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dal nostro inviato
Alessandro Grandi
"Tre anni. Sono passati tre anni dall'elezione di Evo Morales e a dire la verità non in tutti i campi abbiamo visto grandissimi cambiamenti nel Paese. La corruzione è ancora dilagante e anche le ultime vicende che hanno intaccato l'entourage del presidente dimostrano quanto poco lavoro sia stato fatto per lottare contro questa abitudine diffusa. Annientare la corruzione vuole dire dare un segnale forte della presenza dello Stato. Avere gente onesta nelle istituzioni e fare in modo che tutti abbiano pari opportunità significa mettersi in gioco e aiutare la nazione a sopperire alle difficoltà" racconta dagli uffici dell'agenzia Fides, Rolando Sotomayor, cronista di punta della redazione politica. Fides è un'agenzia giornalistica molto importante in Bolivia. La sede si trova al settimo piano di un moderno edificio nel centro di La Paz. La redazione è un pullulare di persone che vanno e vengono. I telefoni squillano in continuazione. I computer sono tutti accesi e alle scrivanie posizionate una accanto all'altra i redattori lavorano velocemente. C'è fermento in Bolivia. La popolazione si rende conto che l'era Morales potrebbe aprire un nuovo corso per il paese, nonostante le difficoltà e le differenze fra una regione e l'altra della Bolivia. "Chiaramente se dovessimo fare un bilancio a oggi dell'attività politico-economica del nuovo esecutivo, però, non potremmo che essere soddisfatti come cittadini anche se come dicevo prima, ci sono cose fondamentali contro cui bisogna combattere. I nativi boliviani, dal giorno in cui Morales ha ottenuto la vittoria alle elezioni, hanno avuto nuovi stimoli e un motivo in più per continuare a sperare. Lui in parte li ha già ricambiati. Ma se guardiamo a fondo è ancora presto per fare un bilancio. Un esempio su tutti. In campagna elettorale, Morales, aveva detto di voler arrivare a raddoppiare il salario minino dei lavoratori. Non è ancora riuscito a raddoppiarlo ma l'ha aumentato del 50 percento. E' un ottimo inizio. Il problema è che questa cosa non si può vedere per le strade del Paese. Né in città, né nelle campagne. Il sistema fiscale del paese è molle. Il lavoro nero copre almeno il 70 percento del lavoro complessivo. Quindi i lavoratori "non regolari" non ottenendo nessun significativo aumento da parte del governo ogni tanto si lamentano. E danno ovviamente la colpa a Morales dicendo che non ha mantenuto le promesse. Ma non è così". Una soluzione comunque, ci sarebbe. "Certo" dice Sotomayor "Bisognerebbe iniziare a obbligare le grandi imprese ma anche i piccoli imprenditori a regolarizzare i lavoratori. Così anche il sistema fiscale ne trarrebbe giovamento" conclude il cronista.
Secoli di dominazione spagnola hanno lasciato il segno in Bolivia, spettacolare Paese adagiato sulle Ande sudamericane. Le dittature militari e i governi corrotti che per tutto il Novecento hanno saccheggiato ideologicamente e materialmente il Paese, hanno contribuito al suo lento e inesorabile affossamento. Fino alla vittoria di Evo Morales, indio aymara, ex sindacalista cocalero e leader del Mas, il Movimento al Socialismo. La vittoria di Morales ha rappresentato un cambiamento per la nazione che ha preso il nome dall'eroe Simon Bolivar, El Libertador. Ha rappresentato soprattutto il via al riscatto sociale delle popolazioni indigene che vivono in Bolivia e che non erano mai riuscite a emanciparsi. La politica del presidente, poi, ha solo accentuato il risveglio del popolo, che ha preso coraggio e capito che dire basta a centinaia di anni di sfruttamento era la cosa più giusta e logica da fare. Dopo la vittoria, infatti, Morales si è messo al lavoro, mettendo gli interessi nazionali sopra ogni cosa. Ha fatto di tutto per restituire ai boliviani ciò che apparteneva loro da tempi ancestrali. A iniziare dalle risorse naturali.
