Il racconto della visita a Falluja
Scritto da Sheila Provencher, del Christian Peacemakers Team*
Il 14 marzo, mentre ci avvicinavamo al gruppo di tende nella sezione Gebeil di
Falluja, non sapevamo cosa aspettarci. Eravamo perfino stupiti di essere riusciti
ad entrare in città, attraversando le strette maglie della sicurezza, i tre check
point controllati dall’esercito Usa. Eravamo stati anche avvisati che se si fosse
sparsa la voce che c’erano degli americani in città, le nostre vite sarebbero
state in pericolo.
Avevamo già visto quartieri di Falluja dove gli edifici erano stati distrutti
eppure si reggevano ancora in piedi. Ma questa volta il nostro gruppo -composto
da cinque colleghi del CPT e sei iracheni molti dei quali sciiti-, si è trovato
davanti ad una grande area della città a prevalenza sunnita, che sembrava fosse
stata colpita da un terremoto. Dove una volta sorgevano delle case ora c’erano
solo mucchi di macerie.

I membri di una delle famiglie di rifugiati ci hanno salutato calorosamente
e ci hanno invitato nella loro tenda. Mentre le donne scaldavano l’acqua per il
tè sul piccolo bruciatore a gas nell’angolo della tenda, abbiamo avuto il tempo
di conoscere molti dei venticinque membri della famiglia, che vive raccolta in
uno spazio di quattro metri e mezzo per tre. L’anziano padre iniziò a raccontare
la storia della famiglia. Nel novembre del 2004 dovettero lasciare la loro casa
dopo che le forze statunitensi li avevano avvisati di attacchi imminenti, e finirono
con l’occupare, con altri sfollati da Falluja, una scuola nel vicino villaggio
di Halabreh. Un mese fa la famiglia dovette lasciare la scuola perché ne fosse
ripristinata l’operatività, quindi ritornarono a Falluja.

Siccome la loro casa era stata completamente distrutta, la Mezza Luna Rossa fornì
loro una tenda e quattro lenzuola. Dalle macerie, avevano estratto della mobilia
rotta da bruciare per cucinare e per ottenere calore quando avrebbe fatto più
freddo. “Grazie” ci dicevano molte donne abbracciando e baciando le femmine del
nostro gruppo. Ce ne andammo sconcertati. Non avevamo fatto nulla di concreto
per aiutarli e provenivamo dal paese che aveva distrutto la loro città e la loro
casa.

Più tardi, parlammo a lungo con uno sceicco religioso, che ci raccontò in modo
serio e appassionato della devastazione durante l’assedio di Fallujah e del suo
isolamento forzato, anche durante i quattro mesi passati. “La cosa più importante
che possiamo fare per aiutarli -ci ha detto -, è far conoscere alla gente di fuori
la distruzione di Fallujah e le sofferenze patite della gente”. Poi, parlando
delle difficoltà di contattarlo da Baghdad ci ha detto, “I nostri cuori sono aperti,
ma i confini sono chiusi.” Abbiamo concordato. Abbiamo visto i confini fisici,
i confini del pregiudizio e della paura, ma quel giorno abbiamo anche scoperto
molti cuori aperti.