01/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Una popolazione araba vicina alle posizioni d'Israele. Anche troppo
dal nostro inviato
Christian Elia
 
 
 
donne druse per le strade di carmel city - foto di gianfranco marinoLibertà di culto. Un vecchio adagio israeliano recita che “a Gerusalemme si prega, a Tel Aviv ci si diverte, a Haifa si lavora”. Il dinamismo del porto di Haifa lo dimostra. Si affaccia su una baia che a ragione è considerata una delle più belle del Mediterraneo nonostante le raffinerie di petrolio che dissetano tutto il Paese. Haifa detiene il titolo di centro economico d’Israele e di città ‘rossa’ per la politicizzazione dei suoi abitanti che in larga parte lavorano al porto o in fabbrica. Ma Haifa non è nota solo per questo, essendo infatti considerata la città più tollerante d’Israele, e non è poco in un Paese dilaniato da conflitti religiosi continui. Un decimo della popolazione della città è costituito da non-ebrei. Ci sono molti musulmani e cristiani, ma soprattutto ci sono i dissidenti dell’Islam, due confessioni in particolare. La prima è il Bahaismo con il  luogo di culto chiamato Baha’i Strine. La religione, fondata dal persiano Hussein Ali nel XIX secolo, cercò di fondere le tre grandi religioni monoteiste in un unico messaggio di pace e fratellanza. Della sua predicazione restano,  collegati da un grande parco, una copia del Partenone e il mausoleo del fondatore, quest'ultimo incastonato in un giardino maestoso disseminato di statue che raffigurano il pavone, simbolo della dottrina. Si dice che il bahaismo abbia un milione di fedeli nel mondo che versano un dollaro al giorno per il mantenimento dei luoghi santi. Essendo un culto riservato agli iniziati, non si hanno dati certi sul numero di fedeli, ma tutto l’insieme comunica al visitatore la sensazione di una sfarzosa ricchezza.
 
cerimonia funebre drusa - foto di gianfranco marinoMonte Carmelo. Usciti da Haifa si comincia a scalare il Monte Carmelo e qui si arriva nella terra dei Drusi. I Drusi sono una setta che nasce nel XI secolo da una scissione nell’Islam sciita. Professano una religione di carattere esoterico, basata sulla fede nella trasmigrazione delle anime che avviene al momento della morte verso un altro essere umano. Tutti i dogmi della fede sono riservati ai soli iniziati.  La vita precedente influenza la successiva in base ai 7 peccati capitali. I religiosi si riuniscono il giovedì e la domenica in luoghi privi d’immagini. Molto diffusi in Siria e Libano, i villaggi drusi sono solo 8 in Israele per un totale di 80 mila abitanti. I due villaggi più grandi sono Isfiya e Daliyat el-Carmel, che occupano il vertice del Monte Carmelo e, per motivi amministrativi, vengono considerati ormai come un’unica municipalità chiamata Carmel City. Appena arrivati nella terra dei Drusi ci si guarda attorno incuriositi. Nessun segno particolare, nessuna peculiarità. Potrebbe trattarsi di una qualunque cittadina israeliana. Poi, a poco a poco, si cominciano a vedere per strada i tipici abiti drusi: una tunica blu e un cappello bianco per gli uomini e un vestito blu con un velo bianco per le donne. Ma non sono la maggioranza, che è anzi rappresentata da persone vestite in maniera assolutamente comune. Dei Drusi si è detto e scritto molto. Non sono amati nel mondo arabo, perchè prestano servizio militare nell’esercito israeliano. E hanno fama di duri, soprattutto ai check-point e nelle carceri. Un episodio in particolare ha scosso l’opinione pubblica araba e israeliana: tempo fa un ufficiale druso ha ucciso una bambina palestinese di 13 anni svuotandole addosso il caricatore. Lo hanno denunciato i suoi stessi commilitoni. Questo ha riacceso la polemica mai sopita tra arabi e drusi.
 
