11/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il regista Antonio Martino racconta i problemi dei clandestini in Calabria e gli errori del governo italiano in materia d'immigrazione

scritto per noi da Anna Maria Volpe

 

 

Niguri, che in dialetto calabrese significa i Neri, è l'ultimo documentario girato dal regista indipendente Antonio Martino. Proprio sulle condizioni in cui vivono i Niguri a Sant'Anna, frazione di Isola Capo Rizzuto, in uno dei centri d'accoglienza più grandi d'Europa, si concentra il film, premonitore dei tragici avvenimenti di Rosarno. Abbiamo intervistato il filmaker per discutere della realizzazione di Niguri e di quanto accaduto recentemente in Calabria.

Com'è nata l'idea di realizzare Niguri?

L'idea di produrre un documentario di questo tipo era a portata di mano, ultimamente si parla molto d'immigrazione. In realta avrei voluto girare un film sull'Africa, ma poi mi sono reso conto di avere mille storie interessanti sotto casa (Martino è nato a Sant'Anna, ndr). Anche a Sant'Anna è stata sfiorata la tragedia.

Come è vissuta dagli immigrati l'attesa nei centri di accoglienza?


Gli immigrati vivono in una condizione fisica e psicologica precaria. Quasi tutti soffrono di depressione acuta, che genera, a sua volta, una forte dipendenza all'alcool. I richiedenti asilo si trovano in un limbo dove non c'è luogo né tempo. Basti pensare che per ottenere lo status di rifugiato, un immigrato deve aspettare dai cinque ai nove mesi e che il 90% delle richieste ha un esito negativo. Questo dipende dalle leggi governative che cavalcano l'onda della paura e della diffidenza. In Calabria vige una sorta di apartheid. Per quanto riguarda il rapporto che i Niguri instaurano con gli abitanti del posto, non mi è possibile parlare di un contatto costruttivo. L'unico contatto vero tra locali e Niguri lo si ha in termini di prostituzione. Le donne immigrate sono, infatti, disposte a prostituirsi pur di guadagnare qualche soldo e questo genera una situazione a livello antropologico molto interessante. Il rifiuto del diverso viene meno solo quando si tratta di avere un contatto di tipo sessuale. La situazione nei campi d'accoglienza è talmente dura da sopportare che spesso gli immigrati vogliono tornare in Africa. Il punto è che non avendo i soldi per comprare il biglietto sono bloccati in Italia. Io mi chiedo: allo Stato costerebbe di più pagare il ritorno a casa di queste persone o mantenerle nel centro d'accoglienza? È perciò che nutro dubbi circa le buone intenzioni del governo e penso che dietro vi sia un interesse nel mantenere gli immigrati qui. Maroni ottiene voti se a Sant'Anna c'è una situazione d'emergenza perchè solo così è legittimato nel suo ruolo di sceriffo.

Maroni ha parlato di eccesso di tolleranza. Come valuta lei quest'affermazione del Ministro, considerando che ha avuto modo di lavorare sul campo e toccare il problema?

Penso che tolleranza non ce ne sia stata. Nella politica portata avanti dal Ministro degli Interni non si parla d'integrazione. Si parla di ronde. Fare le ronde al Nord non è come fare le ronde a Rosarno dove la situazione è già di per sè esplosiva. La Calabria è una terra dove lo Stato è storicamente assente. Vorrei aprire una parentesi: la questione degli immigrati nella mia terra è marginale rispetto ad altre questioni, eppure la popolazione si scandalizza solo per il nero. Il diverso diventa capro espiatorio. La popolazione locale non ha mai protestato pubblicamente contro le mafie, mentre per lottare contro la presenza degli immigrati i calabresi hanno bloccato la statale. Alla base c'è una situazione di profonda ignoranza. Sant'Anna è una società di emigranti. Anche io sono emigrante. Come possono queste persone che sono andate in giro per il mondo, che hanno creato, talvolta, grossi problemi, essere così intolleranti?

Quali sono state le difficoltà nella realizzazione e, successivamente, nella distribuzione?


Nella fase di produzione la difficoltà maggiore è stata quella di realizzare interviste.
Gli immigrati hanno paura di toccare certi argomenti. Il rifiuto della loro richiesta d'asilo rappresenta una pesante spada di Damocle che influenza le loro dichiarazioni.
Anche per me, dal punto di vista emozionale, è stato un lavoro faticoso: abbiamo affrontato storie molto dolorose. La sera tornavo a casa con una sensazione di tristezza. Per quanto riguarda la distribuzione, dato che il documentario cade a fagiolo, ci sono buone probabilità che venga trasmesso in televisione.
La cosa bella del film è che permette di aprire una discussione su temi così delicati.
Mentre a Rosarno non c'è stata alcuna pietas umana, a Sant'Anna è ancora possibile arginare una simile tragedia.

Cosa ne pensa della speranza, espressa recentemente da Saviano, nell'avere in futuro una generazione di immigrati che potrà ribellarsi al potere mafioso?


Questa cosa è verissima. Gli immigrati non hanno paura della mafia perchè hanno già toccato il fondo. Quando si ha paura di tutto non si ha paura di niente. Dopo quello che hanno vissuto nei loro paesi d'origine (torture, botte, percosse), la mafia non risulta ai loro occhi così pericolosa. Quando un immigrato mi chiede “cos'è la mafia?” rivela una non conoscenza del problema che è fondamentale in questo momento.
Manca totalmente, tra i Niguri, la consapevolezza di cosa sia e di cosa rappresenti il codice mafioso.

Come valuta la situazione ora che la bomba è esplosa a Rosarno?

Ora che la situazione sembra fuori controllo, mi è stata riconosciuta una certa premonizione. Avevo timore che il film non venisse capito. I fatti di Rosarno non hanno fatto altro che mettere in luce quello che accade a Sant'Anna. Non c'è stato nessun tipo d'integrazione e nessun tipo d'accoglienza.  Ciò che traspare nel mio film è che il colore della pelle costituisce ancora motivo di discriminazione. Io credevo che simili pregiudizi fossero ormai superati.

Parole chiave: Clandestini
Categoria: Diritti, Profughi, Migranti, Politica
Luogo: Italia