31/12/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



 

"In tanti anni di indagini sul territorio della Piana di Gioja, poche volte abbiamo visto condotte collaborative ed efficaci come con i due giovani africani vittima di intimidazione in Rosarno. Le loro deposizioni, e quelle degli altri immigrati, hanno condotto all'arresto del colpevole"; il capitano Ivan Boracchia della compagnia dei Carabinieri di Gioja Tauro fu molto chiaro con la stampa nel dicembre 2008: gli extracomunitari, i lavoratori irregolari che mandano avanti il comparto agricolo del Sud raccogliendo pomodori nel Tavoliere delle Puglie e nel casertano, olive e arance in Calabria e ortaggi in Sicilia, sono stati finora "un caso unico di 'collaborazione non omertosa' con la giustizia nella storia della Calabria", precisa al telefono Tiziana Barillà di 'Libera', associazione contro le mafie; "l'unico precedente viene dalle denunce dei volontari dell'Ulivo nell'ottobre 2005 quando dopo l'omicidio del vicepresidente regionale Domenica Fortugno si arrivò in pochi giorni al fermo di un killer".
"I migranti africani e arabi, non regolarizzati - spiega lo studioso dei fenomeni mafiosi Antonello Mangano - sono una presenza fondamentale per l'economia del Sud, senza i quali fallirebbe questo comparto, affonderebbero le economie di parecchie regioni e non vedremmo più arrivare i fondi europei di sostegno all'agricoltura". Proprio nei giorni in cui si andava in stampa, la Lega Nord otteneva il voto di fiducia sul Decreto sicurezza che prometteva perpetua insicurezza e illegalizzazione per i migranti extracomunitari: "Le campagne su sicurezza e criminalizzazione dei migranti rendono difficile comunicare il disagio degli irregolari a gran parte dei lavoratori locali. Ma se per assurdo, adottassimo anche coi residenti un sistema che lega il soggiorno a un contratto di lavoro in regola, quanti calabresi che campano dell'economia sommersa, sfuggirebbero alla clandestinità?" è la provocazione di Mangano, che nasce dalla constatazione delle condizioni di sfruttamento in cui vivono gli immigrati nelle campagne meridionali, che rende profittevole la raccolta delle patate a Cassibile (Siracusa) in marzo, delle olive ad Alcamo in giugno, dei pomodori a Foggia in settembre... E dire che a Rosarno le condizioni non sono così brutte; i proprietari terrieri garantiscono tra venti e venticinque euro a giornata, col minimo sindacale per la Provincia a trentadue; ma tenendoli a giornata in nero si risparmiano i contributi, che porterebbero il conto a quaranta euro.
"Le leggi razziste volute dalla Lega non mirano a espellere gli immigrati, vogliono mantenerli in una condizione servile, sotto ricatto. La fascia di immigrazione irregolare che lavora nei campi non accetterebbe mai condizioni tanto dure in presenza di un'alternativa; inizierebbe ad organizzarsi ed a rivendicare diritti: sanno di essere indispensabili e di sostenere un intero settore economico. Senza loro tante lande del Meridione sarebbero condannate allo spopolamento. Dunque che rimangano a lavorare, ma da schiavi" è la conclusione di Mangano sullo sfruttamento del lavoro, fondato sulla artificiosa condizione di clandestinità dei migranti.
"Abbiamo raccolto le lezioni da trarre dal caso Rosarno in un volume intitolato "Gli Africani salveranno la Calabria. E forse, l'Italia intera", ricorda Barillà di Libera, che con Don Ciotti qui nella piana di Gioja, terra dei clan Piromalli Pesce Bellocco, aveva portato trentacinquemila giovani in marcia contro le mafie il 21 marzo 2007. "Ma non solo - incalza Barillà - oltre all'omicidio Fortugno, il 'caso Rosarno' in decenni di lotta alle 'ndrine, essendo concluso dall'arresto del delinquente grazie alla collaborazione delle vittime, viola il patto d'omertà quasi egemone in certi paesini. Gli africani hanno bloccato un abitato intero la mattina del 13 dicembre 2008, rovesciando cassonetti e protestando di fronte alla caserma di Polizia, per dire che non accettavano che gli si sparasse addosso. In altri Paesi chi viene colpito non ha la forza di reagire e subisce in silenzio. Possono essere anche loro, o forse, provocatoriamente, solo gli immigrati, a salvare noi calabresi dalle mafie". Finora un'altra rivolta di immigrati si era registrata nel gennaio 2003 quando la Asl aveva chiuso un dormitorio occupato abusivamente; avevano portato i loro materassi davanti il municipio per ottenere un nuovo tetto asciutto dove dormire. E negli anni a seguire avevano subito almeno altre due aggressioni e ripetuti tentativi di rapina a tarda sera, quando sono gli unici a girare a piedi per le strade del paese.
