19/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Tredici anni fa la terra dei curdi fu battezzato dai militari statunitensi il rifugio sicuro
scritto per noi da
Marewaan Salah
 
KurdistanLa rivolta dei curdi fu repressa dai militari, l’aiuto promesso non si materializzò e i curdi dovettero fuggire dalla rappresaglia di Saddam. Poi, per anni, oltre all’embargo, la guerra civile tra i due più importanti partiti curdi: nuovi lutti e nuove discordie. Erbil, la capitale, vide l’alternarsi delle bandiere gialle del PDK (Partito Democratico del Kurdistan) di Massud Barzani e di quelle verdi dei rivali del PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) di Jalal Talabani. Migliaia di famiglie, supposti sostenitori dell’una o dell’altra fazione, furono espulse dalla città ad ogni cambio di potere, e andarono a ingrossare le fila degli sfollati. Nel 1996, la stessa sorte toccò a Suleymanyia, la seconda città del nord, saccheggiata quando venne conquistata dalle forze del PDK, con l’appoggio dei carri armati di Saddam, e ancora una volta più di centomila persone dovettero scappare oltre confine, sulle montagne dell’Iran. Nonostante gli ultimi anni di tregua, di riavvicinamento tra i partiti curdi, quelle ferite sono rimaste aperte, difficili da cicatrizzare. C’è rancore e diffidenza, anche se i peshmerga, i guerriglieri curdi - gialli e verdi insieme - si sono trovati uniti nell’appoggiare, nel marzo scorso, l’intervento militare statunitense. Molti avevano sperato che il risultato finale sarebbe stata la libertà, la pace.

Un sogno da cui i curdi si sono bruscamente svegliati il primo giorno di febbraio di quest’anno quando due esplosioni hanno scosso le sedi di entrambi i partiti, nella capitale Erbil: decine di morti, centinaia di feriti. Da quel giorno, nessuno si sente più sicuro in Kurdistan: il sostegno all’aggressione USA ha avuto il risultato, prevedibile, di importare guerriglia e terrorismo nel rifugio sicuro. E ora la gente ha paura, molta. Le strade delle città sono poco affollate, nessuno esce la sera tardi, anche i bazar sono diventati più piccoli. Le famiglie cercano di organizzarsi per garantire la propria sicurezza. Civili armati – qui sono in pochi a non avere una pistola o un kalashnikov – fanno la ronda nelle vicinanze della propria abitazione. Basta una vettura parcheggiata di cui non si conosca il proprietario e i vicini si consultano, controllano, fanno scattare l’allarme. Tutti vivono con la paura di una improvvisa esplosione.

Pochissimi stranieri in giro: le agenzie delle Nazioni Unite se ne sono andate da tempo, quasi tutte le organizzazioni umanitarie – negli anni passati ce ne era più di un centinaio – hanno lasciato il Kurdistan, come il resto dell’Iraq, per motivi di sicurezza. Emergency è tra le pochissime, forse l'unica, organizzazione che ancora mantiene il suo personale internazionale qui al nord. I curdi sono scioccati, circolano le storie più strane, date per certe e smentite il giorno dopo, un allarme dopo l’altro.Che cosa succederà, chi sta alimentando il panico?

“La settimana scorsa – dice Salah, che fa il panettiere a Suleymanyia – abbiamo sentito dire che decine di macchine cariche di esplosivo sono arrivate qui in città”. Ma non è in grado di sapere chi le avrebbe portate. “Agenti di Saddam, i fondamentalisti, terroristi che vengono da fuori” sono le risposte più frequenti alla domanda, ma nessuno sa, e questo aumenta il caos.

La settimana scorsa a Baghdad, durante una perquisizione, militari USA hanno trovato documenti giudicati molto importanti. Lettere di Al Qaeda, qualcuno dice addirittura di Osama bin Laden in persona, contenenti ordini per le operazioni dei prossimi mesi. Erano indirizzate a Abu Masab Al Zarkawi, il capo di Al Qaeda in Iraq. Sulla testa di Al Zarkawi c’è una taglia di milioni di dollari. E’ considerato il responsabile dell’assassinio, avvenuto nel 2002, di un diplomatico USA in Giordania. Al Zarkawi è di nazionalità giordana, e l’anno scorso è stato visto anche qui, in Kurdistan. Nei documenti ritrovati, Al Qaeda accusa i due partiti curdi, e i loro capi Barzani e Talabani, di essere al servizio degli americani, e invita ad intensificare attentati suicidi nei prossimi mesi, anche in Kurdistan, se i guerriglieri curdi continueranno a sostenere gli invasori. Creare il caos, creare divisioni interne, tra sciiti e sunniti, tra curdi e arabi, tutti contro tutti: questa sembra essere la strategia disegnata da Al Qaeda.

Ma chi sono i destinatari degli ordini di Osama? Anche nel nord dell’Iraq, potenziali seguaci dello sceicco saudita non mancano certo. Molti anni fa fu fondato il Movimento Islamico del Kurdistan, capeggiato dal Mullah Ali Abdulaziz, originario di Halabja.La leadership del Mullah Ali, ormai molto vecchio e malato, non è stata a lungo riconosciuta da tutti, e dal MIK si sono separate due fazioni.Guidati da Mullah Krekar, di recente arrestato e poi rilasciato a Oslo, un gruppo consistente ha dato vita a Jund Al Islam (i Soldati dell’Islam) poi trasformatosi in Ansar Al Islam (Seguaci dell’Islam). Mullah Krekar è un veterano della jihad, è stato a lungo in Pakistan e poi in Afghanistan con i talebani. I suoi uomini, basati nella regione di Halabja, hanno spesso combattuto contro i peshmerga del PUK.

Prima di essere attaccati anche con i B52 nel febbraio dell’anno scorso, avevano seminato il terrore nella regione. L’anno scorso, al termine di uno scontro a fuoco in occasione dell’Eid, la più importante festività musulmana che segna la fine del Ramadan, fecero a pezzi i corpi di novanta peshmerga curdi e li distribuirono ai lati delle strade vicino ad Halabja, un macabro monito per tutti. Nonostante le perdite subite durante i bombardamenti, i terroristi di Ansar Al Islam sono tutt'altro che spariti: sono stati loro, con ogni probabilità, a guidare i recenti attacchi contro le caserme di Ar Ramadi e Felluja. E di recente hanno dato vita a una nuova cellula terroristica, chiamata Ansar Al Sunna. Un’altra scissione nel MIK ha dato origine al Komali Islami, più comunemente indicato come il gruppo dei Komal.

Considerati meno radicali dei cugini di Ansar Al Islam, anche i leader dei Komal non hanno però mai nascosto simpatie fondamentaliste, è noto il loro apprezzamento per il regime dei talebani in Afghanistan. Dei due leader dei Komal, è rimasto solo Sheik Mohammed Barzanj. L’altro, Ali Bapir, è sparito l’anno scorso. Si stava recando a un appuntamento con emissari statunitensi a Dokan, a mezz’ora di macchina da Suleymanyia, quando è stato rapito da due elicotteri americani, e si dice sia finito a Guantanamo. Sono questi i gruppi operativi destinati a mettere in pratica il terrorismo programmato per i prossimi mesi? C’è di più, dicono in molti. Ci sono agenti iraniani, libici, sauditi, giordani... Nell’incertezza e nel rincorrersi delle voci e degli allarmi, una sola cosa è sempre più chiara: che il “rifugio sicuro” è diventato un incubo.

 
Categoria: Guerra
Luogo: Iraq