09/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Su Rosarno, l'Italia e chi la governa

E' la prima volta in cinque anni che, da giornalista, utilizzo la mia testata per uso quasi personale. Voglio scrivere a un ministro e al presidente della Repubblica. Il primo probabilmente assai più sofferente del secondo perchè, nell'esilio romano, troppo lontano da quella sua 'Padania' che non esiste. Se non nel conio linguistico-ideologico leghista. Una versione immaginaria della Lombardia, regione costituzionalmente inseparabile dallo Stato italiano, di cui il signor Roberto Maroni è - per paradosso e disgrazia - ministro degli Interni. Per il secondo, invece, Roma è ben più di una casa, da più di cinquant'anni.

Ma lo abbiamo votato, il nostro ministro degli Interni, e con lui abbiamo delegato il presidente della Repubblica che lo ha nominato e che ieri, dopo giorni di scontri, violenze, uomini umiliati, sparati a pallettoni, sprangati, gambizzati, ha detto la cosa più inutile, ridicola e insopportabile a udirsi. Salvo che l'udente si accorga di barbarie e medioevo solo quando incolla gli occhi allo schermo e vede scorrere sangue. Basta violenze, dice il mio presidente. Come se qualcuno, dopo essersene disinteressato per anni, scoprisse che per anni gli inquilini del condominio di cui è amministratore si sono ignorati, poi insultati, poi aggrediti, poi fatti la guerra. L'amministratore arriva e dice: basta violenza. E prima? Dove eravamo tutti, prima? In che Italia ha vissuto Giorgio Napolitano, prima? L'Italia per la quale ha combattuto da partigiano era un Paese in guerra. Ma, a vedere Rosarno, non è forse anche questa Italia un Paese in guerra?

Il mio Paese è oggi diventato un condominio. Non quelli di una volta, dove si suonava il campanello del vicino per chiedere il pane e lui ti restituiva il burro che gli avevi dato il giorno prima. Ma un condominio come ce ne sono tanti, per esempio, in città formicaio come Milano, dove io stesso vivo. Un condominio come il mio, dove, a parte due o tre eccezioni, la porta deve chiudersi il prima possibile alle proprie spalle, una volta che si è condiviso, talora con fastidio o addirittura disprezzo, l'ascensore con il vicino. Magari meridionale, magari straniero, magari negro o frocio.

Cio che stride maggiormente, nelle parole di un presidente come Napolitano, sono proprio le parole: l'una in fila all'altra, l'una contro l'altra, producono un silenzio assordante. Un vuoto, un buco, un nulla. A chi si parla, quando si dice basta violenza? Ai bambini che si azzuffano nel parco giochi e se ne strafottono delle parole, abituati come sono solo alla violenza e all'autorità del padre che gli tira le orecchie o li schiaffeggia? A questo siamo arrivati? Se questi bambini, che alla fine siamo tutti noi cittadini, che sono soprattutto i nostri rappresentanti in parlamento e nel governo, avessero avuto insegnamenti diversi, parole diverse, da parte di genitori, insegnanti e politici, oggi probabilmente non ci sarebbe bisogno di tirate d'orecchie o schiaffi. Men che meno di parole vacue, per giunta inascoltate. Con insegnamenti di altra natura, imparati a casa, a scuola e per strada, forse oggi questi bambini non andrebbero in giro per le campagne a cercare il negro da sprangare.

Ma in un luogo dove il presidente non c'è, dove il ministro non c'è, dove lo Stato non c'è mai stato, andate voi a insegnare oggi, a predicare oggi, a governare oggi, a dire basta violenza, a dire che c'è "troppa tolleranza nei confronti dei clandestini", e che questa situazione "alimenta la criminalità". Leggendo le parole del signor Maroni, che mi vergogno a chiamare ministro, per un attimo ho avuto l'ingenua e sciocca impressione che si stesse riferendo a qualcos'altro. Troppa tolleranza per un fenomeno clandestino che genera criminalità... "Lo Stato ha il dovere di fare rispettare le leggi, di fare rispettare le regole", aggiungeva il signor La Russa, anche lui ministro della Difesa, uomo da cui invece andrebbero difesi tutti, immigrati in primis. Davvero ho pensato, ma solo per un fugace istante, che entrambi questi signori si riferissero a qualcosa di ben più mostruoso e intollerabile. Ho pensato alla mafia. Clandestina, criminale, tollerata.

Altro che a una manciata di disperati, accecati dalla disperazione e dalla rabbia, e per questo autori di gesti sicuramente inaccettabili e illegali, come il vandalismo e la deliberata e criminale aggressione a persone innocenti. Forse c'è un'unica differenza tra questi uomini e quelli che abitano questo Paese: da bambini, questi uomini non avevano il sogno di fare il calciatore, il potente, il boss mafioso. Ma solo quello di poter lavorare. Forse hanno ragione i nostri ministri: questi uomini dovrebbero starsene a casa loro. Perché non sanno che, emigrando dal Terzo mondo, alla fine sempre nel Terzo mondo sono precipitati.

Luca Galassi

Parole chiave: rosarno
Categoria: Diritti, Migranti
Luogo: Italia