
Gli avvenimenti che passano alla Storia hanno bisogno di una data precisa, e
l'allargamento dell'Unione Europea a dieci nuovi Paesi è uno di questi. Ma poi
capita che chi dovrebbe essere più coinvolto abbia meno aspettative di chi li
vive da lontano: ed è quello che si percepisce a Gorizia. La città al confine
con la Slovenia sembra vivere il primo maggio 2004 senza scomporsi troppo. Forse
perché il muro che la divide da Nova Gorica non è più quello di una volta già
da tredici anni, fisicamente è stato abbattuto due mesi fa e contemporaneamente
è come se continuerà a esistere per altri due anni e mezzo.
Una piazza tagliata in due. Piazza della Transalpina è il simbolo delle barriere che cadono. E' la porta
di Brandeburgo d'Italia, il luogo dove dal 1947 al 1991, prima una linea in gesso,
poi il filo spinato e infine un muretto con sopra una rete metallica hanno segnato
il percorso della "cortina di ferro", il punto in cui l'Occidente e il blocco
comunista dell'Europa orientale si guardavano negli occhi. Con l'implosione della
Jugoslavia, quella barriera alta due metri scarsi - e così facile da scavalcare
- diventò più semplicemente il confine tra l'Italia e la Slovenia appena giunta
all'indipendenza. Ma era pur sempre una divisione forzata e illogica. Una piazza,
peraltro piccola, tagliata di netto. Da una parte via Caprin, la strada che porta
al largo su cui si affaccia la stazione Transalpina, costruita dagli Asburgo a
inizio Novecento sulla linea ferroviaria Trieste-Vienna. Dieci metri oltre la
rete, la stazione. Assegnata alla Jugoslavia dai trattati di pace del 1947, probabilmente
l'unica al mondo che dà le spalle alla sua città. Perché quella per cui era nata,
Gorizia, non era più quella che doveva servire.
Com’è oggi. Dove prima c'erano quasi solo campi, il maresciallo Tito volle costruire una
Gorizia nuova: e sul tetto della stazione fu impiantata una stella rossa con la
scritta "Stiamo costruendo il socialismo". Oggi, al posto di quella barriera,
c'è un mosaico rotondo che troneggia al centro della piazza. La linea di divisione
è ancora visibile, ma ora è solo una fila di pietre rettangolari incastonata nell'asfalto
appena rifatto, e trapassa la circonferenza del nuovo monumento esattamente a
metà. Appena tre mesi fa il muro e la rete erano ancora lì, e basta guardarsi
attorno per scoprire che in realtà è stato asportato solo il tratto che divideva
la piazza. Il resto del confine è identico a prima: la barriera si ferma a un
estremo del piazzale - dove è rimasto il cippo in marmo con incisi i nomi dei
due Stati - e ricomincia venti metri più in là, correndo in direzione del monte
Sabotino, dove da più di cinquant'anni campeggia l'enorme scritta in pietra "Naš
(nostro) Tito". Gorizia e Nova Gorica sono tuttora separate da questa specie di
recinto.
L’allargamento visto da qui. Allora, cosa cambia il primo maggio a Gorizia? Tanto a livello simbolico, con
la Slovenia che entra nell'Unione Europea. Pochissimo a livello pratico. Con la
libera circolazione delle merci diventano improvvisamente inutili le dogane, i
valichi di frontiera minori saranno uniformati a quelli di prima categoria e così
il lasciapassare (un documento "ibrido" rilasciato ai residenti della zona, una
specie di passaporto locale) sarà riposto nel cassetto dei ricordi, ma per passare
dall'Italia alla Slovenia e viceversa bisognerà comunque mostrare la carta d'identità
al confine. Come succede già da qualche anno. E come sarà fino al 2007, quando
Lubiana aderirà al trattato di Schengen, e si potrà passare, allora sì, da un
Paese all'altro senza essere fermati.
Festeggiamenti poco sentiti. Per questo motivo i goriziani sanno più di tutti che il primo maggio 2004 è
in fondo un giorno qualunque: in città calano i politici italiani e sloveni, si
festeggia insieme, ma la vita quotidiana in fondo non cambierà granché. Qui c'è
gente che vive da una parte del confine e lavora dall'altra, o che nell'altro
Stato ha parenti e amici. Già adesso, spesso, i poliziotti alla frontiera fanno
cenno di passare, senza curarsi troppo dei documenti. Poi magari tra italiani
e sloveni, divisi dalla Storia, c'è ancora quel velo di diffidenza: col tempo
passerà. Ma col tempo, appunto, non nel giro di una notte.
La stella che non c’è più. Al contrario di quello che successe prima del Natale 1990, quando la stella
rossa che campeggiava sul tetto della Transalpina mostrò all'improvviso quanto
fosse sorpassata. Gli sloveni le attaccarono una coda, facendola diventare una
cometa: era il segno che la Jugoslavia di Tito stava andando verso la dissoluzione.
Passata l'Epifania, la stella fu rimossa: aveva fatto il suo tempo. Nessuno aveva
deciso una data per la fine di quell’epoca. Era semplicemente arrivata da sé.
Ma proprio per questo fu più sentita da chi il confine ce l’aveva di fronte a
casa.