25/12/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Reportage dal sud dell'Afghanistan, tra i contadini vittima non solo della guerra ai talebani, ma anche di una campagna antidroga viziata dalla corruzione della polizia e dall'impunità dei trafficanti e del governo che li protegge, senza nemmeno curarsi d

Dal nostro inviato
Enrico Piovesana

 

Foto di Naoki Tomasini

Lashkargah, provincia di Helmand, Afghanistan meridionale. Un sibilo cupo e un boato, seguito subito da un altro, più lontano. Nessuno si scompone, salvo il personale medico dell'ospedale di Emergency, che si prepara a ricevere eventuali feriti. Ne arriva solo uno, lieve. Anche questa volta è andata bene: i razzi sono caduti in un campo e sul ciglio di una strada del centro dove in quel momento non c'era traffico. Solo poche ore prima eravamo passati in macchina proprio da quel punto, dove ora c'è una cancellata divelta e un piccolo cratere. Qualche passante si ferma a guardare nel buco vuoto, ma la polizia ha già portata via i rottami del vecchio razzo katyusha.

Li chiamano 'blind rockets', razzi ciechi, perché anche se i talebani li tirano verso i palazzi del governo e le basi delle truppe Nato, gli ordigni cadono alla cieca, colpendo dove capita.
Le rampe di lancio artigianali si trovano pochi chilometri al di là del fiume Helmand, nei villaggi su cui sventola il vessillo bianco dei talebani con la shahada, la testimonianza di fede musulmana.
A Lashkargah questa roulette russa si ripete quasi ogni giorno da quando le truppe anglo-americane hanno lanciato le grandi offensive estive in Helmand, ‘Colpo di Spada' e ‘Artiglio di Pantera', che dovevano ristabilire la presenza governativa nelle zone talebane in vista delle presidenziali di agosto. Il risultato di queste operazioni militari è stato un fallimento completo: nei distretti strappati ai talebani, i marines Usa e i parà britannici hanno aperto poche decine di seggi che, il giorno del voto, sono stati disertati dagli elettori.

Per esempio, nel distretto di Babaji - per ‘liberare' il quale le truppe di Sua Maestà hanno perso una ventina di soldati - solo centocinquanta elettori su ottantamila residenti sono andati a votare negli undici seggi aperti. Certamente le minacce talebane di tagliare le dita ai votanti hanno dissuaso molte persone. Ma anche due mesi di bombardamenti e rastrellamenti delle truppe straniere hanno contribuito ad alimentare il disinteresse per una farsa elettorale dall'esito scontato: la riconferma di un governo fantoccio che non ha mai mosso un dito per difendere e aiutare questa gente. Non ha votato chi ha perso un parente sotto i bombardamenti della Nato. Non ha votato chi, sotto le bombe, ha perso anche la casa ed è stato costretto a fuggire nei campi profughi attorno a Lashkargah, che in pochi giorni sono stati invasi da oltre ventimila persone. Non ha votato chi si è ritrovato in un letto dell'ospedale di Emergency a lottare contro la morte dopo essere rimasto ferito dalle bombe della Nato o dei talebani.

"Il nostro villaggio era controllato dai talebani. Volevano da mangiare e picchiavano chi non glielo dava", racconta Karim, occhi azzurro cielo e baffi arricciati in punta. "Quando abbiamo sentito arrivare gli elicotteri, noi civili siamo scappati via perché avevamo paura, ma ci hanno sparato contro con i missili. Molti di noi sono stati feriti e almeno cinque o sei sono morti".
Il giovane Rashid è seduto in carrozzina con un'amputazione al ginocchio. "Me ne stavo seduto con due amici davanti a casa mia quando i blindati stranieri appostati in cima alla collina di fronte hanno sparato un colpo contro di noi. Io sono rimasto ferito alle gambe, ma i miei due amici sono morti".
"Gli elicotteri stranieri hanno bombardato il mio villaggio. La mia stalla ha preso fuoco e mentre cercavo di spegnere l'incendio per salvare i nostri animali hanno bombardato ancora. Io sono rimasto ferito, ho perso la mano destra: ora chi me la ridà?", protesta Farid, grande e grosso, indicando il moncherino fasciato.

