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Il figlio di Abdul Rehman, contadino kashmiro musulmano del distretto di Pulwama,
aveva dieci anni. Stava andando a scuola quando si è trovato in mezzo a una sparatoria
tra soldati indiani e guerriglieri separatisti. E’ stato colpito da una pallottola
ed è morto. Da quel giorno suo padre ha perso la voglia di vivere. Una mattina
ha ingerito del liquido pesticida. Non è morto solo perché un suo vicino l’ha
trovato e l’ha portato all’ospedale.
Allo “Sri Maharaja Hari Singh Hospital” di Srinagar, capitale dello stato indiano
del Jammu-Kashmir, vengono ricoverati ogni giorno almeno quattro casi di tentato
suicidio. “Attualmente – spiega il dottor Khan – l’undici per cento delle ammissioni
è rappresentato da persone che hanno cercato di uccidersi. Quindici anni fa, prima
dell’inizio della guerra, i tentati suicidi rappresentavano meno dell’uno per
cento dei ricoveri”.
Il dottor Khan, che dirige il Dipartimento di Medicina dell’Università di Srinagar,
ha condotto uno studio statistico dal quale è emerso che un tentato suicidio su
quattro è causato da traumi prodotti direttamente dalla guerra. “Il ventidue per
cento dei casi – di ce Khan – ha spiegato il suo gesto con la disperazione causata da eventi direttamente
legati al conflitto: perdita di familiari, distruzione della propria abitazione,
torture subite durante la detenzione da parte delle forze di sicurezza indiane.
In tutti gli altri casi la ragione è la perdita del lavoro o la sofferenza causata
da disturbi mentali, ovvero tutti fenomeni che sono comunque indirettamente legati
alla guerra”.
Secondo Bashir Ahmed Dabla, direttore del Dipartimento di Sociologia, tra il
1999 e il 2000 si sono registrati almeno duemila suicidi nella sola Valle del
Kashmir. Ma le vittime di questo fenomeno, come spiega Arshad Hussain, psichiatra,
potrebbero essere molte di più se non fosse che la religione islamica proibisce
il suicidio.
Il conflitto armato in Kashmir, come ogni altro del resto, ha sconvolto l’esistenza
di un intero popolo che fino a quindici anni fa viveva in pace, costringendolo
a condurre una vita fatta di paura e violenza. Una vita che per molti non vale
nemmeno più la pena di essere vissuta.
“Prima del 1989 vivevamo tranquilli”, racconta Sajjad Lone, 35 anni, leader separatista
del People’s Conference Party e marito della figlia di Amanullah Khan, capo del
Fronte di Liberazione del Jammu-Kashmir (Jklf). “In Kashmir non c’era violenza,
non c’era criminalità. L’omicidio era sconosciuto. La maggioranza islamica, tradizionalmente
moderata, e la minoranza indù convivevano in pace. Poi l’India ha annullato le
elezioni democratiche dell’87 e tutto è cominciato. Da allora solo guerra e violenza.
Oggi muoiono ogni giorno tra le dieci e le venti persone. E continuerà così finché
non si aprirà un vero dialogo tra i governi di India e Pakistan”.
In quindici anni, la guerra tra i separatisti islamici kashmiri sostenuti dal
Pakistan e le forze di sicurezza indiane, ha fatto decine di migliaia di morti : 35 mila secondo fonti indiane, addirittura 80-100 mila secondo fonti separatiste,
65-70 mila secondo fonti indipendenti. Solo lo scorso anno ci sono stati almeno
2.200 morti: un migliaio di militanti separatisti, cinquecento soldati e agenti
indiani e settecento civili.
Ghulam Mohiuddin Khan, 24 anni, è uno scrittore di Gulmag, un’ex stazione sciistica.
“Noi civili siamo presi nel mezzo da due gruppi che si fanno la guerra, i militanti
separatisti e le forze di sicurezza indiane. Una guerra di cui siamo solo vittime.
I primi ci colpiscono con gli attentati, ci estorcono denaro per comprare armi
e ci costringono ad arruolarci nelle loro fila per compiere attacchi contro i
militari indiani. E se poi questi ci catturano, veniamo torturati e uccisi”.
“Noi volgiamo solo la pace”, dice Ghulam. “Vogliamo essere lasciati tranquilli.
La vita da queste parti è già dura di per sé: vogliamo solo poter fare le nostre
cose in pace, andare al lavoro, a scuola, al mercato, senza doverci preoccupare
per la nostra sicurezza. Vogliamo una vita normale come quella di tanta gente
di questo mondo. Quanto vorrei tornare indietro nel tempo all’epoca precedente
il 1989, prima che iniziasse la guerra”.
“Per noi la situazione è particolarmente brutta, perché viviamo al fronte”, racconta
Mohammad Sadiq, 45 anni, manager di un hotel a Kargil, città a ridosso della ‘Linea
di Controllo’ (confine che divide il Kashmir indiano da quello pachistano, ndr). “Ogni volta che la tensione sale, l’artiglieria pachistana inizia a sparare
da oltre confine. Quando cadono le bombe dobbiamo scappare, abbandonare le nostre
case, le nostre cose, le nostre vite. Tra un bombardamento e l’altro viviamo perennemente
nel terrore e nella povertà, perché qui, dove la guerra scoppia da un momento
all’altro, non si fanno affari”.
Enrico Piovesana