lo shek mansour - foto di antonio zambardinoScelta di vita. Lo shek Fadel Mansour è uno degli anziani della comunità, un agronomo vicino ai 70 anni  che rappresenta una delle voci più ascoltate in città. In una lunga video intervista con Dario Giacobazzi e Antonio Zambardino, due italiani che vivono qui e che stanno compiendo una ricerca sulla società drusa, cerca di spiegare le ragioni dei drusi.
“Negli anni Venti, di fronte ai primi coloni ebrei che incontravamo, siamo stati accoglienti”, spiega lo shek parlando dietro i suoi baffoni tipici dei drusi religiosi, “per noi erano profughi, poveri e affamati. Perché avremmo dovuto combatterli? La comunità musulmana non li accettava e cominciò ad attaccare anche noi. Abbiamo dovuto difenderci e così è cominciata questa alleanza. Quando poi la situazionesi è rovesciata, dopo il 1948, vivevamo sotto il controllo dell’esercito israeliano e non avevamo neanche libertà di movimento. Inoltre la nostra agricoltura risentiva dell’enorme differenza tecnica con quella degli israeliani. Abbiamo dovuto fare una scelta, certo dettata anche dall’opportunismo. Così nel 1958 abbiamo deciso di prestare servizio militare nell’esercito israeliano". Una scelta che il resto del mondo arabo non ha mai capito. "La possibilità di prestare servizio militare permette ai giovani drusi di ambire a un futuro migliore. Hanno un reddito certo e una sicurezza che altrimenti non avrebbero – racconta Mansour- d'altra parte questo comporta delle problematiche perché, affascinati da guadagni immediati, spesso i giovani drusi decidono di restare sotto le armi e smettono di studiare. Ma in questo si può considerare anche l’aspetto positivo. Infatti molti di loro, con quei soldi, potranno permettersi di far studiare i propri figli. Alla base della nostra scelta non ci sono solo motivi economici. Prima del 1958 lo stato israeliano applicava alla popolazione drusa la shar’ia sunnita, ci considerava musulmani insomma. Adesso non è più così e siamo riconosciuti come setta autonoma". Molti ragazzi drusi si sposano giovanissimi perché questo dà la possibilità, una volta partiti per il militare, di ricevere gli assegni familiari. Non tutti sono affascinati però dall’idea di prestare servizio nei Territori Occupati, magari sempre in prima linea per la loro conoscenza dell’arabo. “Per gli accordi che abbiamo stipulato con lo stato d’Israele i religiosi praticanti, considerato che il nostro culto è totalmente pacifico, possono non prestare servizio”, spiega il notabile druso, “molti giovani si fingono religiosi per non andare sotto le armi, facendosi crescere i baffi e vestendosi in maniera tipica, ma lo stato controlla severamente queste persone per accertarne le reali motivazioni.”
 
drusi oper le strade di carmel city - foto di gianfranco marinoLa società drusa e il suo futuro. “Essere cittadini israeliani per noi non è facile, perché è una società molto chiusa. Se i drusi non prestassero servizio militare sarebbero dei cittadini di serie B”, racconta lo shek, “inoltre la situazione è difficile. Voi vi chiedete perché lo stato d’Israele costruisce il muro di separazione, ma io chiedo a voi cosa avreste fatto al loro posto? Non avreste cercato di difendere i vostri figli e le vostre famiglie? Capisco una lotta di resistenza, ma non concepisco la scelta di colpire dei civili. Mi chiedo sempre come mai, se tutti credono in Dio, si sparano a vicenda. La libertà di culto dev’essere garantita per tutti e secondo me questo è un buon periodo per ripartire da zero, senza guardarsi alle spalle. Inoltre agli arabi dico che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente e non bisogna dimenticarlo. Adesso bisogna andare avanti, ricominciare. Perché in Svizzera e negli Stati Uniti convivono genti diverse che cooperano allo sviluppo del loro Paese e qui no?”.
Lo shek Mansour s’interroga come tutta la comunità drusa. Un recente studio dell’Università di Haifa ha raccolto dati che hanno portato a individuare una vera e propria “ristrutturazione dell’identità dei drusi”. A differenza di altre minoranze del mondo, quella drusa  recepisce sempre più la lingua ebraica e la cultura israeliana. Non poco per un popolo arabo. Inoltre il servizio militare tende ad assimilare sempre più i giovani drusi a quelli israeliani e una delle spiegazioni dell’accanimento con cui prestano servizio, per i ricercatori di Haifa, è proprio il tentativo d’inserirsi nella società israeliana che porta i militari drusi a questi eccessi di zelo. Una cultura che rischia di scomparire quindi, fagocitata dalla cultura israeliana. Correndo il rischio di dissolversi in una società che alla fine non accetterà comunque mai fino in fondo questa assimilazione. Il futuro potrà dare delle risposte, ma l’unica certezza è che la Svizzera pare molto lontana dal Monte Carmelo.

Christian Elia

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