In effetti, oggi, sono abbastanza pochi i boliviani che non parteggiano per Morales. Pochi e quasi tutti concentrati nella regione di Sucre, dove l'indice di popolarità del presidente è il più basso dell'intera nazione. Ma lui, Morales, ha già in parte ricambiato i suoi fedelissimi elettori. E non solo loro. Il lavoro svolto finora dal presidente aymara è stato fatto per portare la Bolivia fuori dal baratro di un'economia disastrata. Le decisioni economiche prese, infatti, hanno come protagonisti tutti boliviani. Da qualche tempo quello che per secoli è stato uno dei paesi più sfruttati del pianeta ha cambiato direzione diventando uno dei Paesi dove maggiormente le nazionalizzazioni hanno portato benefici alla popolazione.
Sì, perchè Evo Morales ha fatto in modo che le più importanti industrie del paese passassero sotto il controllo dello Stato. E così è partita la nazionalizzazione del settore petrolifero. Poi quella del settore degli idrocarburi e poi è stata la volta delle telecomunicazioni. Adesso all'orizzonte si apre una nuova voce nel capitolo nazionalizzazione: quella del Litio. Secondo studi piuttosto recenti infatti nell'area del Salar de Uyuni. Sud ovest del paese, ci sarebbero riserve di Litio in grado di soddisfare per più di un secolo la richiesta del mercato mondiale.
Oggi, ad esempio, c'è la certezza che il 50 percento delle attuali disponibilità di questo metallo alcalino si trovi proprio in Bolivia.
"Sembra che il mondo si sia accorto solo oggi che la Bolivia potenzialmente potrebbe ben presto diventare uno dei più paesi potenti del mondo a livello economico" continua con la sua analisi Sotomayor. "Il Litio - aggiunge - non è una scoperta di queste settimane. E' già da un lungo periodo che il governo sta portando avanti una serie di programmi per quantificare sia le riserve del paese sia il beneficio economico e sociale che queste possono portare. Poi staremo a vedere quali saranno i risultati del progetto pilota che il governo ha finanziato".Dello stesso avviso il dottor Saul Villegas direttore della Bolivian Mioning Corporation e incaricato della Comibol, uno dei maggiori conoscitori dei progetti che ruotano intorno al Litio boliviano. Saul ci parla dal suo ufficio a La Paz. "L'argomento Litio è molto importante. Ci sono molti aspetti da tenere presente quando si affronta. Si deve pensare non solo all'analisi sulla quantità di questa materia prima presente, ma anche ai benefici per la Bolivia e per il resto del mondo. Certo è che se le analisi effettuate dagli esperti sul "mondo Litio" corrispondessero a verità, per la Bolivia inizierebbe una nuova età dell'oro. Intanto iniziamo a lavorare con progetti pilota. Lo scopo, però è quello di produrre almeno 30 mila tonnellate in un anno a partire dal 2013/2014. Inoltre, in un periodo di tempo che stimiamo intorno ai dieci anni, l'industria del Litio potrebbe essere in grado di esportare su grande scala".
Sono in molti a sperare che questo avvenga. Sono in moti a credere che lo sviluppo del paese possa passare per quest'industria. "Per svilupparlo in tutto e per tutto e trasformare la Bolivia nell'Arabia Saudita del Litio, però, bisognerà lavorare molto. Le riserve si trovano sotto la coltre salata del Salar de Uyuni, nella zona sud occidentale del Paese. Quest'area fino a oggi è da considerarsi sottosviluppata. Mancano le strade e stiamo provvedendo a costruirle. Mancano le infrastrutture e ci stiamo prodigando per crearle. Un processo produttivo così complesso ha bisogno di alte tecnologie: stiamo studiando anche per questo". E nel frattempo nell'area del Salar de Uyuni nascono villaggi che ospiteranno i lavoratori dell'industria del futuro. E da queste parti sembra anche che il costo della vita siano leggermente più alti che nel resto del Paese.