"Ho visto quei ragazzi, dopo l'agguato portato (a colpi di pistola, ndr) l'11 dicembre, mettersi in coda per l'identificazione degli aggressori con il confronto delle fotografie", ricorda Peppe Pugliese, ragazzone calabrese la cui stazza si staglia di una spanna sopra quella di altri volontari come lui, che distribuiscono coperte e vestiti alla fabbrica 'Cartiera' occupata dai migranti; idealista con una sua vita agiata a Rosarno, Pugliese ha deciso di aiutare fin dal 2002 le migliaia di ragazzi che venivano nella Piana da ottobre ad aprile, tempo di arance e olive. Nel 2008 fonda l'Osservatorio Migranti, per organizzare l'aiuto: coperte per l'inverno donate dai cittadini dei comuni vicini, i container per dormire al riparo dalla pioggia, arrivati in febbraio, e da gennaio bagni chimici e docce che i Comuni di San Ferdinando Rosarno e Rizziconi hanno predisposto negli insediamenti abusivi, utilizzando un fondo di 50mila euro disposto dalla Regione Calabria.
Il 12 dicembre due teppistelli avevano sparano nel mucchio, fuori da una ex fabbrica abbandonata contro i lavoratori africani, a fine giornata: colpiscono a casaccio due ragazzi, un ivoriano e un ghanese, sui 21 anni. Vittime e loro amici riconosceranno un volto tra quelli presentati loro dai carabinieri: un rosarnese con vari precedenti penali contro il patrimonio. Il giorno dopo i migranti si rifiutano di andare nei 'giardini' (qui si dice così dei campi, perché gli agrumeti un tempo erano ornamentali) a raccogliere frutti sugli alberi, ma gridano ''Mai più'' e chiedono giustizia. "Nella nazione che ha esportato nel mondo Mafia Camorra e 'Ndrangheta - ha scritto di recente Roberto Saviano - sono gli immigrati a Castelvolturno (strage di 6 ghanesi nel settembre 2008) e a Rosarno a ribellarsi allo strapotere mafioso sul territorio e a scendere in piazza per dire 'Noi non ci stiamo'.
La Piana di Gioja è stata terra di lotte popolari nel dopoguerra, per appropriarsi della terra. E ha visto anche lotte di antimafia, come testimonia il sacrificio di Peppe Valarioti, candidato capolista del Pci alle elezioni amministrative del 1979, ucciso la sera seguente il voto, mentre festeggiava oltre il 30% di consensi per la lista comunista. A chi voleva diventare sindaco come Giuseppe Lavorato ( primo cittadino fino al 2002) bruciarono la macchina a una settimana dalla elezioni, "Ma non abbiamo mai piegato la schiena davanti la mafia", spiega Lavorato "perché fu proprio da quelle elezioni che i comunisti denunciarono l'arrivo del voto mafioso, piegato agli interessi delle cosche. Erano gli anni della costruzione del porto, arrivava un fiume di soldi, e la 'ndrangheta capì il valore del controllo dei fondi pubblici e del controllo della politica". Le ditte mafiose che parteciparono allo sbancamento per costruire il porto di Gioja acquisirono quella dimestichezza con trasporto inerti e il movimento terra che ha fatto loro egemonizzare anche la Brianza e il territorio milanese trenta anni dopo. Con il porto arrivò il raddoppio della ferrovia e l'autostrada Salerno-Reggio: miliardi ghiotti per le 'ndrine. "In quegli anni ci fu il passaggio dalle 'ndrine di Guardianìa, che facevano soldi col contrabbando di sigarette, al salto in grande stile dell'economia mafiosa. Noi comunisti capimmo che lo Stato doveva combattere per il controllo del territorio e poteva farlo solo dando lavoro ai braccianti, per il lavoro e contro la mafia".

