31/12/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Good Planet, organizzazione francese di pubblica utilità, fondata nel 2005 da Yann Arthus-Bertrand, si propone di "porre l'ecologia nel cuore delle coscienze" dando voce agli altri. "6 Billion Others" è diventato un successo internazionale: cinquemila videointerviste raccolte in 75 paesi nell'arco di sei anni per conoscere meglio il mondo attraverso le storie di chi lo popola. Sibylle D'Orgeval, una delle autrici del progetto, sarà nella capitale danese con seicento nuove vite da raccontare.

Dopo il successo di 6 billion others, cosa presenterete a Copenaghen?

Per Copenaghen abbiamo fatto un film speciale che si chiama 'Sei miliardi di altri, Testimonianza sul clima', girato nei luoghi-chiave dei cambiamenti climatici come la calotta artica, il Perù e l'Africa. È un film esclusivamente basato sulle interviste a testimoni diretti dei mutamenti, oltre che a esperti e a scienziati dell'Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change). Verrà proiettato durante il summit, e mostrerà che è assolutamente urgente fare qualcosa subito, perchè numerose persone stanno già abbandonando le loro terre a causa degli sconvolgimenti ambientali. Noi non suggeriamo, ma pretendiamo che vengano prese azioni concrete.

Quanti Paesi avete girato e quanto tempo avete impiegato per realizzare il lavoro?

Diciassette Paesi. Le riprese sono durate tre mesi, giugno, luglio e agosto, poi c'è stato l'editing del girato. Tra poco il documentario verrà messo sul web, all'indirizzo www.6billionothers.org

Recentemente il presidente Obama ha affermato che è necessario ridurre le emissioni di gas ad effetto serra del 40 percento entro il 2020. Crede che sia un'opzione realistica?

Non lo so. Ciò che importa è che ha inviato un segnale forte al mondo, specialmente a quei Paesi che attendevano di conoscere la posizione degli Stati Uniti al riguardo: India e Cina. Qualsiasi siano i dati, i numeri, la misura delle riduzioni di gas serra, la cosa davvero importante è la spinta al cambiamento. Fosse anche simbolica. In alcune circostanze i simboli sono molto importanti.

Ci spiega il concetto conoscere l'altro per migliorare l'ambiente?

Bisogna essere consci del fatto che ogni nostra singola azione ha un effetto sul mondo intero. È molto semplice prendersi cura della propria casa, del proprio ambiente, ignorando ciò che succede all'esterno. Un parigino può accendere i riscaldamenti quando gli pare, vestirsi con abiti prodotti in Cina, fare mille altre cose per pura comodità, senza preoccupazioni. Ma se esistono legami commerciali con altri Paesi, allora devono esistere anche legami solidali, e non possiamo prendere solo ciò che di fa comodo trascurando il fatto che per produrre una merce si genera inquinamento, si danneggia il clima e così via. I collegamenti economici, finanziari, commerciali richiedono anche legami di carattere climatico. Per questo è necessario conoscere le esperienze degli 'altri'. È nostra responsabilità considerare questi 'altri' in una visione olistica del mondo.

Good Planet sostiene che bisogna portare l'ecologia nel cuore delle coscienze. Come si fa?

È quello che dico quando parlo di visione olistica. Non è un dovere, ma un fatto interno alla propria coscienza. È inutile elencare numeri e dati statistici. È inutile dire in che percentuale verranno tagliate le emissioni di ossido di carbonio se non si cambiano i valori. La crisi finanziaria lo ha messo in evidenza: i valori sono stati trascurati in maniera perversa. Come si torna al 'prima'? Bisogna farsi questa domanda. Esistono popolazioni che da millenni conoscono il modo di relazionarsi con la terra. Queste culture, cosiddette 'ecologiche' non sono affatto ecologiche. Sono popolazioni che hanno coscienza di chi sono e di che cosa è il pianeta nel quale vivono. Sono semplicemente il risultato di qualcosa che conoscevamo anche noi, prima che il nostro cervello iniziasse a 'dividersi', a specializzarsi.

A Copenaghen sarà più efficace parlare o gridare?

Credo che la violenza non sia mai utile. Credo che siano utili invece le buone manifestazioni di protesta, le flash mob, per esempio, quelle ben organizzate, dove l'azione è comune, convogliata, dove c'è mobilitazione sugli obiettivi concreti. Dopo, penso che bisogna essere presenti anche a un livello politico. Ho parlato con numerosi scienziati, e purtroppo questo è il punto più' difficile, perchè in politica prevale la diplomazia, e fattori economici prendono il sopravvento. L'intensità della voce dell'ecologia dovrebbe essere allo stesso livello di quella della politica. Questo è il punto. Gli scienziati incontrano enormi difficoltà a parlare con i politici. I primi parlano di migliaia, milioni di anni. I secondi di mandati, quindi di quattro-cinque anni. L'incontro tra queste due visioni è la cosa più difficile.

Avete attraversato 17 paesi. Quale Stato, secondo lei, guiderà le politiche ambientali a Copenaghen? E quale, invece, lavorerà per mantenere le cose così come sono?

Un leader? Non so, ma come ho detto prima, la voce degli Stati Uniti è sicuramente molto importante. È un Paese economicamente e demograficamente forte, ma anche altri lo sono. Ripeto, la Cina, l'India. Poi l'Europa, che faticosamente cerca una voce unica. È difficile dire chi sia il Paese-guida. Spero anche che il mio Paese, la Francia, possa fare la sua piccola parte per influenzare i Grandi. Lo spero, perlomeno.

 

Antonio Marafioti