28/12/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Nuova Delhi offre un negoziato alla guerriglia contadina maoista, ma intanto continua i preparativi della preannunciata offensiva militare nelle aree tribali 'rosse'

Per uno Stato che si definisce democratico, dichiarare una guerra contro il proprio popolo non è una decisione da poco. Soprattutto se l'obiettivo della campagna militare è la parte notoriamente più povera ed emarginata della nazione, come lo sono in India i milioni di contadini adivasi (aborigeni) che vivono nella Tribal Belt (Fascia Tribale), ai margini di un ‘miracolo economico' dal quale non solo sono totalmente esclusi, ma al cui altare sono chiamati a sacrificare le loro terre e la loro stessa sopravvivenza. Non stupisce che il governo indiano, prima di dare il definitivo ordine di attacco alle sue truppe, faccia almeno le mossa di cercare il dialogo in extremis.

L'operazione militare Green Hunt. Per stroncare la resistenza delle popolazioni tribali all'esproprio delle loro terre ancestrali - destinate allo sfruttamento minerario e industriale da parte delle multinazionali di mezzo mondo - il governo di Nuova Delhi ha optato per la soluzione militare, annunciando il prossimo avvio dell'operazione Green Hunt (Caccia Verde): 75mila militari mobilitati chiamati a 'riconquistare' le arre tribali degli stati di Chhattisgarh, Jharkhand, Orissa, Bihar, West Bengal, Andhra Pradesh e Maharashtra. Una guerra in piena regola combattuta dallo Stato contro chi non è funzionale allo sviluppo del turbocapitalismo indiano e anzi lo ostacola. Una guerra di conquista e sfruttamento mascherata da operazione antiterrorismo. La Tibal Belt, infatti, coincide con il cosiddetto 'Corridoio Rosso', ovvero con i territori in cui è attiva la guerriglia contadina del Partito Comunista Indiano (Maoista) clandestino: obiettivo dichiarato dell'operazione Green Hunt.

Un terzo dell'India in mano ai ribelli. I maoisti eredi dei ribelli 'naxaliti' degli anni 60, che dagli anni ‘80 portano avanti una guerriglia rivoluzionaria contro il governo federale, possono sembrare un innocuo e romantico anacronismo, ma per il premier indiano Manmohan Singh rappresentano "la più grave minaccia alla sicurezza interna mai affrontata dal paese". Oggi il Pci(m) controlla, attraverso strutture di governo parallele, oltre un terzo dei distretti della federazione (circa 220 sui 600 totali) e può contare su 10mila combattenti in pianta stabile, 40mila quadri e soprattutto sul sempre più diffuso sostegno di milioni di diseredati che vedono nei 'combattenti rossi' l'unico strumento di difesa contro un governo che, pur di scacciarli delle loro terre, da anni stupra le loro donne, tortura e uccide i loro uomini e brucia i loro villaggi. E che ora gli dichiara guerra.

L'offerta di negoziato del governo. Ma prima di imboccare definitivamente la strada senza ritorno della guerra civile, perché di questo si tratta, il governo indiano ha deciso di offrire ai maoisti una chance, riconoscendo per la prima volta la natura sociale e non 'terroristica' della loro lotta e dicendosi per la prima volta pronto a negoziare con loro per trovare una soluzione politica al problema della povertà delle popolazioni tribali. "Non sono terroristi che attaccano l'India dall'esterno: sono ribelli che hanno sollevato questioni serie come la mancanza di sviluppo nelle aree tribali", ha dichiarato il ministro dell'Interno federale, P. Chidambaram. "Noi siamo pronti a discutere con loro della possibilità di strutture alternative di governo in quelle regioni per facilitare la causa dello sviluppo. Non sto dicendo che lo Stato si arrende e depone le armi: sto solo chiedendo ai ribelli di rinunciare alla violenza per aprire la strada a un serio negoziato".

Una manovra propagandistica. "Ci offre pace e negoziati mentre invia le forze federali ovunque noi operiamo: non può prenderci in giro", ha risposto il leader maoista Koteswara Rao, che solo un mese fa si era visto rifiutare dal governo un'offerta di dialogo in cambio della sospensione dei preparativi dell'operazione Green Hunt.
Le dichiarazioni del ministro Chidambaram suonano come una manovra propagandistica volta a dimostrare all'opinione pubblica indiana e mondiale che il governo indiano ha fatto di tutto per evitare il ricorso alla forza. Quando, in realtà, negli ultimi anni il governo Singh non ha fatto altro che soffiare sul fuoco, intensificando gli espropri di terre e la repressione terroristica di ogni forma di dissenso organizzato: repressione affidata non solo alle forze di sicurezza ma anche ad apposite milizie civili (come i Salwa Judum) che si sono rese responsabili delle violenze più efferate, più volte denunciate dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani e da intellettuali indiani come la nota scrittrice Arundhati Roy, secondo la quale "il concetto che l'India è una democrazia è la più grande truffa pubblicitaria del secolo".

Enrico Piovesana

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