Gli immigrati da anni oramai vivevano ammassati per almeno quattro mesi l'anno in edifici abbandonati: un vecchio capannone poco fuori il centro di Rosarno, la 'Rognetta' sulla via Nazionale, dove un tempo si lavoravano le arance. Solo quest'anno a ridosso dello stradone era stato allacciata una conduttura all'acquedotto comunale; i vetri del capannone erano rotti da tempo. Per anni immigrati burkinabè, maliani, ivoriani, ghanesi hanno accozzato alla bell'e meglio baracche con cartoni e vecchie reti da materasso, lamiere. Mentre Pugliese ci fa strada nei corridoi dove i ragazzi africani accendono fuochi improvvisati dentro bidoni arruginiti, ci viene incontro Khaled, un ragazzo algerino. Avrà venticinque anni. Chiama Peppe in disparte, lo fa entrare nella sua baracca fredda e umida. "Adesso il peggio è passato, qui in gennaio le temperature possono anche scendere sotto lo zero", puntualizza Pugliese, commosso mentre mostra il dono che Khaled e altri algerini gli hanno voluto fare per essere riuscito a portare i container dove stare caldi: due pacchi di arance, parte del raccolto di giornata. La stagione è finita e i ragazzi possono portare via qualche frutto dai rami; tanto gran parte delle arance non verrà raccolte: quest'anno il prezzo al chilo è crollato a sette centesimi e conveniva soltanto raccogliere mandarini e clementine.
Alla Cartiera, verso il comune di San Ferdinando, erano più di quattrocento nei giorni dell'emergenza a trovare un tetto dove dormire sotto un capannone moderno; la "Modul System srl" era stata fondata negli anni '90 da un imprenditore emiliano venuto a Sud a sfruttare i fondi europei per lo sviluppo: venne tirato su un capannone ma la cartiera non entrò mai in funzione. Ora lo scheletro vuoto nato da un raggiro ospita un altro figlio illegittimo dell'economia meridionale: stipendi in nero e vite mai dichiarate, o respinte alla frontiera. Sul lato della strada c'è l'accampamento dei sudanesi: sono una cinquantina e stanno in disparte; quasi tutti hanno richiesto asilo politico e ne avrebbero diritto, sono una comunità a parte con rituali diversi. I ragazzi del 'Kollettivo onda rossa' di Cinquefrondi, distribuiscono maglie in lana e vestiti smessi dai calabresi. Gli africani si mettono in coda, berretti e calze pesanti vanno a ruba, servono nelle fredde notti del capannone, quando si accendono fuochi per cucinare e scaldarsi al buio delle volte industriali. Qui sono venuti gli avvocati volontari dell'Osservatorio in gennaio a recensire le condizioni giuridiche dei migranti e dare assistenza. "Ne abbiamo trovati quasi quattrocento - spiega Anna Foti, avvocato in Reggio - in minima parte con permessi non rinnovati, a maggioranza con decreti di respingimento alla frontiera e parecchi dinieghi di asilo. Per molti di loro l'atto amministrativo che segna la loro permanenza in Italia, era stato emesso in maniera illegittima. Ma per quasi tutti erano scaduti i termini per presentare ricorso, che varia dai quindici ai sessanta giorni. Ad alcuni a Lampedusa avevano consegnato un foglio di via e quasi contestualmente un decreto di espulsione. Procedure invalide. Ma siamo arrivati troppo tardi. Per casi singoli proviamo a recuperare: è il caso di una ghanese incinta, per la quale proporremo la inespellibilità".I decreti di espulsione erano in gran parte emessi tra luglio e agosto 2008. Una grande ondata passata da Lampedusa; alcuni poi per il Cpt di Crotone, molti direttamente qui in Calabria in cerca di denaro contante. Per parecchi l'unica scelta futura sarà la clandestinità: dopo il decreto di esplusione per dieci anni non possono chiedere il permesso di soggiorno.
