Testimonianze di vita vissuta ad Haiti. Racconto di una giovane donna che vive a Port au Prince.
Scritto per noi da
Cecilia Corneo
Una piccola folla balla sulle note di una musica ritmatissima, sul palco illuminato
suona una band di una decina di elementi, tra chitarre, percussioni, coristi,
e la cantante solista, treccine dorate e pelle caffe-latte.
E’ giovedì sera, la sera dell’Hotel Oloffson; è la sera in cui persino alcuni
dei ricchissimi haitiani delle colline di Pétion-Ville si avventurano fin quaggiù,
nel centro della città, dove basta sbagliare ad imboccare una via per finire in
una delle più povere e pericolose baraccopoli del mondo.
Ma il fascino di questo hotel in stile vittoriano, progettato in origine come
residenza estiva del Presidente, e al quale Graham Greene si ispirò per ambientare
il suo romanzo “The Comedians”, resiste e attrae ancora. L’interno è tappezzato
di articoli di giornale di tutto il mondo che ritraggono l’hotel e lo celebrano.
Qui, soggiornavano personaggi politici e viaggiatori, artisti ed uomini d’affari,
tutti sedotti dal fascino di questo edificio elegante d’altri tempi, con la sua
struttura in legno dipinta di bianco, gli orli del tetto decorati e la veranda
che si affaccia su un lussureggiante giardino tropicale.
Questo giovedì sera per entrare bisogna fare la fila e pagare 250 Gourdes, circa
7 dollari americani, che si versano all’ingresso alle guardie – armate – dell’hotel.
Tanto vale una serata in questa campana di vetro nel centro di Port-au-Prince,
per venire a vedere dal vivo i RAM, uno dei gruppi musicali haitiani più rinomati.
Jean-Claude, 30 anni, capigliatura rasta lunga fino alla schiena, è uno del pubblico.
“Io ho la fortuna di avere un lavoro, sono parrucchiere, – dice, miscelando francese
e creolo – ma qua la vita è dura, non ci sono possibilità per i giovani. Anch’io,
come tutti,
sogno di andare un giorno in America o in Europa, e di costruirmi una vita lì”.
E come non capirlo. In questo paese manca tutto. Manca l’acqua, manca l’elettricità e mancano le
strade. Manca il lavoro, mancano le scuole e gli ospedali, e mancano i mezzi di
trasporto. Le strade di Port-au-Prince, disastrate, sono dei formicai, brulicanti
di uomini, donne e bambini che trasportano e vendono di tutto: è il mercato continuo,
dall’alba fino al tramonto e anche oltre, alla luce delle candele, perché la corrente
c’è solo qualche ora al giorno – in città, perché nelle zone rurali spesso non
c’è per niente -. La macchina è un bene di lusso per pochissimi: la massa tutt’al
più può permettersi di prendere un tap-tap, ossia uno dei tanti camioncini privati,
malridotti ma coloratissimi, di cui le città sono piene, e che si fermano ovunque,
persino in mezzo alla strada, rendendo il traffico ancora più caotico e pericoloso.
Alla guida può capitare di vedere ragazzini che non dimostrano più di 14 anni:
nessuno pare sorprendesi o preoccuparsi. D’altronde, la gente deve pure trovare
il modo di spostarsi in città: dei 140 autobus pubblici che erano in servizio
a Port-au-Prince ancora fino a un anno fa, ai tempi della fuga di Aristide, ne
sono rimasti solo 36, destinati a cadere a pezzi o in disuso come gli altri per
mancanza di manutenzione e di carburante.
Già, il carburante: gli Stati Uniti hanno dichiarato in questi giorni che a breve
cesseranno di fornire il carburante che serviva a garantire, in teoria, 12 ore
di elettricità al giorno nelle aree urbane. Una notizia che suona allarmante,
salvo realizzare che forse il cambiamento sarà meno percettibile di quanto si
potrebbe pensare: non farà grande differenza alla maggioranza degli haitiani,
che vivono in baracche o casette di mattoni di una o due stanze, dove la rete
elettrica non esiste comunque; non farà differenza ai pochissimi – ma ricchissimi
– haitiani che già spendono un capitale in generatori di corrente per assicurare
perfetta funzionalità alle loro ville in collina.
