26/02/2004
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Mentre la diplomazia non riesce a dare una soluzione alla crisi, i ribelli avanzano
Lo scorso 24 febbraio l'opposizione ha conquistato un'altra cittadina
del nord, Port-de-Paix. Dal 5 febbraio, dopo Cap-Haïtien, Gonaïves e
Hinche, è la quarta città finita in mano all'opposizione armata.
Sale la pressione per un intervento internazionale, mentre a
Port-au-Prince la tensione è altissima. Si attende l'arrivo dei ribelli
da un giorno all'altro e le bande armate di Aristide si preparano ad
affrontarli costruendo barricate ovunque. Sabato scorso sono arrivati
anche i marines. Cinquanta in tutto, ma solo per difendere l'ambasciata
statunitense, che è stata chiusa per 'ragioni di sicurezza'.
La Francia ha chiesto ieri le dimissioni di Aristide e si è detta
pronta ad inviare una forza di peacekeeping, ma solo su mandato Onu.
Nei prossimi giorni, il ministro degli esteri Dominique de Villepin
incontrerà a Parigi i leader dell'opposizione per discutere come
bloccare la spirale di violenza.
Gli Stati Uniti, invece, hanno confermato ieri che non intendono
inviare militari ad Haiti. Almeno per il momento. Ma è allo studio
l'ipotesi di invio di una forza internazionale se ci sarà un accordo
politico tra il presidente Jean-Bertrand Aristide e l'opposizione.
Purtroppo non si profilano ipotesi di intesa: il 24 febbraio,
l'opposizione ha rifiutato la proposta avanzata dalla comunità
internazionale (Canada, Francia, Caricom, Oas), che chiedeva di
lasciare Aristide al potere fino alla scadenza del suo mandato (2006),
affiancandolo però ad un nuovo governo e ad un primo ministro.
L'opposizione ha poi presentato un suo progetto: chiede le dimissioni
di Aristide entro il 18 marzo, la nomina transitoria alla guida dello
Stato del presidente della Corte di cassazione, la designazione di un
primo ministro, di un consiglio di saggi, di un nuovo capo della
polizia nazionale, nonchè la ristrutturazione delle forze di polizia
con l'aiuto delle Nazioni Unite e dell'Organizzazione degli Stati
Americani (Soa).
Aristide, invece, che ha accettato in toto il piano della coalizione
internazionale, ha ribadito che non si dimetterà. Ma ha poi promesso
nuove elezioni a novembre.
Agitando lo spettro dei boat-people (negli ultimi dieci giorni, 62 sono
riusciti a fuggire in Giamaica) Aristide ha lanciato un accorato
appello alla comunità internazionale perchè intervenga il più presto
possibile. E agli haitiani, un invito a non lasciare il paese. "Se i
ribelli raggiungono Port-au-Prince, ci saranno migliaia di morti", ha
avvisato il presidente.
Centinaia di persone stanno fuggendo dal caos verso la vicina
Repubblica Dominicana, che ha inviato 1500 uomini armati a controllare
i confini. Il governo di Santo Domingo, però, ha ribadito ieri che non
darà asilo ai profughi. "Non siamo nelle condizioni di garantire
rifugio a nessun cittadino haitiano", ha detto il cancelliere della
Repubblica Francisco Guerrero Prats, ma non ha scartato l'ipotesi di un
appoggio territoriale agli organismi internazionali. Si sta quindi
pensando, con l'aiuto delle Nazioni Unite, di creare accampamenti di
rifugiati a 300 chilometri dalla frontiera di Haiti.
Continua anche l'esodo degli stranieri (30mila in tutto): Gran Bretagna
e Australia hanno richiamato i propri cittadini e lo stesso stanno per
fare Stati Uniti, Francia e Messico. E mentre Port-au-Prince si prepara
a resistere ai ribelli innalzando barricate, sale a 70 il bilancio dei
morti nelle ultime tre settimane. Tra questi, venti uomini della
polizia.
Paola Erba