29/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Centinaia di morti nell'isola indonesiana di Nias. Parla un operatrice di Save the children a Banda Aceh
  Nias
L’allarme tsunami è rientrato in tutto il Sud Est Asiatico, ma la situazione nell’isola  indonesiana di Nias è drammatica. Di ora in ora si teme che il numero delle vittime del terremoto di ieri (8,7 gradi della scala Richter, mentre quello di dicembre era del nono grado), avvenuto al largo della costa di Sumatra (nord dell’Indonesia) poco prima della mezzanotte locale e durato tre minuti, possa aumentare. Finora fonti locali riferiscono di 330 morti accertati, ma sono solo i dati ufficiali. Altre stime parlano di oltre mille vittime. Intanto gli aiuti stanno arrivando via cielo e via mare: si stanno muovendo – e in parte sono già arrivati - Medecins sans frontières - Belgio, la britannica Oxfam, l’International organization for migration (Iom). Da Banda Aceh, capoluogo della provincia omonima devastata dal maremoto del 26 dicembre, Tirona Hassan di Save the Children dichiara al telefono: “E’ difficile avere informazioni su Nias perché le comunicazioni sono interrotte. Purtroppo non abbiamo operatori lì, ma a Simeliue, un’isola vicina. Qui secondo le nostre fonti ci sarebbero finora una decina di morti e il 40 per cento delle case sarebbero andate distrutte. In un solo distretto di Simeliue, fonti ospedaliere parlano di quattro vittime e 38 feriti”. Sulla piccola isola si sarebbe abbattuta in mattinata anche un'onda di tre metri.
 
Ancora più gravi i danni a Nias: oltre a più di 300 morti accertati, il vice presidente indonesiano Jusuf Kalla ha dichiarato che è caduto l’80 per cento degli edifici. In base a quest’ultima stima Kalla teme che le vittime sotto le macerie possano essere addirittura mille. Agus Mendrofa, vice sindaco del capoluogo di Nias, Gunung Sitoli, ha detto alla televisione indonesiana: “Gunung Sitoli adesso è come una città fantasma”. Secondo gli operatori di Oxfam appena atterrati ci sarebbero almeno 20mila persone senza acqua potabile. Intanto il presidente indonesiano, Susilo Bambang Yudhoyono, ha dichiarato lo stato d’emergenza e si appresta a raggiungere Nias domani. La remota Nias negli ultimi anni era diventata una meta molto amata dai surfisti e aveva conosciuto un veloce sviluppo turistico.
 
Nias prima del sismaQuando la terra ha tremato, la paura che al terremoto seguisse una nuova onda anomala ha generato un passaparola che ha spinto centinaia di migliaia di persone del Sud Est Asiatico ad abbandonare le loro case e a cercare rifugio sulle alture e nell’entroterra. E’ accaduto in Sri Lanka, Thailandia, Indonesia, India, Malesia e fino a Mauritius, in Africa. Tirona Hassan racconta: “Al momento a Banda Aceh è tornata una relativa calma, dopo che ieri intere famiglie hanno iniziato a scappare per trovare riparo in posti più sicuri. L’allarme è durato tre ore, poi le persone hanno cominciato a rientrare alle loro dimore”. La provincia di Aceh, estrema punta nord di Sumatra, è stata una delle regioni più colpite dallo tsunami del 26 dicembre: 124mila i morti accertati e 90mila le persone ancora disperse.
  cartina, Nias e Aceh
“La ricostruzione continua in modo incessante”, aggiunge l’Hassan. “Secondo il governo di Jakarta ci sono ancora 400/500mila sfollati. Diverse persone rimaste senza casa tuttavia hanno iniziato a spostarsi dai campi profughi ai centri di accoglienza temporanea costruiti dal governo. Le priorità sono molte: le vittime dello tsunami devono tornare a casa, alla loro terra, a scuola e al lavoro. L’obiettivo delle organizzazioni impegnate negli aiuti è di riportarle a una vita normale e di creare per loro nuove opportunità di impiego”. Save the children, com’è scritto nel suo nome, si occupa in particolare della difesa e della promozione dei diritti dei bambini: “Ad Aceh – continua l’operatrice - stiamo registrando i piccoli che sono rimasti separati dai genitori. Non li chiamiamo ‘orfani’ perché non sappiamo ancora con certezza se i loro genitori sono morti. Finora ne abbiamo contati 400: anche se a gennaio si parlava di 35/50mila bambini senza padre e madre, oggi possiamo dire che non dovrebbero essere così tanti. Le comunità locali, tra l’altro, stanno riuscendo a prendersi cura di loro e non c’è stato bisogno di costruire orfanotrofi”.
 
Dopo la violenta e interminabile scossa di ieri, il senso di precarietà è aumentato e si teme un peggioramento delle condizioni psicologiche delle popolazioni sconvolte dallo tsunami. Anche da questo punto di vista c’è ancora molto da fare. Ad Aceh il presidente Yudhoyono ha consentito alle organizzazioni umanitarie di restare per altre settimane senza le restrizioni evocate più di una volta in questi mesi. Pochi giorni fa, tuttavia, l’Unhcr ha annunciato il suo abbandono della provincia in seguito a disaccordi con le autorità: Giakarta non ha approvato il piano di ricostruzione edile presentato dall’agenzia Onu. Hassan, al contrario, dice: “Finora abbiamo lavorato senza problemi e vista la gravità della situazione abbiamo intenzione di restare ancora per molto tempo”.
 

Francesca Lancini

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