In ogni caso l'affaire Litio rimarrà di "esclusiva competenza della Bolivia". Come tiene a sottolineare Villegas. "Non ci faremo mettere i piedi in testa. Grazie alla presidenza di Evo Morales, oggi i proventi della vendita delle nostre risorse naturali restano all'interno del Paese. E questo serve per dare maggior impulso ai settori più bisognosi. Le pensioni, gli aiuti alla comunità più indigente, le scuole, le università. E con i ricavi dei vari settori andremo a sostenere tutte le attività necessarie per determinare lo sviluppo del paese.. Per quanto riguarda il Litio, invece, il discorso è chiaro e semplice: lo studio, l'estrazione e la sua lavorazione fino alla trasformazione in carbonato di litio, sarà sotto controllo statale. Non ci saranno accordi con altri Paesi. E nemmeno con multinazionali. Le esperienze del passato ci insegnano a non fidarci troppo. Posso quindi con assoluta certezza confermare che fino alla produzione di carbonato di Litio tutto sarà fatto dallo Stato. Dopo magari, si potranno ipotizzare collaborazioni e accordi con qualche azienda in grado di mettere a disposizione l'esperienza per la produzione di batterie al Litio".Samuel "ma tutti mi chiamano Sam" lavorava nel Salar de Uyuni. Oggi è emigrato a La Paz e guida un taxi. Ma il suo fisico è evidentemente segnato da anni di fatica. Lui non si occupava di Litio, infatti. "So di cosa si tratta ma di queste cose non ci capisco molto" dice.
Sam spaccava a braccia la crosta del lago salato, la trasportava ai forni dove si ‘cucinava' e si estraeva in questo modo il sale. "Questo tutti i santi giorni che dio ha mandato in terra. Finchè ho deciso di cambiare vita e trasferirmi in città". Nonostante siano due anni che vive a La Paz, il volto di Sam è ancora oggi arso dal sole. "Ho 33 anni e ne ho già passati almeno venti nel Salar. Il mio sogno, anche se ormai sono vecchio, è quello di avere un mucchio di soldi e godermi la vita nelle spiagge di Miami. Altro che spaccare sale o guidare taxi. Anche se lo so bene che farò sempre e solo questo nella vita". La voce di Sam è la tipica voce di chi voce non ha quasi mai avuto. Ma ha le idee chiare su cosa si dovrebbe fare per mettere a posto la situazione. "Le cose importanti per quanto possa valere la mia posizione, sono due. La prima è che l'area su cui il governo vuole costruire il polo di sviluppo legato al Litio mantenga sempre la sua fisionomia. Speriamo non subisca stravolgimenti. Il Salar de Uyuni è un misto fra un paesaggio lunare e un'invenzione cinematografica. E' un posto unico al mondo. E a me piace così. Speriamo che non lo deturpino troppo. La seconda è che i proventi legati a questa nostra risorsa rimangano ai boliviani e non siano spartiti dalle multinazionali straniere come avvenuto nei decenni passati per nostra qualsiasi risorsa. Vi ricordate cosa accadde a La Paz e nell'altipiano durante la prima guerra del gas? O per l'acqua? Non vorrei rivivere certi momenti".
Secondo gli esperti il futuro del settore automobilistico, oggi molto inquinante, potrebbe essere nelle mani delle batterie al Litio. Quindi, se si considera che la Bolivia detiene più del cinquanta percento delle riserve mondiali di questo metallo alcalino, il futuro inizia a assumere prospettive più che rosee. E non ci deve meravigliare, quindi, se cordate di industrie automobilistiche giapponesi e statunitensi fanno a gara per farsi ricevere dal governo boliviano nella speranza di portarsi a casa qualche concessione. "Non sono tutte rose e fiori, però". Dice dice Louis Alberto Echazu, a capo del dicastero de Minerìa. "La lavorazione genererà molto inquinamento. E' vero ci saranno più auto elettriche e diminuirà l'emissione di CO2 ma gli impianti di produzione emetteranno nell'aria enormi quantitativi si anidride solforosa. Senza tener conto che per l'intera produzione si dovranno bruciare enormi quantità di combustibili fossili", conclude.
