24/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Suicidi di guerra tra i civili kashmiri, vessati da un conflitto che dura 15 anni

La disperazione di una parente di una vittima Il figlio di Abdul Rehman, contadino kashmiro musulmano del distretto di Pulwama, aveva dieci anni. Stava andando a scuola quando si è trovato in mezzo a una sparatoria tra soldati indiani e guerriglieri separatisti. E’ stato colpito da una pallottola ed è morto. Da quel giorno suo padre ha perso la voglia di vivere. Una mattina ha ingerito del liquido pesticida. Non è morto solo perché un suo vicino l’ha trovato e l’ha portato all’ospedale.

Allo “Sri Maharaja Hari Singh Hospital” di Srinagar, capitale dello stato indiano del Jammu-Kashmir, vengono ricoverati ogni giorno almeno quattro casi di tentato suicidio. “Attualmente – spiega il dottor Khan – l’undici per cento delle ammissioni è rappresentato da persone che hanno cercato di uccidersi. Quindici anni fa, prima dell’inizio della guerra, i tentati suicidi rappresentavano meno dell’uno per cento dei ricoveri”.

Il dottor Khan, che dirige il Dipartimento di Medicina dell’Università di Srinagar, ha condotto uno studio statistico dal quale è emerso che un tentato suicidio su quattro è causato da traumi prodotti direttamente dalla guerra. “Il ventidue per cento dei casi – di ce Khan – ha spiegato il suo gesto con la disperazione causata da eventi direttamente legati al conflitto: perdita di familiari, distruzione della propria abitazione, torture subite durante la detenzione da parte delle forze di sicurezza indiane. In tutti gli altri casi la ragione è la perdita del lavoro o la sofferenza causata da disturbi mentali, ovvero tutti fenomeni che sono comunque indirettamente legati alla guerra”.

Secondo Bashir Ahmed Dabla, direttore del Dipartimento di Sociologia, tra il 1999 e il 2000 si sono registrati almeno duemila suicidi nella sola Valle del Kashmir. Ma le vittime di questo fenomeno, come spiega Arshad Hussain, psichiatra, potrebbero essere molte di più se non fosse che la religione islamica proibisce il suicidio.

Il conflitto armato in Kashmir, come ogni altro del resto, ha sconvolto l’esistenza di un intero popolo che fino a quindici anni fa viveva in pace, costringendolo a condurre una vita fatta di paura e violenza. Una vita che per molti non vale nemmeno più la pena di essere vissuta.

Il funerale di una vittima“Prima del 1989 vivevamo tranquilli”, racconta Sajjad Lone, 35 anni, leader separatista del People’s Conference Party e marito della figlia di Amanullah Khan, capo del Fronte di Liberazione del Jammu-Kashmir (Jklf). “In Kashmir non c’era violenza, non c’era criminalità. L’omicidio era sconosciuto. La maggioranza islamica, tradizionalmente moderata, e la minoranza indù convivevano in pace. Poi l’India ha annullato le elezioni democratiche dell’87 e tutto è cominciato. Da allora solo guerra e violenza. Oggi muoiono ogni giorno tra le dieci e le venti persone. E continuerà così finché non si aprirà un vero dialogo tra i governi di India e Pakistan”.

In quindici anni, la guerra tra i separatisti islamici kashmiri sostenuti dal Pakistan e le forze di sicurezza indiane, ha fatto decine di migliaia di morti : 35 mila secondo fonti indiane, addirittura 80-100 mila secondo fonti separatiste, 65-70 mila secondo fonti indipendenti. Solo lo scorso anno ci sono stati almeno 2.200 morti: un migliaio di militanti separatisti, cinquecento soldati e agenti indiani e settecento civili.

Ghulam Mohiuddin Khan, 24 anni, è uno scrittore di Gulmag, un’ex stazione sciistica. “Noi civili siamo presi nel mezzo da due gruppi che si fanno la guerra, i militanti separatisti e le forze di sicurezza indiane. Una guerra di cui siamo solo vittime. I primi ci colpiscono con gli attentati, ci estorcono denaro per comprare armi e ci costringono ad arruolarci nelle loro fila per compiere attacchi contro i militari indiani. E se poi questi ci catturano, veniamo torturati e uccisi”.

“Noi volgiamo solo la pace”, dice Ghulam. “Vogliamo essere lasciati tranquilli. La vita da queste parti è già dura di per sé: vogliamo solo poter fare le nostre cose in pace, andare al lavoro, a scuola, al mercato, senza doverci preoccupare per la nostra sicurezza. Vogliamo una vita normale come quella di tanta gente di questo mondo. Quanto vorrei tornare indietro nel tempo all’epoca precedente il 1989, prima che iniziasse la guerra”.

Aspettando notizie di un parente ferito“Per noi la situazione è particolarmente brutta, perché viviamo al fronte”, racconta Mohammad Sadiq, 45 anni, manager di un hotel a Kargil, città a ridosso della ‘Linea di Controllo’ (confine che divide il Kashmir indiano da quello pachistano, ndr). “Ogni volta che la tensione sale, l’artiglieria pachistana inizia a sparare da oltre confine. Quando cadono le bombe dobbiamo scappare, abbandonare le nostre case, le nostre cose, le nostre vite. Tra un bombardamento e l’altro viviamo perennemente nel terrore e nella povertà, perché qui, dove la guerra scoppia da un momento all’altro, non si fanno affari”.

Enrico Piovesana

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