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Dhuusa Marreeb, città di 40 mila abitanti a nord di Mogadiscio, ricopre un ruolo di primaria importanza nella strategia per il dominio del nord del paese.
Prima sotto il controllo dei guerriglieri di al-Shabaab, poi nelle mani delle milizie moderate Ahlu-Sunnah e da domenica ancora una volta i kalashnikov della "Gioventù islamica", al-Shabaab, sarebbero tornati a dettare legge. "Sarebbero", perché le voci si rincorrono senza sosta e tutt'ora, al 4 di gennaio, non è chiaro chi sia a controllare effettivamente la città situata 560 chilometri a nord della capitale. Secondo alcune agenzie, la città sarebbe caduta nelle mani di al-Shabaab, mentre secondo la Irin, ripresa dalla Reuters, la situazione sarebbe sotto controllo e come riferito da un giornalista presente nella capitale regionale del Galgadud, le milizie radicali sarebbero poco fuori da Dhuusa Marreeb. La battaglia che si è consumata tra sabato e domenica è stata tra le più cruente degli ultimi mesi. Il bilancio attuale parla di una cinquantina di vittime e almeno un centinaio di feriti. Ma, come sostengono alcune fonti locali, il bilancio sarebbe molto più pesante. Stavolta il tributo maggiore è stato pagato proprio dai guerriglieri legati ad al-Qaeda. Le due fazioni sono in lotta da molto tempo, da quando i sufiti di Ahlu-Sunna, alleati del Governo Federale di Transizione, nel dicembre del 2008 hanno deciso di opporsi all'avanzata degli islamisti radicali.
Sempre in fuga. Quello che è certo, invece, è il grande numero di rifugiati che sono scappati dalla città verso i villaggi che la circondano. Si parla di circa 7 mila famiglie, cioè circa 30 mila persone. E bisogna ricordare che l'80 per cento della popolazione è costituita da rifugiati (in maggioranza provenienti da Mogadiscio), costretti ancora una volta a cercare riparo altrove dalla furia della armi. Le condizioni di queste persone sono disperate. Sheikh Abdirahman Gedoqorow, un influente leader della città punta il dito contro le organizzazioni umanitarie: "Nessuno aiuta i profughi", martoriati dalla guerra e dalla siccità. C'è bisogno di acqua, di cibo e di rifugi idonei. Gedoqorow ritiene che le agenzie internazionali non si facciano vive perché temono per l'incolumità dei loro operatori, "ma - dice - nonostante le voci, la situazione è sotto controllo e la città è sicura". La paura, tuttavia, che gli uomini di al-Shabaab possano fare ritorno è sempre presente.
I problemi di Amisom. Gli attacchi degli integralisti, dei propugnatori della Sharia, sono aumentati in maniera esponenziale da quando l'esercito etiope, sostenitore del Governo di Transizione, si è ritirato dal paese. La Amison, (African Union Mission in Somalia), che avrebbe dovuto farsi carico della sicurezza del paese e spingere al-Shabaab fuori da Mogadiscio, sta fallendo i suoi obiettivi. Attualmente i ribelli controllano 16 distretti della capitale, mentre l'Amison si limita a presidiare l'area del porto e i due distretti della Medina, della città vecchia. Ma, lamentano i vertici, le truppe sono poche. Era previsto, sin dal marzo 2007, che la missione fosse composta da 8 mila uomini, ma ancora adesso il comandante Nathan Mugisha può contare su soli 4 mila uomini. Gli sforzi di Uganda e Burundi che hanno più volte offerto di aumentare il numero degli effettivi vengono visti, nell'ottica dei complicati equilibri politici del continente africano, come un tentativo di trasformare la missione Amisom in un affare privato tra i due paesi. Altra questione è quella dell'allargamento del mandato della missione che il Consiglio di Sicurezza Onu dovrebbe concedere alle truppe dell'Unione Africana per una maggiore operatività sul campo. Gli ultimi eventi, l'escalation di Usa e Gb contro al-Qaeda in Yemen e le voci secondo cui i ribelli della penisola araba fornirebbero armi ai "fratelli" di al-Shabaab potrebbero costituire una spinta in favore delle richieste del generale Mugisha.
Nicola Sessa
Parole chiave: al shabaab, ahlu sunna, mogadiscio, amisom, al qaeda, yemen