Wali fissa le pieghe delle lenzuola, parlando come se fosse in trance. "Riempivo le taniche per irrigare il nostro campo quando sono arrivati i soldati stranieri e mi hanno sparato. Sono caduto a terra e ho alzato una mano per dirgli di non sparare, ma loro hanno fatto fuoco un'altra volta. Dicono che ci vogliono difendere dai talebani e poi sparano a noi civili: bel modo di aiutarci!".
Anche chi è stato vittima degli attacchi talebani e dei loro attentati suicidi indirizza il suo risentimento contro le truppe straniere.
Abdul, un bellissimo ragazzo dai capelli ricci, ha perso un braccio in un attacco suicida dei talebani a Grishk. "La presenza delle truppe straniere non ci aiuta. Anzi, ci mette tutti in pericolo. L'attentato suicida nel quale sono rimasto ferito non sarebbe avvenuto se nel mio villaggio non ci fossero stati i soldati stranieri".
"Questi attacchi suicidi che colpiscono anche noi civili sono fatti contro i soldati stranieri", dice Saad agitando l'indice contro il soffitto. "Tutto questo non accadrebbe se loro non ci fossero. Sono venuti promettendoci la pace, ma ci hanno portato solo guerra. In questi otto anni non hanno fatto niente per noi!".

L'Helmand non è solo il fronte più caldo della guerra tra talebani e truppe della Nato. E' anche la principale zona di produzione dell'oppio afgano, da cui deriva il novantatré per cento dell'eroina spacciata nei nostri paesi. I due terzi della produzione afgana di oppio provengono dalle piantagioni di papavero di questa sola provincia. Qui la guerra della Nato ai talebani significa anche guerra all'oppio, ma a farne le spese, pure in questo caso, è la popolazione civile, i contadini.
"I militari stranieri sono entrati di notte a casa nostra ferendo mio nipote", urla, forse perché sordo, forse perché arrabbiato, il nonno di un bimbo che ci guarda con timore da un letto dell'ospedale di Emergency. "Poi si sono portati via tutto il nostro raccolto di oppio. Ora che non abbiamo più niente da vendere con che soldi compriamo da mangiare ai nostri bambini? Ci devono dare un risarcimento oppure ci devono offrire un'alternativa aiutandoci a coltivare altre cose. Queste terre sono aride e vanno bene solo per i papaveri! Cosa vogliono, farci morire di fame?".

Il vecchio Najib, barba e turbante bianco, ha accompagnato in ospedale suo fratello. "Era mezzanotte quando abbiamo sentito gli elicotteri che atterravano attorno al nostro villaggio. I soldati stranieri sono piombati in casa con i cani, urlando, e ci hanno fatto uscire tutti in cortile, anche le donne e i bambini. Altre famiglie sono scappate verso il fiume e gli elicotteri hanno lanciato un missile contro di loro, uccidendo diverse persone, tra cui la moglie di mio fratello. Mentre perquisivano la nostra casa in cerca di oppio, per mezzo del loro interprete ci hanno detto che non dovevamo muoverci altrimenti ci avrebbero sparato".
"Dopo il raccolto, una notte, i soldati stranieri sono arrivati nel mio villaggio a bordo di grandi elicotteri. Cercavano l'oppio", racconta Mohammad con un filo di voce. "Sono entrati nelle nostre case sparandoci addosso. Io sono stato ferito. Le donne e i bambini erano terrorizzati. Alla fine si sono portati via l'intero raccolto. Noi lavoriamo duro nei campi, viviamo solo di questo. Non possono rubarci tutto: a noi non rimane niente!".

Uzair è venuto all'ospedale a trovare sua moglie, ferita in un bombardamento aereo. "Nel mio villaggio i soldati stranieri hanno cominciato a spararsi con i talebani e a bombardare le nostre case. E' andata avanti così per quattro giorni. Alla fine era tutto distrutto e c'erano decine di civili morti, anziani, donne e bambini. Mai vista una cosa del genere: nemmeno i russi facevano queste cose! Prima di andarsene hanno portato via tutto il nostro oppio appena raccolto". E poi aggiunge: "Noi contadini poveri non abbiamo soldi per corrompere la polizia come invece fanno i coltivatori ricchi: a loro non sequestrano il raccolto e non distruggono le piantagioni".
Secondo Asadullah Shirzad, comandante provinciale della polizia di Helmand, questi fenomeni di corruzione erano molto diffusi in passato, ma ora, a suo dire, le cose sono cambiate.
"Da quando qui comando io, questo grave problema è stato affrontato con fermezza e risolto. Abbiamo fatto pulizia. Ora nessuno dei miei uomini prende più tangenti".