Oltre a Pugliese e i volontari, c'è chi da anni riconosce chi viene a lavorare e prova compassione per le condizioni ignobili in cui noi italiani li facciamo lavorare: Norina Ventre. Volontaria dell'Unitalsi, immancabile ai pellegrinaggi a Lourdes, questa zelante cattolica 81enne, si trova fianco a fianco coi ragazzi del ''Kollettivo'' nel dare una mano. "Sono poveri ragazzi, venuti qui a spaccarsi la schiena nella raccolta; senza pane, senza coperte, senza un tetto e un fuoco che riscaldi: come possiamo dirci cristiani se non apriamo le porte a chi ha bisogno?" Norina da dieci anni, ogni domenica, da ottobre a marzo, apre la sua casa di campagna in contrada Rognetta, vicino la vecchia fabbrica occupata e sotto un pergolato mette un tavolaccio con sessanta, ottanta a volte cento coperti: il pranzo della domenica di 'Mamma Africa', una consuetudine per i migranti della Piana oramai. Pasta al forno, parmigiane e prelibatezze calabre. "In febbraio sono arrivata anche a 180 coperti! - ride - ma in quel caso solo un sugo semplice, erano troppi anche per me. E con del nostro peperoncino calabrese, così si rinfrancano". Non ha intenzione di smettere. "Sono una cristiana. E Nostro Signore Gesù Cristo ha dato un messaggio dalla Collina degli Ulivi: date da mangiare agli affamati. Come mi potrei presentare di fronte a Nostra Signora di Lourdes, se non aiutassi questi poveri ragazzi?".Norina non ha smesso nemmeno quando quasi tutti sono partiti, a stagione terminata. "A maggio ne sono rimasti solo una ventina, trentina, ma la domenica io preparo lo stesso: come faccio a non dargli da mangiare, soprattutto ora che non trovano più lavoro? I miei ragazzi hanno tanta fame..." Norina Ventre non è l'unica persona con spirito cristiano a Rosarno: anche il parroco della chiesa di San Giovanni Battista, don Pino, lo scorso Natale ha messo nel presepe un Gesù nero, per ricordare '' i fratelli migranti''. Anche la famiglia di don Pino ha un fondo con degli aranci fuori paese: lo comprò il suo nonno, con i soldi fatti in America da migrante. E a quel santo si rivolgono anche i nuovi arrivati: "Adesso siamo tutti presi dall'organizzare il battesimo di uno dei loro bambini - ricorda al telefono Mamma Africa - una tale eccitazione: non ho ancora completato il corredino. Lo chiameremo Giovanni, come il nostro patrono".
Ma non tutte le belle storie hanno un lieto fine. Bisognerà verificare in questo mese una vergogna emersa raccogliendo queste testimonianze: al ghanese e all'ivoriano che con la loro denuncia hanno assicurato alla giustizia uno 'ndranghetista, non è ancora stato assicurato un permesso di soggiorno regolare. "In base all'articolo 18 della legge vigente Bossi Fini, spetterebbe loro un permesso, per 'collaborazione'" spiega Valentina Loiero di 'Terra', giornalista specializzata sul tema migranti. L'art.18 era stato pensato per le prostitute che denunciavano gli sfruttatori, ma calza a perfezione al caso. A rilasciare il documento è il prefetto su istruttoria di Pubblico ministero e giudice delle indagini, che hanno seguito il caso al quale ha collaborato l'immigrato. "Al momento non abbiamo novità sul permesso per i due" ci riferiscono dallo studio legale che segue la pratica.
E' presto per gridare allo scandalo: i tempi medi di concessione di un permesso superano i 6 mesi, quindi nessuna fretta ai signori Prefetti Domenico Bagnato di Gioja Tauro e Francesco Musolino di Reggio Calabria. Ma al signor Ministro dell'interno Roberto Maroni si vorrebbe chiedere: se davvero questo esecutivo vuole colpire solo i migranti che delinquono, perché non premiare gli immigrati che hanno aiutato la giustizia, come anzi mai successo prima in regioni ad alta omertà mafiosa?
Aiutiamoli a restare con noi: con la loro presenza in Calabria, Ministro, c'è da giurare che migliorerebbero il tenore civile delle nostre terre piagate dalle Mafie.

Gianluca Ursini

Luogo: Italia