17/02/2004
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Storie di due soldati russi rimasti in Afghanistan
Nikmamat ha 38 anni. Vive a Kunduz, nel nord dell’Afghanistan, dove fa
l’autista per un'organizzazione internazionale. Con i 180 dollari che
guadagna ogni mese mantiene sua moglie e i suoi tre bambini. E’
musulmano, ma i suoi tratti slavi tradiscono origini non afgane.
Nikmamat è ucraino, della regione del Don. Prima di convertirsi
all’Islam si chiamava Gennadij Tsevma. Era un soldato dell’Armata
Rossa, venuto in Afghanistan all’età di diciott’anni durante la guerra
iniziata dalla Russia nel Natale del 1979. Dopo quattro anni di
servizio al fronte i mujaheddin lo catturarono.
Una notte si era addormentato alla sua postazione di combattimento e i
guerriglieri lo presero e lo portarono via con loro. Gli offrirono la
scelta tra la morte e la conversione all’Islam. Scelse la seconda e
venne arruolato per combattere la jihad contro i suoi ex commilitoni.
Ma non sparò mai un colpo. In patria lo accusarono di diserzione. Per
questo, per timore di finire davanti alla corte marziale, a guerra
finita preferì rimanere in Afghanistan. Ma adesso, dopo tanti anni,
Nikmamat ha deciso di telefonare a casa. A suo fratello minore Sergeij,
che aveva 11 anni quando lui era partito per il fronte afgano e che non
aveva mai smesso di cercarlo, ha promesso di tornare il prima
possibile.
Akhmat invece non ci pensa proprio a tornare a casa. Anche lui è un ex
soldato dell’Armata Rossa. Anche lui vive a Kunduz ed è originario
dell’Ucraina, dove però non ha più nessuno che lo aspetta. In
Afghanistan invece ha una moglie e due figlie: tre ottimi motivi per
rimanere. Aleksandr Levenets, questo il vecchio nome di Akhmat, durante
la guerra aveva disertato davvero dal suo battaglione perché non
sopportava più gli abusi e le angherie dei suoi ufficiali. I mujaheddin
non faticarono molto per convincerlo a cambiare bandiera. E così
Aleksandr si arruolò nella jihad. Oggi ormai si sente un afgano e non
ha nessuna intenzione di andarsene da Kunduz.
Domenica scorsa, 15 febbraio, ricorreva il quindicesimo anniversario
del ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan, decisa nel 1989
dall’allora presidente dell’Urss, Mikhail Gorbacev dopo dieci anni di
guerra e oltre quindicimila caduti russi. L’ex statista, in una
dichiarazione all’agenzia russa Interfax, ha affermato che quella
guerra fu “un errore politico, perché la storia dimostra che ogni
tentativo di imporre con la forza un modello sociale a un paese che ha
tradizioni profondamente diverse è votato al fallimento”. Un prezioso
insegnamento, questo, applicabile oggi a tante altre analoghe
situazioni…
A Mosca, migliaia di veterani hanno deposto fiori al monumento del
milite ignoto. Con loro c’era l’ex generale Boris Gromov, a capo delle
truppe sovietiche nelle ultime fasi della guerra afgana. “L’invasione
dell’Afghanistan è stato un grande errore perché ha scatenato il
vespaio del radicalismo islamico in tutta la regione”, ha dichiarato
Gromov riferendosi ai mujaheddin islamici finanziati e armati dagli
Stati Uniti e dai loro alleati arabi per contrastare l’invasione
sovietica. Negli anni Ottanta la jihad contro i russi attirò in
Afghanistan combattenti volontari da tutto il mondo islamico. Tra loro
c’era anche Osama Bin Laden, al tempo giovane fiore all’occhiello della
Cia.
Secondo Gromov il Cremlino sta rifacendo oggi in Cecenia lo stesso
identico errore fatto allora in Afghanistan. “Si studia la storia per
non ricadere negli stessi errori. Il fatto che l’attuale leadership
russa non abbia fatto una simile analisi ci ha condotto a quello che
vediamo oggi in Cecenia”.
Enrico Piovesana