ma in definitiva, se anche il governo pone delle corsie preferenziali per integrare i tibetani, in pratica però interviene nel determinare tutte le singole assunzioni: voglio dire che a parità di competenze tra un tibetano ed un cinese verrà sempre scelto un cinese, e questo significa che un tibetano per essere assunto deve essere molto migliore. Non si tratta di un atteggiamento in sé anti tibetano, è semplicemente il modo in cui i cinesi fanno le cose. Quella cinese è una società arcaica, auto protettiva nei comportamenti. Ci sono dunque grandi difficoltà per ottenere un lavoro nei media in Tibet, ma la cosa importante è che una volta che si è dentro si può scrivere solo quello che gli altri si aspettano che si scriva. Pertanto non fa nessuna differenza nel funzionamento di un giornalista tibetano o cinese. I giornalisti tibetani però, non vengono visti dai connazionali come traditori, le persone sono consapevoli della situazione, sanno che ognuno deve sopravvivere e che un lavoro come giornalista è quasi una posizione ufficiale perché i media sono controllati dallo stato come organi indiretti.
  Biclioteca in un monastero
Un altro problema per l’informazione è dato dalla scarsità di Ong operanti in Tibet. Ci sono meno proteste, meno copertura delle proteste e un collegamento tra le due cose: il riconoscimento che alla ribellione, considerati i rischi che comporta, non corrisponde una risposta né mediatica né politica. Pensa che le Ong in Tibet debbano assumere un atteggiamento meno timido su questioni collegate ai diritti umani? O che il loro silenzio sia funzionale agli obbiettivi che si pongono? In Cina tutto è controllato come in pochi altri posti al mondo, e nessuno, a livello internazionale ha davvero interesse a mettere pressione affinché si permetta una maggiore trasparenza. Quello che i politici hanno a cuore sono la diplomazia e gli affari, così la Cina può permettersi di fare cose che nessun’altra nazione potrebbe. Le Ong operanti in Tibet devono prendere atto dell’esistenza di una strettissima rete di informatori e osservatori attenti a tutto quello che è straniero, in particolare, le Ong internazionali usano impiegare personale locale ma sono anche consapevoli che tra le persone con cui lavorano ci possono essere spie del governo, senza sapere chi. Non c’è modo di nascondere qualcosa, questo rende molto stretta la strada per i movimenti. Ma i non cinesi e non tibetani che lavorano in Tibet, almeno loro, vedono tutto quello che succede e possono riportare molte cose. Anche in questo campo dunque c’è un alto livello di auto-censura, al livello della paranoia, non sai mai in chi avere fiducia. Dunque penso che le Ong non parlino molto semplicemente perché non possono permetterselo. È lo stesso problema che c’è a livello internazionale, nessuno fa il primo passo: dovrebbero iniziare a parlare tutte assieme; in fondo sono importanti per la Cina, e possono anche condizionare l’opinione pubblica internazionale.
Continua... 
 

Naoki Tomasini

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