30/12/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Pier Luigi Pagano, Provveditore regionale delle carceri della Lombardia, esorta le amministrazioni, gli agenti penitenziari, le onlus e gli enti locali a cooperare

“Le leggi ci sono già, basta applicarle e non drammatizzare”. Così si esprime Pier Luigi Pagano, ex direttore del carcere di San Vittore di Milano che ha gestito per quindici anni dal 1989 al 2004. L'esperienza e la professionalità di Pagano, che è stato in grado di apportare dei profondi rinnovamenti e miglioramenti nel più grande penitenziario milanese, sono state premiate. Oggi l'ex direttore di San Vittore è diventato il Provveditore regionale delle carceri della Lombardia. Peacereporter ha intervistato Pagano per chiedere un commento sull'attuale situazione carceraria e quali i principali nodi da sciogliere.

Nel 2009 i suicidi nei penitenziari sono stati più di settantadue. Come si spiega questo dato?

Non è semplice rispondere a questa domanda. Sono tanti i motivi che possono spingere i prigionieri a togliersi la vita. Penso, tuttavia, che l'eccessivo sovraffollamento sia una delle cause principali. In Lombardia la situazione sembra tenere... Il numero dei suicidi nelle carceri lombarde è in diminuzione e questo è un traguardo importante che premia tutti gli sforzi che sono stati fatti in questi anni dalle amministrazioni penitenziarie, dagli agenti, dagli enti locali e dalle onlus. Realtà come Opera e Bollate ne sono la testimonianza. Nei giorni scorsi è stato firmato un protocollo d'Intesa con il ministro della Giustizia Alfano per coinvolgere i detenuti nei progetti lavorativi dell'Expo. Un'ulteriore occasione di reinserimento per i carcerati.

Ha detto che il problema principale delle strutture penitenziarie è il sovraffollamento. Quali soluzioni suggerisce per risolvere la questione?

Sono un amministratore e non un politico, non spetta a me fare le leggi. Penso, tuttavia, che si è venuto a creare un empasse, da cui è difficile uscire. Prendo ad esempio il caso della Lombardia, visto che è la realtà di cui mi occupo e che conosco meglio. Il sessanta percento dei detenuti lombardi è straniero, a San Vittore, addirittura, i carcerati italiani non superano il quaranta per cento. La maggior parte dei detenuti stranieri non può attendere il processo fuori dalla struttura penitenziaria e in rari casi ha accesso alle misure alternative. Perché? Per poter ottenere le misure alternative, come ad esempio gli arresti domiciliari, è necessario avere una famiglia o appunto un domicilio dove scontare questa pena. Molti stranieri sono irregolari e non hanno una dimora. Questo fa si che anche se commettono piccoli reati, devono rimanere in carcere. Anche il reinserimento sociale dei detenuti non italiani costituisce un problema. Su molti di loro grava un provvedimento di espulsione e quindi anche questa opportunità è difficilmente perseguibile.

Sono gli stranieri in maggiore difficoltà?

Ultimamente sì e questo spiega anche l'aumento dei suicidi tra di loro. Sia da un punto di vista legislativo che sociale gli stranieri sono quelli con meno speranze di uscire dal carcere.

Il sistema carcerario necessita di una riforma?

Sicuramente vanno introdotte delle migliorie, ma ci sono già tante leggi, basterebbe applicarle con criterio. Il lavoro d'equipe fatto dagli enti locali, le onlus e l'amministrazione penitenziaria in Lombardia è un esempio di come si possa lavorare bene nel presente. L'importante è non rimanere immobili. A partire dagli agenti penitenziari è stata messa in atto una grande professionalità.Tra le proposte di riforma, mi sembra molto interessante quella del ministro Alfano di creare delle carceri leggere per i detenuti che compiono reati minori. Spesso a San Vittore arrivano uomini che si fermano solo per tre o quattro giorni, ma che vanno a pesare notevolmente sul sistema economico del penitenziario.

Parla di grande professionalità degli agenti, ma morti come quelle di Stefano Cucchi non ne sono certo un esempio...

Casi come quelli di Cucchi sono l'eccezionalità e vanno condannati, ma il problema del carcere è la quotidianità. E' grazie alla professionalità e all'esperienza degli agenti e delle amministrazioni penitenziarie che si riesce a scongiurare il peggio, visto il livello di sovraffollamento raggiunto.

Benedetta Guerriero

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