Centinaia di morti nell'isola indonesiana di Nias. Parla un operatrice di Save the children a Banda Aceh

L’allarme tsunami è rientrato in tutto il Sud Est Asiatico,
ma la situazione nell’isola indonesiana di Nias è drammatica. Di
ora in ora si
teme che il numero delle vittime del terremoto di ieri (8,7 gradi della
scala Richter, mentre quello di dicembre era del nono grado), avvenuto
al largo della
costa di Sumatra (nord dell’Indonesia) poco prima della mezzanotte
locale e
durato tre minuti, possa aumentare. Finora fonti locali riferiscono di
330
morti accertati, ma sono solo i dati ufficiali. Altre stime parlano di
oltre mille
vittime.
Intanto
gli aiuti stanno arrivando via cielo e via mare: si stanno muovendo – e
in
parte sono già arrivati - Medecins sans frontières - Belgio, la
britannica Oxfam,
l’International organization for migration (Iom). Da Banda Aceh,
capoluogo
della provincia omonima devastata dal maremoto del 26 dicembre, Tirona
Hassan
di Save the Children dichiara al telefono: “E’ difficile avere
informazioni su
Nias perché le comunicazioni sono interrotte. Purtroppo non abbiamo
operatori
lì, ma a Simeliue, un’isola vicina. Qui secondo le nostre fonti ci
sarebbero finora
una decina di morti e il 40 per cento delle case sarebbero andate
distrutte. In
un solo distretto di Simeliue, fonti ospedaliere parlano di quattro
vittime e
38 feriti”. Sulla piccola isola si sarebbe abbattuta in mattinata anche
un'onda
di tre metri.
Ancora più gravi i danni a Nias: oltre a più di 300 morti
accertati, il vice presidente indonesiano Jusuf Kalla ha dichiarato che è
caduto l’80 per cento degli edifici. In base a quest’ultima stima Kalla teme
che le vittime sotto le macerie possano essere addirittura mille. Agus
Mendrofa, vice sindaco del capoluogo di Nias, Gunung Sitoli, ha detto alla
televisione indonesiana: “Gunung Sitoli adesso è come una città fantasma”. Secondo
gli operatori di Oxfam appena atterrati ci sarebbero almeno 20mila persone
senza acqua potabile. Intanto il presidente indonesiano, Susilo Bambang
Yudhoyono, ha dichiarato lo stato d’emergenza e si appresta a raggiungere Nias
domani.
La remota Nias negli ultimi anni era diventata una meta molto amata dai
surfisti e aveva conosciuto un veloce sviluppo turistico.

Quando la terra ha tremato, la paura che al terremoto
seguisse una nuova onda anomala ha generato un passaparola che ha spinto centinaia
di migliaia di persone del Sud Est Asiatico ad abbandonare le loro case e a
cercare rifugio sulle alture e nell’entroterra. E’ accaduto in Sri Lanka,
Thailandia, Indonesia, India, Malesia e fino a Mauritius, in Africa. Tirona
Hassan racconta: “Al momento a Banda Aceh è tornata una relativa calma, dopo
che ieri intere famiglie hanno iniziato a scappare per trovare riparo in posti
più sicuri. L’allarme è durato tre ore, poi le persone hanno cominciato a
rientrare alle loro dimore”. La provincia di Aceh, estrema punta nord di
Sumatra, è stata una delle regioni più colpite dallo tsunami del 26 dicembre:
124mila
i morti accertati e 90mila le persone ancora disperse.

“La ricostruzione continua in modo incessante”, aggiunge l’Hassan.
“Secondo il governo di Jakarta ci sono ancora 400/500mila sfollati. Diverse
persone rimaste senza casa tuttavia hanno iniziato a spostarsi dai campi
profughi ai centri di accoglienza temporanea costruiti dal governo. Le priorità
sono molte: le vittime dello tsunami devono tornare a casa, alla loro terra, a
scuola e al lavoro. L’obiettivo delle organizzazioni impegnate negli aiuti è di
riportarle a una vita normale e di creare per loro nuove opportunità di impiego”.
Save the children, com’è scritto nel suo nome, si occupa in particolare della
difesa e della promozione dei diritti dei bambini: “Ad Aceh – continua
l’operatrice - stiamo registrando i piccoli che sono rimasti separati dai
genitori. Non li chiamiamo ‘orfani’ perché non sappiamo ancora con certezza se
i loro genitori sono morti. Finora ne abbiamo contati 400: anche se a gennaio
si parlava di 35/50mila bambini senza padre e madre, oggi possiamo dire che non
dovrebbero essere così tanti. Le comunità locali, tra l’altro, stanno riuscendo
a prendersi cura di loro e non c’è stato bisogno di costruire orfanotrofi”.
Dopo la violenta e interminabile scossa di ieri, il senso di
precarietà è aumentato e si teme un peggioramento delle condizioni psicologiche
delle popolazioni sconvolte dallo tsunami. Anche da questo punto di vista c’è
ancora molto da fare. Ad Aceh il presidente Yudhoyono ha consentito alle organizzazioni
umanitarie di restare per altre settimane senza le restrizioni evocate più di
una volta in questi mesi. Pochi giorni fa, tuttavia,
l’Unhcr ha annunciato il suo abbandono della provincia in seguito a disaccordi
con le autorità: Giakarta non ha approvato il piano di
ricostruzione edile presentato dall’agenzia Onu. Hassan, al contrario, dice:
“Finora abbiamo lavorato senza problemi e vista la gravità della situazione
abbiamo intenzione di restare ancora per molto tempo”.