E se le previsioni per il futuro prevedono che l'area di Uyuni possa diventare d'esempio per il Paese, non si può dire la stessa cosa per l'area dell'altipiano, a tutt'oggi uno dei luoghi meglio conservati e incontaminati del pianeta.
Se ci si dirige ad esempio a nord di La Paz in direzione Lago Titicaca, per poco più di 160 chilometri ci si imbatte in realtà rurali dove il tempo sembra essersi fermato. Le tradizioni delle popolazioni aymara sono ancora presenti. I colori sgargianti degli abiti delle donne nulla hanno a che vedere con la scintillante modernità delle città e del loro pret a porter. La vita da queste parti scorre tranquilla e con ritmi decisamente inferiori a quelli pur bassi delle metropoli. Un pasto per due persone, completo, abbondante e succulento, al ristorante costa 15 bolivianos. Si fa fatica a farne la conversione in euro. Gli sguardi della gente sono più interrogativi. Sembra di essere in un altro Paese. Eppure è la stessa Bolivia del Salar de Uyuni. "In effetti da queste parti c'è meno interesse privato fra la gente. Sembriamo diffidenti ma abbiamo un grande senso della comunità. Viviamo in simbiosi con gli uomini e l'ambiente e per difendere le nostre origini, le nostre tradizioni e la nostra pacha mama (madre terra) che ci fornisce la vita, possiamo fare qualsiasi cosa" dice guardando l'orizzonte da una terrazza di un edificio di Achacachi, villaggio dell'altipiano boliviano Eugenio Rojas, uno dei leader dei Ponchos Rojos, una milizia armata non ufficiale in grado di mettersi in moto se la situazione sociale dovesse degenerare e il presidente Morales dovesse trovarsi in difficoltà.
La sua comunità è in lotta permanente. Capace di tutto pur di difendere la nuova Costituzione voluta da Morales che mette fine all'indiscriminato strapotere del ricco sul povero e la popolazione al centro di tutto. La nuova Costituzione, votata nel gennaio 2009 tende a far morire il latifondismo, uno degli aspetti su cui Morales ha voluto sempre puntare il dito. Con la nuova Carta alla proprietà privata di terra viene decisamente posto un limite. In questo modo sarà più facile per lo Stato ridistribuire terre da coltivare ai contadini che non ne hanno. "Noi siamo in tutto e per tutto dalla parte di Evo. Siamo in grado in meno di 24 ore di organizzare un piccolo esercito armato composto da duemila persone. Siamo stati i primi a mobilitarci e a combattere durante la guerra del gas. Non ci fermerà nessuno se dovesse accadere nuovamente una situazione del genere". A loro non importa molto dei progetti sul Litio. Ai Ponchos Rojos, ma in generale a tutta la comunità che vive in quest'area interessa che le tradizioni non si perdano e che le risorse naturali boliviane restino ai boliviani. "Come ho già detto, siamo stati protagonisti durante le lotte sociali in difesa del gas naturale boliviano. Ci metteremo in gioco qualora si dovesse creare una situazione di disagio. Per capirci: il Litio deve restare boliviano. Non permetteremo a nessuna multinazionale di metterci le mani sopra" conclude Rojas. Ma Eugenio non ha solo in mente di difendere le risorse naturali del Paese. "La comunità indigena boliviana ha riposto le aspettative più grandi nelle mani di Evo Morales. Lui ha lavorato per modificare la Costituzione. E ha anche rischiato molto perchè i settori autonomisti, anzi diciamolo pure, secessionisti, delle regioni ricche del Paese, come Santa Cruz, Pando e Beni, hanno fatto di tutto per mettergli il bastone fra le ruote. Avevano anche in mente un piano per dividere la Bolivia: i ricchi da una parte e i poveri dall'altra. Noi eravamo pronti a intervenire se ce ne fosse stata la necessità".