Nonostante le rassicurazioni del comandante, però, tutti a Lashkargah ci confermano che la polizia chiede soldi ai contadini per lasciarli in pace, con tanto di tariffario. "Dalle mie parti - racconta Dagar, un contadino di Nadalì - la polizia chiede duecento dollari all'ettaro. Chi può pagare sta tranquillo, tutti gli altri rischiano di vedersi il campo distrutto o il raccolto sequestrato".
Contrastare la produzione di oppio colpendo solo i contadini poveri è, oltre che ingiusto, doppiamente controproducente: sia perché il loro risentimento verso le autorità governative e verso le truppe straniere gioca a favore dei talebani, sia perché prendendosela con i ‘pesci piccoli' si ottengono risultati molto limitati.

Il nuovo governatore di Helmand, Gulab Mangal, sembra averlo capito e, per questo, ha sperimentato una nuova strategia che, a quanto pare, sta già dando ottimi risultati.
"Quest'anno la produzione di oppio qui in Helmand è diminuita soprattutto grazie al nostro innovativo programma locale delle ‘Zone Alimentari' con il quale offriamo sementi alternative e sostegno alla vendita a tutti i coltivatori che abbandonano i papaveri. Finora hanno aderito oltre trentamila contadini".
Il governatore parla di trafficanti arrestati, laboratori distrutti e eroina sequestrata, ma non fa cenno al programma di distruzione delle piantagioni di papavero, che invece, nonostante le dure critiche dell'amministrazione Usa, rimane al centro della strategia antidroga del governo Karzai. Come ci conferma a Kabul il suo ministro dell'Antinarcotici, generale Khodaidad, rivendicando l'efficacia e il successo del metodo fin qui applicato.

"Noi abbiamo la nostra strategia qui in Afghanistan. Sulla lotta alla droga, il governo afgano si sta muovendo nella giusta direzione. Il numero delle province in cui si coltiva l'oppio diminuisce ogni anno, assieme all'estensione delle piantagioni e alla produzione. Questo significa che l'impegno di noi afgani è serio".
Non la pensa così il dottor Abdallah Abdallah, principale sfidante di Karzai alle elezioni presidenziali di agosto, che ci ha accolto nella sua lussuosa e superprotetta residenza privata nel centro di Kabul. Secondo lui, la strategia antidroga adottata finora è stata un fallimento.
"No, non ha funzionato. Ci sono stati dei successi relativi in alcune zone, ma nel complesso non ha funzionato. Bisogna concentrarci veramente sui contadini, fornendo loro colture alternative, e colpire i narcotrafficanti e coloro che con questi traffici si arricchiscono. Non è più un segreto che tra questi ci sono anche persone collegate con alti, altissimi esponenti del governo".

E' proprio questo il nodo del problema secondo Jean-Luc Lemahieu, direttore in Afghanistan dell'Unodc, l'ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine.
"Posso capire gli agenti semplici della polizia, che guadagnano poco, ma non quelli che siedono in parlamento, qui a Kabul, che non hanno problemi di soldi ma ne vogliono sempre di più. Sono questi quelli a cui dobbiamo dare la caccia. Dobbiamo concentrarci su quelli che stanno in alto, dando il cattivo esempio agli altri, sui pesci grossi, non su quelli piccoli, come i poveri agenti di polizia o i contadini".
Lemahieu ci mostra i grafici che indicano la progressiva riduzione della produzione di oppio afgano dopo il record storico di due anni fa e il costante declino dei prezzi di mercato dell'oppio negli ultimi anni, spiegando che tutto ciò non è il frutto delle campagne antidroga del governo afgano e della comunità internazionale.

"Stiamo assistendo a un calo di produzione perché si sta producendo più di quello che il mercato mondiale richiede. Questa riduzione continuerà fino a quando si ristabilirà l'equilibrio tra domanda e offerta. Per un contadino, cinque anni fa, coltivare oppio rendeva ventisette volte tanto che coltivare grano. Oggi gli rende solo il doppio. Per questo molti contadini sono passati ad altre colture".
La sovrapproduzione afgana di oppio rispetto alla domanda mondiale, verificatasi a partire dal 2004, ha provocato il crollo dei prezzi e quindi l'erosione dei margini di profitto di coltivatori e trafficanti, generando una frenata della produzione di oppio, ma anche un deleterio effetto collaterale. Se molti contadini, infatti, hanno giudicato più conveniente e meno rischioso smettere di coltivare oppio, molti narcotrafficanti, in attesa che il calo di offerta faccia risalire i prezzi, hanno deciso di sfruttare la congiuntura, iniziando a svendere la droga in eccesso sul mercato interno afgano.

