08/01/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Parla Alberto Conia, membro del collettivo che ha aiutato per anni gli immigrati

Chi, in questi anni, ha lavorato per aiutare i braccianti irregolari della Piana di Gioja Tauro, adesso ha paura. Non tanto che la rabbia degli abitanti e la ritorsione della mafia possa ritorcersi contro di loro, quanto per la vita degli stessi immigrati. Che, loro malgrado, hanno perso la testa, esplodendo in una collera soffocata per troppo tempo. Ma che questa volta sembra aver colpito il bersaglio sbagliato. Alberto Conia lavora per il Kollettivo Onda Rossa di Cinque Frondi, che per alcuni anni ha lavorato sia sul fronte umanitario, portando agli immigrati beni di prima necessità come cibo, coperte e vestiti, che su quello dell'assistenza legale. Alberto racconta come è la situazione nella Piana dopo gli incidenti di ieri e di oggi.

"La situazione è molto delicata. Ci sono 1500 ragazzi fra Rosarno e Gioia Tauro. E' più facile colpirli, in questo territorio assai esteso, soprattutto perchè non stanno tutti insieme. Alcuni sono appartati, isolati. Oggi non si fidano più. Abbiamo provato a daree assistenza e apporto di carattere giuridico legale, con avvocati impegnati in forma gratuita, ma la situazione è molto frammentata, perche i ragazzi sono gli stessi che si ritrovano a Foggia, o a Castelvolturno. Quando partono è difficile trasferire il materiale e la documentazione per seguirli dal punto di vista giuridico. In più, hanno perso la fiducia.

Capiscono perfettamente che la loro situazione non è per niente facile. Molti fanno parte di una fascia 'alta' di migrazione, quella che possiede parametri culturali per analizzare il contesto in cui si trovano costretti a lavorare. E ciò che è successo ieri è il risultato di questa mancanza di fiducia. Abbiamo provato a spiegarglielo che gli si sarebbe ritorta contro, una tale rabbia. Ma hanno perso la testa, e l'ira li ha accecati. La donna malmenata non apparteneva alle cosche, e la popolazione poi su queste cose non ragiona. Aggiungiamo che Rosarno è uno dei centri nevralgici della malavita calabrese, un luogo ad altissima intensità mafiosa. Per noi non sarà per niente facile ricominciare a lavorare con loro se la popolazione è contro. I membri del nostro collettivo non hanno ricevuto direttamente intimidazioni o minacce. Però stamani un gruppo di ragazzi mi si è rivolto dicendo: quelli che tu hai aiutato, guarda che cazzo stanno combinando in Calabria. Purtroppo la popolazione è abituata a guardare verso il basso, a prendersela con gli ultimi, non con i padroni o i mafiosi. Questa mentalità è distruttiva. Si sta toccando il fondo, noi sono due anni che lavoriamo coi migranti, e adesso non ci fanno entrare nel Paese. E' la stessa popolazione a impedire l'accesso. Da domani, quando i riflettori si spegneranno, noi temiamo che arrivi contro di loro la vendetta più subdola e spietata, quella della mafia. Temiamo per la loro vita.

E' un conflitto che scivola sempre di più verso il basso. Io non riesco a non definire xenofobo e razzista il comportamento di certe persone, così come le dichiarazioni del ministro Maroni. Ma anche nella popolazione manca la cultura dell'integrazione. Non sarà difficile tornare a lavorare, domani. Ma lo faremo lo stesso. E' come se in una notte fosse stato vanificato tutto quello che abbiamo costruito in questi anni. Cercheremo di non lasciarli soli, a dispetto di tutto. Sarà rischioso anche per noi, ma il mio viso lo conoscono, non potrei nascondermi".

Luca Galassi

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