Le strade dotate di lampioni sono poche, e anche i semafori sono una tale rarità
che vi
si riferisce per orientarsi o per stabilire degli appuntamenti nel reticolo
di vie senza nome di questa megalopoli.
In poche parole, a Port-au-Prince regna il caos: ogni giorno milioni di persone
intersecano le une con le altre le proprie vite con un unico scopo: sopravvivere.
Chi ha un pezzo di terra vende ortaggi, uova e pollame, qualcuno si improvvisa
piccolo commerciante, autista, guardiano, collaboratrice domestica o “esthéticien”, qualcuno, dotato dell’innato senso artistico che costituisce la più grande
ricchezza del popolo haitiano, cerca di sbarcare il lunario svendendo i propri
manufatti ai bordi delle strade.
Tanti altri finiscono nel giro della delinquenza e della prostituzione.
Viene da domandarsi: ma lo Stato, dov’è ? Esiste, o è mai esistito? La Minustah, la missione Onu presente ad Haiti da quasi nove mesi, è qui allo scopo di assicurare la stabilità
del paese - retto da un governo transitorio dalla caduta di Aristide, avvenuta
alla fine di febbraio del 2004 – e di accompagnarlo allo svolgimento di elezioni
democratiche previste per la fine del 2005.
Per portare a termine questo compito, è stata dispiegata in tutto il paese una
forza militare multinazionale di 6000 caschi blu, sotto il comando dell’esercito
brasiliano, e
una forza di polizia internazionale di 1400 unità; i vertici della missione intanto
portano avanti il dialogo fra le forze politiche haitiane, e quello con gli stati
che tengono maggiormente alla stabilità di Haiti, primi fra tutti gli Stati Uniti.
Solo una minima parte del budget della missione Onu è invece destinato alla realizzazione
di progetti ad immediato beneficio della popolazione, i cosiddetti progetti ad
“impatto rapido”.
Nove mesi di Minustah hanno sì contribuito a tenere sotto controllo l’attività
delle bande armate che sostengono l’una o l’altra fazione politica, tamponando
gli scoppi di violenza in particolare nelle baraccopoli di Port-au-Prince, ma
ciononostante ad Haiti continua a regnare il caos.
All’entrata di ogni villa, di ogni negozio che venda articoli di un minimo valore
e di ogni ristorante, così come davanti ad ogni galleria d’arte e ad ogni supermarket,
c’è almeno una guardia armata privata.
In compenso, è rarissimo vedere in giro la polizia nazionale haitiana, la Pnh. Eppure i media locali ne parlano, raccontano di come ogni sei mesi l’Accademia
di polizia sforni nuovi poliziotti addestrati dalla polizia internazionale. Raccontano
di come le due forze collaborino, delle azioni congiunte, delle divergenze, delle
raccomandazioni della polizia locale alla popolazione per contrastare i furti
delle auto.
Port-au-Prince, Hotel Oloffson, interno notte.
La serata è all’apice, la sala è gremita di haitiani, funzionari di organizzazioni
internazionali, giornalisti stranieri e qualche turista avventuroso. Ma non solo:
proprio sotto il palco, in tuta mimetica e con tanto di elmetto e fucile a tracolla,
ballano scatenati due giovani agenti della squadra speciale della Pnh.
Altri sei agenti, questi nella classica divisa blu ma tutti ugualmente armati,
stanno invece bevendo in fondo alla sala, al bancone del bar, intrattenuti da
una decina di ragazzine di colore poco vestite.
All’uscita, la nostra macchina è bloccata da una jeep con il parabrezza e i
sedili crivellati di colpi di arma da fuoco. La carrozzeria cade a pezzi, ma sulle
portiere è ancora leggibile la scritta nera “Pnh”. Chiamato dal parcheggiatore
dell’hotel, dopo un quarto d’ora di attesa arriva uno dei poliziotti in uniforme
blu. Sale sulla jeep accompagnato da cinque ragazzine tutte con in mano bottiglie
di birra.
Avvia il motore, sposta l’auto per farci passare, e poi ci saluta con un sorriso.
“Dove siete diretti?”
“A Pétion-Ville”
“Ma non avete paura a guidare fin lassù a quest’ora di notte?”.
A dire il vero, sì. Un po’ di paura ce l’abbiamo. Adesso più di prima