"Un nuovo fenomeno - prosegue Lemahieu - è il consumo di droga in Afghanistan. La droga a basso costo ha invaso il mercato locale, con la conseguente esplosione del problema della tossicodipendenza. Basta pensare all'emergenza umanitaria creatasi all'ex centro culturale russo di Kabul. Tra quelle macerie si concentravano milleseicento tossicodipendenti, di cui seicentocinquanta che ci vivevano in pianta stabile e gli altri che ci andavano per drogarsi. Ogni notte ne morivano in media due o tre, per overdose, malnutrizione e altre malattie. Quando abbiamo scoperto questa situazione siamo intervenuti, prima portando assistenza sul posto, e due mesi fa sgomberando l'area e sistemando la maggior parte dei tossicodipendenti in centri di disintossicazione gestiti dal Ministero della Salute afgano. Ovviamente, nulla di paragonabile con gli standard europei, ne siamo ben lontani, soprattutto perché non ci sono fondi adeguati per affrontare questa emergenza. Un'emergenza pressante, perché se non interveniamo subito per arginare la tossicodipendenza, presto ci troveremo a fare i conti con la diffusione di malattie veneree come l'Hiv. Questo paese ha già abbastanza piaghe: l'ultima che gli auguro è l'Hiv. Dobbiamo impedirlo. Oggi siamo ancora in tempo per farlo, domani sarà troppo tardi".

Il governo afgano però non sembra molto preoccupato dalla rapida diffusione della tossicodipendenza. Per contrastare questo fenomeno, che riguarda oltre due milioni di afgani (su una popolazione totale di poco più di trenta milioni), il Ministero della Salute ha creato un dipartimento ad hoc, che ha sede in un container e che non riceve fondi. Lo dirige il dottor Abdullah Wardak, un uomo pacato e gentile che ci riceve nel suo angusto ufficio.

"Siamo partiti da zero e ora gestiamo diciassette centri di recupero per tossicodipendenti sparsi in diverse province dell'Afghanistan. Il più grande, cento posti letto, si trova qui a Kabul, nei locali di un'ex officina nel quartiere di Jangalak. Qui, un po' alla volta, stiamo accogliendo e trattando i tossicodipendenti che fino a marzo stavano nell'ex centro culturale russo. Finora ne abbiamo trattati trecento, principalmente oppiomani ed eroinomani. Dopo un periodo preparatorio iniziale, durante il quale il paziente smette gradualmente di drogarsi grazie a una terapia psicologica motivazionale condotta dal nostro personale e dal mullah della clinica, comincia la terapia di disintossicazione all'interno della struttura, che dura un mese. In questo periodo il paziente non assume più droghe e svolge attività di gruppo. I nostri medici, in caso di bisogno, somministrano solo sedativi e analgesici. In Afghanistan non abbiamo soldi per terapie sostitutive come il metadone. Le donne, che per motivi culturali non vengono nelle nostre cliniche, sono assistite dal nostro personale che si reca a casa loro. Una volta dimesso, il paziente torna a casa, ma per un anno viene seguito con visite periodiche mensili, a domicilio o in clinica. Purtroppo siamo a corto di finanziamenti, al punto che dieci cliniche rischiano la chiusura già il prossimo anno. Se il fenomeno della tossicodipendenza non viene affrontato con strumenti adeguati il numero dei drogati aumenterà, avremo grossi problemi con malattie come l'Hiv e l'epatite. E anche con una devianza sociale molto pericolosa per la stabilità e lo sviluppo del nostro paese".

Wardak ammette che i primi risultati di questo programma sono a dir poco deludenti: otto pazienti su dieci, di quelli trattati finora, hanno già ricominciato a drogarsi. Non stupisce: un mese di prediche e docce fredde non può far miracoli.
Poi ci confida che i trafficanti lo vogliono morto e minacciano la sua famiglia e i suoi figli, che per questo da mesi non escono più di casa. E se la prende con le autorità che non lo proteggono, lasciandoci intendere che molti, anche nel governo, non gradiscono il suo lavoro. Un lavoro che, nonostante tutto, per ora rappresenta l'unica speranza per i tossicodipendenti afgani.

 

Il video del documentario basato su questo reportage, pubblicato sul numero di ottobre della rivista di PeaceReporter, è visibile sul sito web di Rainews24

Parole chiave: afghanistan, oppio, tariakistan
Categoria: Guerra
Luogo: Afghanistan