30/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Impressioni da Falluja, il calore della gente tra l’isolamento e la distruzione
Il racconto della visita a Falluja
Scritto da Sheila Provencher, del Christian Peacemakers Team*

Lezione in edificio danneggiato dalle forze Usa
Il 14 marzo, mentre ci avvicinavamo al gruppo di tende nella sezione Gebeil di Falluja, non sapevamo cosa aspettarci. Eravamo perfino stupiti di essere riusciti ad entrare in città, attraversando le strette maglie della sicurezza, i tre check point controllati dall’esercito Usa. Eravamo stati anche avvisati che se si fosse sparsa la voce che c’erano degli americani in città, le nostre vite sarebbero state in pericolo. 
Avevamo già visto quartieri di Falluja dove gli edifici erano stati distrutti eppure si reggevano ancora in piedi. Ma questa volta il nostro gruppo -composto da cinque colleghi del CPT e sei iracheni molti dei quali sciiti-, si è trovato davanti ad una grande area della città a prevalenza sunnita, che sembrava fosse stata colpita da un terremoto. Dove una volta sorgevano delle case ora c’erano solo mucchi di macerie.

Lezione in edificio danneggiato dalle forze Usa I membri di una delle famiglie di rifugiati ci hanno salutato calorosamente e ci hanno invitato nella loro tenda. Mentre le donne scaldavano l’acqua per il tè sul piccolo bruciatore a gas nell’angolo della tenda, abbiamo avuto il tempo di conoscere molti dei venticinque membri della famiglia, che vive raccolta in uno spazio di quattro metri e mezzo per tre. L’anziano padre iniziò a raccontare la storia della famiglia. Nel novembre del 2004 dovettero lasciare la loro casa dopo che le forze statunitensi li avevano avvisati di attacchi imminenti, e finirono con l’occupare, con altri sfollati da Falluja, una scuola nel vicino villaggio di Halabreh. Un mese fa la famiglia dovette lasciare la scuola perché ne fosse ripristinata l’operatività, quindi ritornarono a Falluja.
 
Queste cisterne sono l'unica fonte di Acqua per la gente di FallujaSiccome la loro casa era stata completamente distrutta, la Mezza Luna Rossa fornì loro una tenda e quattro lenzuola. Dalle macerie, avevano estratto della mobilia rotta da bruciare per cucinare e per ottenere calore quando avrebbe fatto più freddo. “Grazie” ci dicevano molte donne abbracciando e baciando le femmine del nostro gruppo. Ce ne andammo sconcertati. Non avevamo fatto nulla di concreto per aiutarli e provenivamo dal paese che aveva distrutto la loro città e la loro casa.
 
Studentesse (a sinistra) guardano l'esterno della scuolaPiù tardi, parlammo a lungo con uno sceicco religioso, che ci raccontò in modo serio e appassionato della devastazione durante l’assedio di Fallujah e del suo isolamento forzato, anche durante i quattro mesi passati. “La cosa più importante che possiamo fare per aiutarli -ci ha detto -, è far conoscere alla gente di fuori la distruzione di Fallujah e le sofferenze patite della gente”. Poi, parlando delle difficoltà di contattarlo da Baghdad ci ha detto, “I nostri cuori sono aperti, ma i confini sono chiusi.” Abbiamo concordato. Abbiamo visto i confini fisici, i confini del pregiudizio e della paura, ma quel giorno abbiamo anche scoperto molti cuori aperti.
 
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Iraq
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