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Ad ottobre in Pakistan settanta persone sono morte negli attacchi terroristici
compiuti da radicali sciiti e sunniti, in conflitto tra loro dai primi anni ’80.
Il primo attentato è avvenuto contro la moschea sciita di Sialkot durante le preghiere
del mattino. Un uomo ha raccontato alla Bbc: “Quando c’è stata l’esplosione la
mia mente per un attimo si è fermata. Poi ho riaperto gli occhi e mi sono accorto
che stavo seduto in mezzo ai cadaveri”. L’assassinio di trenta fedeli, nel primo
giorno del mese, ha dato inizio a una spirale di violenza e vendette. Il 2 ottobre,
mentre 15mila persone celebravano i funerali delle vittime, una folla armata di
fucili e spranghe ha saccheggiato gli uffici della compagnia aerea nazionale e
una banca di proprietà dello Stato. Cinque giorni più tardi, due bombe sono esplose
nella città di Multan, mentre centinaia di sunniti commemoravano la morte del
leader radicale Azim Tariq. “Sono rimasto intontito”, ha detto sempre alla Bbc
un testimone oculare. “Vedevo le persone cadere, piangere e correre intorno a
me”. Quel giorno ci sono state almeno quaranta vittime e un centinaio di feriti.
In seguito, il 10 ottobre a Lahore, un attentatore suicida si è fatto esplodere
all’ingresso di una moschea sciita: tre i morti, fra cui un ragazzino di tredici
anni.
In Pakistan, Paese a maggioranza musulmana, il 70 per cento della popolazione
è sunnita e il 20 per cento sciita. Nelle regioni del Sindh, del Balochistan e
del Punjab, circa 4mila persone hanno perso la vita a causa degli scontri ventennali
tra estremisti delle due confessioni musulmane. In particolare, gli attacchi si
sono intensificati lo scorso maggio, quando le comunità sciite sono state colpite
per ben tre volte e Mufti Nizamudin, importante capo religioso sunnita, è stato
assassinato. L’uccisione a fine settembre del leader radicale sunnita Amjad Farooqi,
accusato dell’omicidio del reporter statunitense Daniel Pearl, avrebbe fatto precipitare
la situazione.
Ma quali sono le ragioni del confl itto tra sciiti e sunniti in Pakistan? Lo chiediamo a
Samina Ahmed dell’ International crisis group (Icg): “Non si tratta di una guerra civile, ma dello scontro armato tra gruppi
politici radicali che si rifanno a due visioni diverse dell’Islam. Le organizzazioni
radicali sunnite e le madrasse (scuole coraniche dove si formano molti estremisti islamici, ndr.) hanno aumentato
la loro influenza grazie all’appoggio dei governi militari che si sono succeduti
in Pakistan. Ancora adesso la lobby militare al seguito del generale Musharraf, salito al potere dopo il colpo di
stato del’99, sostiene i terroristi. Inoltre nel Paese c’è un fiorente mercato
di armi alimentato ancora una volta dai militari e dall’intelligence (Isi). Secondo
Samina, il presidente Musharraf, al potere da cinque anni, non avrebbe dunque
frenato la prolificazione dei gruppi estremisti come aveva promesso. “Gli scontri
tra sciiti e sunniti sono aumentati dopo il colpo di stato del presidente. Allora
l’Esercito si alleò con i partiti religiosi sunniti vicini ai terroristi. Musharraf
ha bandito le organizzazioni islamiche radicali, ma queste sono riemerse con nomi
diversi”.
Dal canto suo Emanuele Giordana, giornalista di Lettera 22 sostiene: “E’ troppo presto per parlare di fallimento di Musharraf nel contenere
i gruppi radicali islamici. Qualcosa è stato fatto. Il presidente, per esempio,
ha tagliato loro i fondi. Serve ancora un po’ di tempo per dire se Musharraf riuscirà
a mantenere questo equilibrio precario. La guerra è gestita da terroristi che
uccidono i civili. Abbiamo a che fare con gruppi armati strutturati che non possono,
tra l’altro, essere contrastati solo sul piano militare. Musharraf dovrebbe riformare
la legislazione, ma non lo fa per paura di inimicarsi i radicali islamici. La
Shaaria, legge islamica, introdotta nel codice con una svolta radicale durante il regime
militare di Zia (’77- ’88) e mantenuta dal governo di Benazir Bhutto (’93-’96),
è ancora in vigore. Questo rende difficile, i rapporti con le minoranze religiose”.
Numerosi osservatori internazionali dicono che il Pakistan rischia una grave
crisi politica. Molto dipende da quanto Musharraf riuscirà a conciliare il sostegno
dato agli Stati Uniti nella guerra ai talebani e la volontà di non perdere il
consenso dei gruppi islamici estremisti.
Francesca Lancini